Italia e Cina, quando il commercio viene prima dei diritti umani

Due giovani monaci camminano al monastero buddista Sera nella capitale regionale di Lhasa, Tibet. (JOHANNES EISELE / AFP / Getty Images)

Le relazioni tra Italia e Cina nell’era moderna sono sempre state caratterizzate da collaborazione a livello commerciale e critiche timide, se non inesistenti, sulla situazione dei diritti umani. Di recente sembra che l’ago della bilancia stia pendendo ulteriormente verso gli interessi commerciali.

Il 26 luglio Dolkun Isa, segretario generale del Congresso Mondiale degli Uiguri (gruppo etnico turco-cinese che vive nella provincia autonoma dello Xinjiang), è stato fermato dalle autorità italiane, prima che potesse parlare in una conferenza stampa organizzata dal Partito Radicale sulle violazioni dei diritti umani che il suo gruppo subisce in patria. Il Partito Comunista Cinese, infatti, ha sempre cercato di uniformare la nazione sotto un’unica cultura (o piuttosto non-cultura), condannando e distruggendo tutte le forme di religione o tradizione etnica, relegandole talvolta a forme di attrazione turistica (come nel caso dei templi Shaolin): di qui le radici delle violenze nei confronti degli uiguri, continuamente pressati dal regime, perché abbandonino la loro cultura di matrice araba.

In Italia Isa è stato interrogato dalla Digos e poi rilasciato; gli agenti stessi gli avrebbero rivelato le motivazioni del suo interrogatorio: una richiesta da parte della Cina.

La conferenza stampa a cui Isa è stato invitato era organizzata dal Partito Radicale, ma membri importanti delle istituzioni ne hanno preso le distanze; secondo Asia News, Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari Esteri del Senato, ha infatti commentato: «Si tratta di un’iniziativa di singoli parlamentari che contrasta con il rapporto, forte e leale che esiste tra Italia e Cina, come dimostrano le recenti visite a Pechino delle più alte cariche istituzionali italiane». Il presidente del Senato Pietro Grasso, invece, ha disposto che la conferenza stampa non si tenesse a Palazzo Madama ma in separata sede.

Dolkun Isa è considerato un terrorista dalle autorità cinesi, nonostante non risulti alcun legame tra l’uomo e organizzazioni legate al terrorismo. Sebbene in Cina si siano verificati dei casi di violenza da parte di uiguri contro cinesi Han (etnia predominante nel Paese), si tratta di individui isolati: alcuni uiguri, esasperati dalle forti pressioni cinesi nell’impedire alla popolazione di praticare il proprio credo religioso (musulmano), hanno finito per divenire terroristi davvero, legandosi a gruppi come l’Isis. Tuttavia non risultano legami tra il terrorismo musulmano e le associazioni di uiguri, i cui membri invece si comportano come normali attivisti dei diritti umani.

Isa è oggetto di un avviso internazionale dell’Interpol, emanato dalla Cina; la Germania ha ritenuto di dover respingere questo avviso e di concedere la cittadinanza all’attivista, considerandolo in esilio politico: non è la prima volta che Isa incontra difficoltà nei suoi viaggi, ma i Paesi europei,  in generale, hanno sempre ignorato le accuse della Cina nei suoi confronti.

MONACI TIBETANI

Un caso analogo a quello di Isa, e probabilmente ancora più significativo, è avvenuto a metà luglio, quando le autorità italiane hanno deciso – contrariamente al passato – di sbarrare le porte a gruppi di monaci tibetani che dall’India si recano periodicamente nel mondo, e anche in Italia, per visitare gruppi buddisti, diffondere il loro messaggio e parlare della situazione del Tibet, occupato dalla Cina nel 1950. Secondo un articolo di Raimondo Bultrini sul Corriere della Sera, la decisione della Farnesina sarebbe il segnale di un cambiamento di posizione a lungo termine e non costituirebbe un caso isolato.

Infatti, secondo un comunicato dell’Istituto Lama Tzong Khapa, i Lama tibetani viaggiano utilizzando un certificato d’identità rilasciato dal governo indiano, che finora era riconosciuto anche dall’Italia; tuttavia, il ministero degli Esteri ha risposto all’Istituto chiarendo: «Il documento in oggetto non è riconosciuto dall’Italia, l’unico modo per concedere l’ingresso nel nostro Paese a chi non sia titolare di un documento idoneo e in corso di validità, è il rilascio di un visto a validità territoriale limitata (che consente l’ingresso solo in Italia) apposto su un apposito lasciapassare. Si tratta però di una misura eccezionale, che l’Ambasciata valuterà caso per caso a seguito di una verifica sulla sussistenza di motivi umanitari o di interesse nazionale, ovvero in presenza di obblighi internazionali (art. 25.1 del Regolamento 810/2009 – Codice europeo dei visti)».

Improvvisamente, quindi, i motivi umanitari o di interesse nazionale, sembrano essere ‘decaduti’.

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