Il piano dell’Italia sui migranti

Il primo ministro Paolo Gentiloni (Michele Tantussi/Getty Images)

Al netto delle critiche, la strategia del governo Gentiloni per affrontare l’emergenza migranti e il rapporto con la Libia ha prodotto risultati: gli sbarchi sono calati in maniera determinante da quando il governo ha messo in atto il suo piano, e l’Unione Europa ha fornito la sua benedizione.

Secondo Giuseppe Terranova, docente di Storia e istituzioni dell’Africa presso l’Università Cusano di Roma, e vice direttore di West, il piano dell’Italia è composto di quattro elementi.
Il primo è il codice di comportamento imposto alle Ong: «La maggioranza delle Ong hanno svolto in modo nobile e assolutamente trasparente la loro attività – precisa Terranova – Ma alcune volte, in qualche modo, molto spesso senza volerlo, svolgevano un ruolo che poteva essere di supporto ai trafficanti di esseri umani».
L’impegno delle Ong nel salvare i migranti, che le ha portate a spingersi il più possibile vicino alla Libia, ha sicuramente salvato vite, ma nello stesso tempo ha reso i viaggi più sicuri, più comodi e quindi più frequenti.

Il secondo elemento del piano è stato il tentativo da parte dell’Italia di mettere insieme «tutti quei soggetti che Gheddafi era riuscito a tenere insieme con la forza, con la persuasione, per oltre mezzo secolo», sostiene il professore, citando anche il fatto che l’Italia ha avuto più volte rapporti diplomatici diretti con vari capi tribù del frammentato Stato libico, e ha fornito loro sovvenzioni in cambio di una collaborazione nel controllo delle partenze dalle coste libiche.

Un terzo elemento – di cui «sappiamo i contorni ma non i contenuti» – è stato il collaborare con le differenti forze militari e paramilitari presenti in Libia per fermare le partenze. Questo è uno dei punti più controversi, in quanto vari media sostengono che l’Italia abbia trattato direttamente con i trafficanti di esseri umani, pagandoli per impedire le partenze dei migranti, spesso trattati in modo indegno dalle forze in questione. Ma a temperare questo – afferma Terranova – c’è anche l’intenzione di «aprire la strada» e di «rafforzare la presenza» dell’Unhcr e di altre Ong in Libia, allo scopo di garantire un «minimo di dignità umana, a chi in qualche modo ha cercato o cercherà di arrivare sulle nostre coste».

A livello di politica estera, è senza dubbio prestigioso il ruolo che l’Italia è riuscita a svolgere nello stabilizzare la situazione dell’immigrazione e della Libia a vantaggio di tutta l’Europa: un ruolo riconosciuto dal vertice di Parigi del 28 agosto tra i principali Paesi europei e molti leader africani, in cui il piano del ministro degli Interni Minniti è stato sostanzialmente approvato e appoggiato dall’Ue.

MILIZIE, TRAFFICANTI UMANI E CAOS LIBICO

Le notizie apparse sui media internazionali (ma smentite dall’Italia) affermano che i servizi segreti del Belpaese avrebbero comprato la collaborazione di due milizie libiche – gruppi paramilitari a metà tra il criminale e il legale, e spesso molto più tendenti al lato criminale – per impedire le partenze dei migranti. A sostegno di questo, c’è anche un’intervista che l’agenzia giornalistica internazionale Associated Press afferma di aver condotto con il capo di una di queste milizie.

Le milizie che secondo Associated Press collaborerebbero con l’Italia sono in qualche modo alleate al Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj, ma la relazione è complicata e per lo più legata al denaro e alle circostanze. Tuttavia è notizia recente che queste milizie siano state sconfitte da altre forze, che non è del tutto chiaro a chi siano alleate, se al generale Haftar – che gestisce la forza militare più importante nel Paese e che si contrappone a Serraj – o se a Serraj stesso: gli analisti hanno opinioni discordanti, e si chiedono quali saranno gli effetti di questo scontro sull’Italia e i migranti.

Terranova tuttavia non crede alle indiscrezioni dei media sulla collaborazione tra Italia e milizie: «Ho un po’ il vizio di attenermi ai testi ufficiali, e, ovviamente, sfogliando i testi ufficiali di tutto questo non se ne parla. Né ovviamente ho avuto accesso a documenti riservati da cui potrebbe emergere questo». Il professore ritiene che l’Italia stia invece collaborando principalmente proprio con il generale Haftar, contro i miliziani: «In Libia noi manteniamo una presenza che è la numero 1 in Europa. Lo stesso Haftar ha dichiarato più volte di avere rapporti stretti e di conoscere benissimo il nostro capo dei servizi segreti […] Il responsabile Onhcr e quello dell’Oim in Libia sono italiani». Quella italiana in Libia è una «presenza che conta», e inoltre un ulteriore segnale di amicizia ad Haftar è stato il rinvio dell’ambasciatore italiano in Egitto (che era stato ritirato durante la crisi relativa al caso Regeni). L’Egitto è infatti il principale finanziatore di Haftar, e secondo alcune letture, il caso Regeni è stato sfruttato per creare inimicizia tra Italia ed Egitto, e quindi tra Italia e Haftar, impedendo all’Italia di avere un ruolo di primaria importanza in Libia.

«È facile immaginare – afferma tuttavia l’esperto – che nel momento in cui si facciano accordi in un contesto di quel tipo, in qualche modo possano essere coinvolti personaggi che non siano proprio degli stinchi di santo».

«Ma è un po’ una tempesta in un bicchiere d’acqua».

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