Gentiloni ma non troppo

Paolo Gentiloni (Foto: Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)

In una democrazia – si potrebbe dire purtroppo – l’immagine e il sapersi vendere (nel senso di generare consensi) è molto importante per essere votati. Tuttavia, a volte si presta molta attenzione alle azioni compiute da chi ha un’immagine pubblica dirompente, mentre si tende a ignorare chi ha un’immagine un po’ spenta, proprio come Paolo Gentiloni.

Allo spettatore medio, può sembrare che Gentiloni sia un presidente del Consiglio il cui impatto nel breve periodo in cui ha governato (e continua a governare per ora) l’Italia, sia stato scarso. Questo perché Gentiloni non fa grandi annunci né grandi promesse. Ma, in realtà, il ruolo svolto da questo governo, soprattutto in politica estera, è stato estremamente significativo. Che poi sia stato positivo o negativo, è tutto da vedere.

Quando Gentiloni, ex ministro degli Esteri, è stato nominato presidente del Consiglio, a seguito della caduta di Renzi, si è pensato che il motivo fosse quello di mantenere una continuità nelle relazioni diplomatiche. Evitare, in altre parole, che i Paesi esteri si accorgessero troppo dei continui cambi di governo italiani, che possono portare a relazioni personali (a livello diplomatico) alquanto evanescenti. Inoltre c’era da mantenere degli impegni con l’estero e rassicurare l’Unione europea sulla stabilità italiana.

Ma Gentiloni non si è limitato al mero mantenere i rapporti e la stabilità.

LA CRISI LIBICA

Il terreno di gioco principale dell’Italia sotto Gentiloni è stato la Libia. L’Italia ha intensificato le relazioni diplomatiche con tutte le forze in gioco nel complesso Paese nordafricano privo di un governo unitario. La Libia è un Paese estremamente importante a livello di risorse e per il controllo dei flussi dei migranti e, di fatto, il governo Gentiloni è riuscito in maniera efficace a fermare i flussi, nonostante alcuni attuali segni di ripresa, dovuta agli equilibri di forza che cambiano in Libia.

La strategia del governo è stata pragmatica: trattare con tutti e chiedere a tutti di aiutare a contenere i migranti, (forse) in cambio di soldi e aiuti vari. Tra questi ‘tutti’ pare ci fossero anche diverse milizie libiche – sulla testa dei cui membri scarseggiano le aureole e abbondano le corna – ma il governo nega.

Al contempo, con la collaborazione del ministro dell’Interno Minniti, è stato approvato il nuovo codice di condotta per le Ong, che ha contribuito a mettere sotto controllo il fenomeno migratorio. Tutto questo mentre molte Ong e associazioni per la tutela dei diritti umani si sono lamentate perché a farne le spese sarebbero proprio i migranti, ora incarcerati e maltrattati dalle milizie libiche, che impediscono loro di imbarcarsi alla volta dell’Italia. Anche se il governo si è impegnato a fare qualcosa per migliorare le condizioni dei migranti in Libia – sfruttando il potere che afferma di avere ora nelle trattative con il Paese nordafricano – è chiaro come, in generale, il governo Gentiloni metta gli interessi pratici prima degli ideali.
Un tema così scottante come quello dell’immigrazione, se fosse stato gestito nello stesso modo da uno qualunque dei politici in vista dei vari partiti, avrebbe forse portato a reazioni molto più intense nell’opinione pubblica, sia in positivo che in negativo.

Nel contesto della crisi libica, il governo Gentiloni ha anche intrapreso un’altra azione molto realpolitik e poco popolare, ovvero quella di rimandare in Egitto l’ambasciatore italiano, che era stato ritirato nel contesto dell’omicidio di Giulio Regeni. La mossa ha avuto lo scopo di ristabilire le relazioni con il Paese, la cui collaborazione è fondamentale per godere della piena fiducia del generale libico Haftar, alleato dell’Egitto.

COREA DEL NORD, INDIA, CINA

Sulla Corea del Nord, il nostro Paese, classicamente ignavo, ha invece subito preso una posizione forte: l’Italia è stato il quinto Paese a espellere l’ambasciatore nordcoreano, e il secondo in Europa dopo la Spagna.

Inoltre, recentemente l’Italia ha ristabilito le proprie relazioni con l’India, Paese che era stato messo da parte per la questione dei due marò. Non si può dire che Gentiloni sia insensibile alla sorte dei soldati: dopotutto la questione è ormai affidata alla giustizia internazionale e non c’è motivo di rovinare le relazioni diplomatiche per questo. Ha fatto però rumore il fatto che il premier, incontrando il leader indiano Modi in India, abbia aperto alla possibilità di inserire lo Yoga nell’educazione fisica nelle scuole: Modi, oltre a essere indiano, patria dello Yoga, è anche un grande appassionato di questa disciplina, cosa che rende il gesto diplomatico ancora più importante.

Tornando al contrasto tra realpolitik e diritti umani, a luglio il nostro governo ha deciso di impedire l’ingresso ai monaci tibetani che dall’India cercavano di entrare in Italia per le loro consuete visite alle comunità buddiste. Si è trattato di uno sgarbo ampiamente criticato, che con ogni probabilità è stato fatto per compiacere la Cina. Ancora un altro caso in cui i diritti umani sono stati messi in secondo piano rispetto al commercio.
Parafrasando un vecchio proverbio: ‘temi la politica estera dell’uomo silenzioso’.

 

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di Epoch Times.

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