Tutti i canadesi dovrebbero esultare, dato che l’Online Harms Act del governo federale liberale è morto [l’Online Harms Act era un disegno di legge del governo canadese per “regolare” i contenuti dannosi online, come odio, bullismo e violenza, imponendo obblighi alle piattaforme social e aumentando le pene per crimini d’odio fino all’ergastolo, ndt]. Ma non è il momento di abbassare la guardia. Se vogliamo difendere la libertà individuale e la libera espressione, dobbiamo tornare ai principi fondamentali, alla saggezza medievale di san Tommaso d’Aquino.
L’Online Harms Act è caduto quando il Parlamento è stato sospeso nel 2024. Era stato ideato per allargare la definizione di crimini d’odio, permettere arresti domiciliari per reati futuri, istituire un Ente per la Sicurezza Digitale sui social e portare le pene per odio addirittura fino all’ergastolo. Questa proposta andava ben oltre i precedenti tentativi di limitare la libertà di parola dei canadesi e segnava un’evoluzione chiara, iniziata con le prime leggi sull’odio negli anni ’70.
Misure come queste riflettono il “positivismo giuridico”, ovvero la convinzione che i diritti esistano solo se concessi dai governi. Da questa prospettiva, non esistono diritti “inalienabili”. Qualsiasi governo può ridurli, modificarli o cancellarli con leggi approvate legalmente.
Se lo Stato decide da solo “l’ampiezza” dei diritti, nulla impedisce a un futuro governo di modificarli ancora di più, magari cambiando le definizioni di “odio” per zittire ogni dissenso.
Il rimedio al positivismo giuridico è la legge naturale, e il suo più grande difensore fu san Tommaso d’Aquino. Nato a Roccasecca in provincia di Frosinone, nel 1225, ultimo di otto figli del Conte d’Aquino e della Contessa di Teano, a 5 anni fu mandato a studiare dai frati benedettini. Lì studiò teologia e filosofia, facendosi notare per la sua mente brillante e curiosa. Il suo maestro, sant’Alberto Magno, predisse che le sue opere un giorno avrebbero risuonato nel mondo.
San Tommaso d’Aquino è diventato celebre per aver unito la teologia cristiana alla filosofia di Aristotele. Nei suoi scritti sulla legge naturale, sostiene che le leggi statali devono rispettare un ordine morale oggettivo, evidente nella natura umana e comprensibile con la ragione. Per lui, la libertà di parola non è solo un diritto moderno: è un diritto umano inalienabile, perché favorisce il bene morale della ricerca della verità e della conoscenza tramite lo scambio di idee, permettendo a tutti di partecipare pienamente alla società.
San Tommaso riconosce che qualche limite alla parola sia necessario, come l’incitamento alla violenza. Ma il suo pensiero rifiuta che i governi possano restringere la libertà di espressione basandosi su criteri soggettivi come “offensività” o “danno sociale”.
Da questa prospettiva, il diritto alla libera espressione è assoluto, nel senso che non può essere cancellato o modificato semplicemente da uno stato.
L’odio, per quanto ripugnante, va affrontato con le argomentazioni, non con la censura. Pensare che vietare certe idee le elimini definitivamente non ha alcun senso: le nasconde e basta, alimentando soltanto rancore. Come ha osservato John Stuart Mill: la verità vince sempre nel dibattito in cui le falsità si smascherano con la ragione, non con la forza dello Stato.
Il fatto che le attuali leggi canadesi sull’odio siano così vaghe è il loro difetto più evidente. Nel 1990, il giudice della Corte Suprema Beverley McLachlin aveva evidenziato che le definizioni legali di odio sono incerte, e si basano su distinzioni fumose in un bilico tra “avversione” e “disprezzo”. Questa ambiguità dà ampio spazio a giudici e funzionari, portando a sentenze incoerenti e applicazioni della legge a sfondo politico.
Se i giuristi non si mettono d’accordo su cosa sia l’odio, come possono i cittadini rispettare queste leggi senza temere delle conseguenze? Il positivismo giuridico ha portato a vedere di mal grado alcune idee specifiche. Le idee considerate comuni dieci anni fa, come opporsi all’ideologia di genere, oggi alcuni attivisti le bollano come “odio”. È così che le società libere scivolano verso l’autoritarismo: non con decreti improvvisi, ma con restrizioni graduali mascherate da “sicurezza” e “bene sociale”.
La legge canadese non è sempre stata così slegata dai principi morali. La Carta dei Diritti e delle Libertà, per esempio, si apre riconoscendo «la supremazia di Dio e lo stato di diritto». E il motto su cui è stato fondato il Canada, “A Mari Usque Ad Mare” (“Da mare a mare”), viene dal Salmo 72:8. Eppure, col tempo, questi pilastri fondamentali sono stati progressivamente messi da parte per un approccio positivista che vede i diritti come privilegi da concedere o togliere a piacimento.
Per salvare la libertà di parola, il Canada deve riaffermare i principi della legge naturale, riconoscendo che i diritti esistono oltre i decreti legislativi e non possono essere scavalcati dalle mode sociali. Significa resistere alla tentazione di criminalizzare la parola per delle idee soggettive e promuovere una cultura di dibattito aperto, dove anche idee offensive o sbagliate si affrontano e si smentiscono: non si soffocano.
L’Online Harms Act sarà pure morto, ma la filosofia pericolosa che l’ha generato è viva e vegeta. E se non stiamo attenti, rischiamo che prima o poi una cosa del genere si ripresenti.
Morrigan Geleynse è una studentessa al primo anno di scrittura inglese alla Redeemer University di Hamilton, Ontario. Estratto da un saggio pubblicato su C2CJournal.ca.
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