Esclusivo. Quei proiettili che non scagionano i marò

Cartucce di fucile modello 5.56×45 NATO (Wikipedia)

I giornalisti che si avventurano nell’intricata rete delle indagini sulla vicenda dei due marò, devono sapersi districare in ambiti quali la balistica, la logica, il diritto, e persino le lingue. A partire da quella inglese.

L’11 settembre 2015, Il Quotidiano pubblica un articolo dal titolo “I marò non usano quei proiettili”. E c’è la truffa dei testimoni fotocopia, firmato Lorenzo Bianchi, in cui si afferma che i proiettili rinvenuti nei cadaveri dei due pescatori – quei pescatori che, secondo le accuse, sarebbero stati uccisi dai marò – non sarebbero compatibili con il calibro di quelli in dotazione ai nostri militari. Bianchi scrive: «Sasikala [medico indiano che ha condotto l’autopsia sui due pescatori, ndr] ha misurato un’ogiva lunga 31 millimetri, con una circonferenza di 20 millimetri alla base e di 24 nella parte più larga».

L’articolo si limita a osservare la discrepanza tra l’altezza del proiettile estratto dal cadavere e quella dei proiettili calibro 5,56×45 Nato, unici proiettili in dotazione ai marò, che sono lunghi circa 25 mm. Altri media riprendono la notizia del Quotidiano, spesso con titoli meno sobri, e aggiungono un inquietante dettaglio: non solo l’altezza sarebbe sbagliata, ma il calibro, che equivale al diametro e quindi è ricavabile dividendo la circonferenza per pi greco, avrebbe un valore di ben 7,64, calcolato a partire dalla circonferenza di base. Si tratta quindi di un calibro completamente diverso dal 5,56 dei marò. Eppure l’India sostiene che siano stati i marò. Com’è possibile?

Il problema è che il dato riferito dal Quotidiano e riportato poi da altri media, è errato. Deriva da un errore di traduzione. Ecco la frase originale in inglese, riportata sul documento indiano a firma del dott. Sasikala:

La traduzione esatta dopo il primo punto è: «È stato ritrovato un proiettile metallico a punta aguzza [come sono tutti i proiettili militari, ndr] al di sotto della superficie dell’area subdurale del cervello. [Il proiettile, ndr] Misurava 31 mm in lunghezza e 20 mm in circonferenza [misurata, ndr] a partire da un punto a 24 mm dalla base».

Il diametro quindi scende da 7,64 mm a circa 6,37 mm (20/Pi greco). Questo diametro è stato calcolato in un punto diverso dalla base, perché la base è deformata, tanto da non essere più una circonferenza. Il calibro così risultante è molto più vicino al valore di 5,56 mm, che ci si aspetta dai proiettili dei marò.

Lo strano valore dell’altezza potrebbe quindi essere dovuto a una deformazione dell’ogiva, che infatti nei documenti indiani è chiaramente segnalata. Il proiettile, raccontano, era «irregolarmente compresso ai lati della base, con una piega nella metà superiore».

Su diversi media italiani è stato anche affermato che un’altezza di 31 mm sarebbe del tutto incompatibile con il proiettile Nato, che misura 25 mm. Epoch Times ha quindi cercato di verificare l’esattezza di questa informazione intervistando tre dei più autorevoli esperti balistici italiani e un fisico. Alcuni degli esperti sono stati intervistati a condizione di anonimato, dal momento che il caso è politicamente sensibile.

A ognuno dei tre esperti balistici sono state presentate prima di tutto le misure del proiettile in oggetto. I tre esperti balistici sono il dott. Martino Farnesi, il dott. Romano Schiavi e un terzo autorevole esperto che ha chiesto l’anonimato.
Tutti gli esperti interrogati considerano le misure del proiettile molto strane. In particolare il dott. Schiavi ha commentato: «I nostri avrebbero dovuto essere armati di carabine calibro 5,56 Nato. In tal caso i proiettili non sarebbero compatibili con le misure datemi. Inoltre, dare il valore della circonferenza non ha senso, anche se da essa si può calcolare il calibro, che è il diametro del proiettile. Chi ha dato i dati… potrebbe aver dato i numeri!».

In seguito Epoch Times ha fornito agli esperti le misure di un secondo proiettile, estratto dal secondo pescatore ucciso. Questo secondo proiettile, sempre secondo l’autopsia indiana, è lungo 24 mm, con una «circonferenza massima» di 19 mm (quindi un diametro di 6 mm) e una base che misura 0,7×0,4; l’unità di misura della base non è stata specificata nel documento, ma dovrebbe trattarsi di centimetri, alla luce del fatto che è anche l’unità di misura usata per tutte le altre lunghezze (e che Epoch Times ha trasposto in millimetri). La base del primo proiettile, invece, misurava 0,6×0,4.

A questo punto, al lettore non esperto in armi può sorgere un lecito dubbio: com’è possibile che questi proiettili siano entrambi calibro 5,56? Uno dei due è più lungo dell’altro di ben 7 mm, mentre le basi di entrambi presentano misure molto simili, e i diametri sono entrambi maggiori di 5,56 mm. Una deformazione può allungare il proiettile, ma solo se lo assottiglia in modo corrispondente. O al massimo il proiettile potrebbe danneggiarsi e perdere dei piccoli pezzi. Ma non può mai acquisire materia in più, per lo meno non in quantità rilevanti.

Eppure un altro esame indiano, questa volta non autoptico ma balistico, ha ricondotto i proiettili citati a due specifici fucili appartenenti a due specifici militari italiani (tra l’altro, non si tratta di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, come Epoch Times ha già spiegato).
Durante questo esame sono stati utilizzati i fucili dei marò per sparare dei proiettili calibro 5,56 Nato, per poi confrontare i segni lasciati sui proiettili con i segni rinvenuti sugli altri proiettili, quelli che hanno ucciso i pescatori. Questa verifica, assieme alle misure del proiettile e al parere dell’esperto balistico sull’aspetto dello stesso, hanno portato l’esperto indiano a concludere che i proiettili erano stati sparati da due dei fucili esaminati.

L’esperto balistico anonimo intervistato da Epoch Times, ha affermato che «se si accetta la positività degli esami comparativi, e pertanto l’identificazione delle armi, si deve concludere che le differenti altezze sono dovute alle deformazioni». E l’affidabilità di questi esami comparativi «dipende dalla correttezza e dalla professionalità» di chi li conduce.

Il dottor Farneti ha dichiarato che «per affermare che quei  due proiettili siano appartenuti a cartucce deflagrate dalle armi dei fucilieri italiani (i marò) debbono possedere lo stesso peso, calibro e dimensioni delle munizioni in dotazione ai sopra nominati».
«Altro  elemento fondamentale – continua – per affermare che si tratta di proiettili  appartenuti a cartucce  sparate da un’arma in particolare, riconosciuto valido dalla comunità scientifica internazionale, è che debbono  possedere le  stesse caratteristiche di classe rappresentate dal numero dei solchi, distanza intercorrente fra un solco e l’altro e direzione dx o sx, nonchè  le caratteristiche d’individualità d’arma rappresentate dalla ripetitività per posizione e forma di gruppi di microstrie».

«Per quanto riguarda la deformazione da impatto di balistica terminale – conclude – vi possono essere dei micro cedimenti strutturali; comunque un buon balistico può sempre riconoscere la struttura originaria del proiettile».

Leggendo i documenti indiani, per quanto poco dettagliati, si direbbe che l’esperto indiano ritenga che l’«altro elemento fondamentale» di cui parla Farneti sia presente e verificato. Le differenze nell’altezza (almeno per il primo proiettile) e nel diametro potrebbero quindi essere dovute a delle deformazioni.

Il dott. Schiavi, invece, non si è espresso ulteriormente quando Epoch Times gli ha inviato per e-mail i dati del secondo proiettile e altre informazioni.

Dal momento che in particolare l’esperto anonimo, e – si può sostenere – anche Farneti, ritengono che l’esame dell’esperto balistico, se condotto bene e in modo completo, dovrebbe avere più validità delle semplici dimensioni in parte sballate, Epoch Times ha chiesto il parere – con anonimato – di un fisico, per valutare se è possibile che, date le dimensioni, i due proiettili fossero gemelli, prima di deformarsi ognuno a modo proprio, e se è possibile che il proiettile lungo 31 mm sia davvero un proiettile 5,56 Nato deformato.

Il fisico, come anche gli esperti balistici, ha rilevato l’assenza di elementi importanti quali il peso del proiettile e una fotografia dello stesso, entrambi elementi molto utili per stabilire l’entità della deformazione e la plausibilità stessa del risultato dell’indagine indiana. Tramite una foto, un esperto balistico potrebbe probabilmente riconoscere il proiettile, mentre un fisico potrebbe trarne informazioni molto utili sulla forma. E anche il peso, confrontato con il peso di un 5,56 Nato, fornirebbe informazioni fondamentali per confermare o meno l’identità tra i due proiettili.

Il fisico intervistato, non conoscendo quindi con precisione la forma del proiettile rinvenuto nel cadavere del pescatore indiano, è dovuto ricorrere a un modello statistico che tiene conto di varie possibili deformazioni (la distribuzione lognormale) e ha determinato un p. value (cioè, in sostanza, una percentuale di ‘plausibilità’ del fatto che i proiettili possano essere dei 5,56 Nato) del 38 per cento per ognuno dei proiettili.
Una percentuale molto alta, che sicuramente impedisce di escludere l’ipotesi di partenza, che anzi risulta piuttosto credibile. Secondo il fisico, quell’aumento di altezza del proiettile può essere dovuto a una deformazione. È tranquillamente plausibile – spiega – che il volume del proiettile incriminato, sia uguale a quello di un 5,56 Nato, e che quindi non abbia ‘magicamente’ acquisito massa. Evidentemente l’altezza in più è stata compensata da un forte assottigliamento poco sopra la base. Come infatti è scritto nei documenti indiani, il proiettile era «irregolarmente compresso ai lati della base».

Il fisico – si ricorda – ha potuto solo fornire una percentuale di plausibilità, dal momento che, non disponendo del peso del proiettile, né potendo osservare la sua precisa forma, non ha potuto calcolare il volume senza delle approssimazioni statistiche.

CONCLUSIONI

La conclusione che è logico trarre in base al parere dei tre esperti balistici e del fisico, è che quei proiettili non scagionano i due marò.

Questo non significa che si possa escludere l’innocenza dei soldati, né che sia certo che quei proiettili siano proprio dei 5,56 Nato. Semplicemente, non esistono delle prove solide che indicano che quei proiettili non possano essere quelli dei nostri militari.

D’altra parte, è giusto osservare che tutte le presunte prove a carico dei marò sono in mano solo all’India. L’Italia – lo conferma l’assistente dell’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi – non ha mai avuto nemmeno le fotografie dei proiettili, e tantomeno i carabinieri hanno potuto esaminarli. Li hanno solo visti di sfuggita, sigillati in delle buste.

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