«Al vincitore spetta il bottino», dichiarò William L. Marcy, senatore degli Stati Uniti, di New York, nel 1832. Con queste parole, difendeva la prassi, soprannominata spoils system, di assumere amici e conoscenti politici in caso di vittoria elettorale, come se qualcuno l’avesse concepita proprio con quell’intento.
Le critiche contro questo slogan iniziarono subito e si protrassero per mezzo secolo. Poi arrivò la riforma della Pubblica Amministrazione nel 1883. L’obiettivo era rendere i dipendenti pubblici imparziali e dar vita a un sistema efficiente, lontano dai favoritismi. Il progetto mirava a rendere lo Stato – soprattutto il ramo esecutivo – stabile e duraturo. All’epoca, questo forse aveva un senso. La corruzione del vecchio sistema era ampiamente nota. La lotta per ottenere un impiego governativo diventava feroce dopo ogni elezione. È una dinamica che persiste ancora oggi, quindi non si può dire che lo spoils system sia stato veramente cancellato. Anzi, è più presente che mai.
In realtà, il nuovo sistema ha generato burocrazie gigantesche. Tutto è iniziato con la Grande Guerra e l’introduzione dell’imposta sul reddito. La macchina è cresciuta a dismisura, esplodendo durante il New Deal e la Seconda Guerra Mondiale. A un certo punto, che sia stato all’inizio o più recentemente, la buocrazia è diventata più potente e influente nella vita degli americani comuni rispetto allo Stato eletto.
Questo Stato nello Stato è emerso in gran parte senza incontrare ostacoli costituzionali né particolari resistenze giuridiche o legislative: ha continuato a espandersi, mentre ogni generazione percepiva istintivamente di avere sempre meno controllo sulla macchina pubblica. Si votavano nuovi leader per cacciare i farabutti, ma questi nuovi capi non riuscivano a prendere il controllo del sistema che volevano riformare: i farabutti erano inchiavardati alla sedia.
Il problema del sistema nato nel 1883, è che ha eliminato l’aspetto più importante dello spoils system: non è solo questione di chi assumi, ma della possibilità di mandar via il personale della precedente amministrazione. Che invece resta al suo posto, perpetua le stesse politiche, nasconde corrispondenza e dati, e sfrutta la propria conoscenza della burocrazia per ostacolare la nuova amministrazione.
Si scopre così che il vero scopo della riforma della Pubblica Amministrazione era costruire un sistema di impiego permanente, ipertrofico e infine mastodontico, che minasse la democrazia dall’interno. Se la nuova amministrazione, eletta dal popolo, non ha un controllo effettivo sulle agenzie e sui burocrati che le compongono, il potere di chi ha votato viene di fatto svuotato: la democrazia diventa una finzione.
Mi dispiace dover constatare che questo sembra essere stato il destino della maggior parte delle democrazie occidentali negli ultimi cento anni. Può sembrare un’affermazione estrema, ma è la verità. Questi Stato nello Stato è diventato la classe dominante, spesso operando su scala mondiale, eppure passa quasi inosservato agli occhi della gente e dei giornalisti. Anzi, questi poteri forti collaborano efficacemente con la stampa mainstream per fare propaganda e bloccare qualsiasi riforma sostanziale. È una dinamica che va avanti da decenni.
Ho cercato nella letteratura accademica informazioni su questa sorprendente rivelazione, e sono sbalordito dalla scarsa comprensione che emerge. Murray Rothbard, come storico, è una delle rare eccezioni. Il suo saggio del 1995, Burocrazia e servizio civile negli Stati Uniti, è uno degli ultimi lavori di ricerca seri che ha pubblicato. È senza dubbio il miglior contributo storico sull’argomento finora scritto. Purtroppo, il testo si chiude negli anni Novanta con le espressioni di sconforto dei riformatori, che ammettono di aver fallito: volevano che “i tecnici” gestissero tutto, neutralizzando le aspirazioni democratiche della massa populista. Invece, hanno consolidato proprio le politiche che detestavano di più, finendo col creare un sistema ancora peggiore.
Malgrado le loro proteste, il sistema è sopravvissuto perché, ovviamente, nessuno sapeva come ripristinare il vecchio spoils system. Per quanto fosse imperfetto, almeno includeva un meccanismo che permetteva al sistema di autocorreggersi. Quando un’amministrazione sbagliava clamorosamente, il governo successivo arrivava e ripuliva i ranghi della burocrazia. Questo consentiva alla democrazia di autoripararsi.
Con il nuovo sistema, però, non c’era alcun meccanismo per estirpare i problemi, che si accumulavano, governo dopo governo, peggiorando anno dopo anno. Questo è in sostanza il riassunto di ogni amministrazione da Theodore Roosevelt a oggi. E nessuno ha ancora trovato una soluzione.
E qui entra in scena la seconda amministrazione Trump. Sconfitta da questa burocrazia al primo mandato, ha avuto quattro anni per pianificare il ritorno. Un elemento centrale di questo piano è la ferma determinazione a ripristinare la democrazia a scapito di questo Stato nello Stato. In altre parole, il secondo mandato di Trump rappresenta il primo governo eletto in oltre cento anni seriamente intenzionato a essere “il Governo”.
Dall’elezione, si è assistito al più grande e certamente più astuto tentativo nella storia della democrazia industrializzata di epurare la burocrazia. L’amministrazione Trump lo ha fatto offrendo incentivi all’uscita, accettati forse dal 5% dei dipendenti. Poi ha eliminato la contrattazione collettiva, liberando i lavoratori dall’obbligo legale di versare quote ai loro sfruttatori. Infine, ha iniziato a sopprimere intere divisioni e agenzie.
Sto scrivendo nel giorno in cui Robert F. Kennedy Jr. ha licenziato oltre 20 mila dipendenti dal ministero della Sanità, dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, dalla Food and Drug Administration e dai National Institutes of Health. È solo un inizio, ma è straordinario. Questi licenziamenti saranno ovviamente tutti oggetto di ricorso in tribunale. La Corte Suprema dovrà decidere se e in che misura il presidente e i suoi incaricati abbiano davvero potere sulle agenzie esecutive e sul loro personale.
Potrebbe sembrare una domanda banale: il presidente è davvero il capo del ramo esecutivo? Ma, incredibilmente, la Corte Suprema finora non ha mai dato una risposta chiara. Principalmente perché lo Stato nello Stato era cresciuto sotto gli occhi di tutti, senza che un singolo politico di rilievo fosse stato in grado di sfidarlo concretamente.
Ora, finalmente, quel giorno è arrivato. Ciò che l’amministrazione Trump ha realizzato potrebbe davvero segnare un’epoca. Speriamo che sia solo l’inizio del processo. Lo spoils system deve tornare. E non perché sia perfetto, ma perché offre un meccanismo per consentire alla democrazia di correggere se stessa. Il processo di riforma è finalmente iniziato e l’errore di quasi 150 anni può essere corretto. Come dimostrato da Murray Rothbard nel suo magistrale articolo. I riformatori originari probabilmente approverebbero.
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