Trump e il terrore (dei dazi) del regime cinese

Donald Trump tiene un discorso durante il World Economic Forum (WEF) a Davos il 26 gennaio 2018. (AFP PHOTO / Nicholas Kamm)

La notizia è nota: Donald Trump l’8 marzo 2018 ha ufficialmente firmato un annuncio che impone dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio importato negli Stati Uniti. Meno note sono le reali ragioni e circostanze che hanno portato a questa decisione il presidente americano.
I dazi – anche questo non è un segreto – colpiscono l’economia cinese. La politica di Pechino è infatti famigerata – oltre che per lo spionaggio (industriale e non) e per il furto di proprietà intellettuale – anche per le pratiche commerciali scorrette e il dumping su cui si fonda lo status di ‘potenza’ della Cina.

In risposta ai dazi firmati dal presidente degli Stati Uniti, il ministero del Commercio del Partito Comunista Cinese e le associazioni di categoria del settore siderurgico hanno ribattuto con veemenza che questa decisione «non solo danneggia gli interessi di altri Paesi, ma non aiuta neanche gli Stati Uniti», e che verranno prese delle «misure drastiche dopo aver valutato i danni causati dall’America».
Il regime cinese dovrebbe quindi «prendere delle contromisure per le importazioni di acciaio inossidabile, lamiera zincata, tubi senza saldatura, carbone, prodotti agricoli ed elettronici dagli Stati Uniti».

Se davvero Pechino intraprendesse la strada della rappresaglia, la guerra commerciale con gli Stati Uniti (che il Pcc ha detto ripetutamente di voler evitare) sarebbe inevitabile.
Alla luce dell’atteggiamento duro e puro dell’amministrazione Trump nel difendere l’economia statunitense e riequilibrare le regole del commercio Usa-Cina, la Superpotenza non tiene in particolare considerazione le reazioni del Pcc. Anzi: per effetto delle minacce di Pechino l’intransigenza di Trump potrebbe persino aumentare, portando a un’escalation nella guerra commerciale Pechino-Washington. E, di questo, il regime cinese ha davvero paura.

A causa delle misure antidumping statunitensi adottate già da alcuni anni, la Cina non è più il principale esportatore di acciaio e alluminio negli Stati Uniti: gli Usa importano acciaio da Canada (16,46%), Messico (9,15%), Ue (14,55%) e Brasile (13,53%). Dalla Cina importano solo il 2,15%. Le esportazioni cinesi di alluminio verso gli Stati Uniti sono invece del 16,57%.
Guardando a questa situazione (già non più rosea per il regime cinese) è logico chiedersi perché Pechino abbia alzato, ora, così tanto la voce. E, quindi, perché si dice che l’aumento dei dazi americani sia rivolto direttamente a Pechino.

L’IMPORTANZA DI ALLUMINIO E ACCIAIO PER LA SICUREZZA NAZIONALE AMERICANA

I funzionari della Casa Bianca hanno dato delle risposte nel corso del briefing dell’8 marzo su questo tema caldo. È stato sottolineato che il problema della Cina non sono i dazi, ma il suo eccesso di produzione industriale.
Ad esempio, nel 2000, l’anno prima che la Cina venisse ammessa nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), gli Stati Uniti erano il più grande produttore di alluminio al mondo. Oggi i prodotti di alluminio made in Usa occupano soltanto l’1,5% del mercato globale. La Cina è salita dal 17% al 50%.
L’alluminio cinese ha letteralmente invaso i mercati di tutto il pianeta, America inclusa, mettendo a rischio la sicurezza economica (e quindi nazionale) degli Stati Uniti.

Nello specifico, l’acciaio e l’alluminio sono estremamente importanti per la Difesa statunitense: sono materiali necessari per costruire gli aerei da caccia F-35, le navi da guerra, i missili e diversi altri tipi di armamenti.
Attualmente negli Stati Uniti sono rimasti cinque produttori di alluminio, di cui solo due operativi, e di cui solo uno riesce a aggiungere lo standard delle esigenze della Difesa nazionale Usa. Questo mentre, dall’altra parte dell’oceano, il regime cinese prosegue senza limiti ad armarsi ed evolversi sul piano militare.
Diventa quindi ovvio come l’attuale situazione imponga al ministero della Difesa statunitense di acquistare per forza alluminio dalla Cina o da nazioni mediorientali, rendendo gli Usa dipendenti proprio dai propri ‘avversari’ e mettendo a grave rischio la sicurezza nazionale.

Inoltre un’analisi di China Everbright Securities indica anche come le esportazioni di acciaio cinese arrivino anche indirettamente negli Stati Uniti. Il commercio bilaterale di acciaio tra la Cina e gli Stati Uniti è molto limitato, quindi, la contrazione delle importazioni americane ha un impatto meno diretto sulle esportazioni di acciaio cinese. Ma – tenendo in considerazione il quadro globale del commercio dell’acciaio – la Cina è il più grande esportatore di acciaio nel mondo e gli Stati Uniti sono il più grande importatore.

Quindi è chiaro come la ‘bilancia commerciale dell’acciaio’ tra i due Paesi sia tutta a favore di Pechino: attualmente la Cina gode di un quarto delle esportazioni totali di acciaio nel mondo. E sebbene la maggior parte dell’acciaio importato negli Stati Uniti non provenga direttamente dalla Cina, arriva da mercati come Brasile, Canada, Corea del Sud, Messico e Giappone. E la maggior parte di questi Paesi sono grandi importatori di acciaio cinese.
La Corea del Sud, ad esempio, è il più grande mercato per le esportazioni cinesi di acciaio: da gennaio a ottobre del 2016 e del 2017, ha importato rispettivamente 14,24 milioni e 10,95 milioni di tonnellate di acciaio dalla Cina. Il ministero del Commercio Usa ritiene che la Corea del Sud abbia importato acciaio grezzo a basso costo fabbricato in Cina, e lo abbia rilavorato per poi esportarlo negli Stati Uniti. Con questo semplice giro, la Corea del Sud ha aiutato ad esportare indirettamente l’acciaio cinese negli Stati Uniti.

Inoltre Corea del Sud, Vietnam, Turchia e altri Paesi sono tutte stazioni di transito per l’acciaio cinese. Ad esempio il Vietnam ha importato 25.1 mila tonnellate di acciaio cinese nel 2012 e ha aumentato a 100 mila tonnellate nel 2015. Le esportazioni dell’acciaio dal Vietnam verso gli Stati Uniti sono aumentate poi vertiginosamente nel 2016. Ed è per questo che, alla fine del 2017, il Commercio Usa ha annunciato i dazi compensativi e antidumping sui prodotti di acciaio cinese esportati negli Stati Uniti dal Vietnam.

È quindi chiaro come i dazi su acciaio e alluminio importati dagli Stati Uniti a livello globale, servano a colpire – oltre le numerose pratiche di commercio sleale del regime cinese – anche i Paesi ‘complici’ del regime cinese, che importano questi metalli dalla Cina solo per rivenderli agli Stati Uniti. Controprova, questa, di quanto enorme e devastante siano le politiche di dumping del Pcc: l’acciaio e l’alluminio cinesi mantengono prezzi ‘convenienti’ anche quando vengono comprati e rivenduti da un intermediario.

E infatti – al di là delle insensate paure diffuse dalla stampa italiana per eventuali ipotetici dazi sui nostri prodotti alimentari (la sicurezza nazionale Usa non dipende certo dalla tutela del cheeseburger Dop) – nei confronti degli alleati occidentali (che, come l’Italia, non fanno uso né di dumping né di altre espedienti commerciali scorrette) l’amministrazione Trump ha lasciato ampio spazio e flessibilità di trattativa.

 

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