Perché io non sono più vegana

di Redazione ETI/Mollie Engelhart
28 Marzo 2025 10:35 Aggiornato: 28 Marzo 2025 11:33

Io credevo che il veganismo fosse la risposta al cambiamento climatico, alla crudeltà perpetrata sugli animali, alla mia salute e quella del pianeta. Come chef vegana di successo a Los Angeles, avevo messo in piedi ristoranti, una reputazione e uno stile di vita basati sull’idea che evitare i prodotti animali facesse parte di un grande valore etico.

La mia passione per l’ambiente mi ha spinto ad avviare una fattoria, oltre che per gestire gli avanzi dei miei locali. Sono la fondatrice ed ex chef di Sage Vegan Bistro, in seguito diventato Sage Regenerative Bistro. Le mie intenzioni sono sempre state semplici: coltivare, sfamare le persone, riciclare gli avanzi e ridare vita alla terra.

Ma più mi immergevo in quel sistema, più notavo le crepe nell’ideologia che avevo sposato. Vivere in campagna e coltivarmi il cibo da sola mi ha aperto gli occhi. Ho capito che la versione di “etica alimentare” che avevo abbracciato e promosso era piena di buchi. Ho visto cosa serve per coltivare gli avocado: migliaia di scoiattoli da intrappolare o ammazzare per proteggere queste piante. Ho inoltre scoperto da dove vengono certi fertilizzanti: sangue, ossa, piume e scarti dello stesso sistema industriale che noi dicevamo di boicottare.

Ho capito che non esiste un piatto senza sangue, senza sacrificio. Questa verità non l’ho letta in un libro né vista in un film: me l’ha insegnata la vita reale, piantando, raccogliendo, difendendo i raccolti, osservando come vita e morte scorrevano ogni giorno nel terreno.

L’idea che il veganismo fosse immune dal male e che fosse così “estraneo” al ciclo della morte, stava già cominciando a crollare, quando ho conosciuto dei miei vicini: dei piccoli agricoltori. Quel tipo di agricoltori che lavorano con e non contro gli animali, e che quindi li rispettano. Ho visitato le loro fattorie, fatto domande di ogni tipo, e piano piano sono diventata una di loro, passando da spettatrice a protagonista.

E in quel momento ho visto le cose più chiaramente. Il vero terreno fertile non nasce da campi sterilizzati o intrugli di laboratorio, ma dagli animali, da loro legame con la terra, dal letame e da microbi e da sistemi più piccoli, ma vivi. I campi di monocoltura che ammiravo per la loro efficienza, erano in realtà dei deserti ecologici: niente insetti, uccelli, nessuna diversità. Un ambiente dove niente circolava e tutto si esauriva.

Ma quando invece vedi animali come mucche che pascolano, galline che razzolano, maiali che scavano, costruisci un ecosistema. Queste cose si sostengono l’una e l’altra, con il terreno che “prende vita”, con un certo ritmo, come se provenisse da un ordine divino. Ogni tassello ha il proprio posto, la morte di uno permette la vita di un altro, e partecipare e assistere a quel ciclo ti piega, ti insegna: ti cambia.

Io non ho abbandonato il veganismo perché ho smesso di amare gli animali. Al contrario: l’ho fatto perché ho iniziato ad amare di più tutto quanto l’ecosistema: da ciò che viene prima che il latte di mandorla arrivi sullo scaffale, all’acqua, al terreno, il lavoro, gli scarti, e soprattutto la serie di conseguenze negative che le ideologie “etiche” spesso nascondono.

Ho capito che il cibo non è solo benzina o politica: è relazione, intimità con la terra. E come ogni legame vero, richiede sacrificio, onestà e responsabilità.

Oggi vivo a tempo pieno sulla terra con mio marito e i nostri figli. L’unico ristorante che ho adesso è Il Fienile, qui alla fattoria. Coltiviamo quello che serviamo ai clienti. I miei figli capiscono vita e morte meglio di quanto facessi io alla loro età, in un modo più profondo e radicato, perché vivono queste cose direttamente. La mia paura della morte, forse, era il motivo per cui il veganismo mi attirava tanto. Ma ora ho capito che nascondersi dalla morte non ci rende migliori eticamente parlando, anzi ci scollega, ci rende meno sinceri, meno umani.

Ho capito che “rigenerare” non è solo un modo di coltivare: è un modo di vedere. Vuol dire assumersi ogni responsabilità del nostro ruolo nel ciclo della vita. È fondamentale conoscere chi coltiva, cosa mangi e da dove viene, vivendo queste cose in prima persona.

Soprattutto, è questione di umiltà: lasciare andare dogmi e stringere un legame autentico con la natura. Non è una strada per tutti, sicuramente, ma vedo che qualcosa si sta già muovendo. Lo capisco quando qualcuno viene al nostro ranch e scopre cosa significa davvero mangiare, e cosa c’è dietro. Lo vedo negli occhi dei bambini che tirano su carote e le sgranocchiano subito. Lo noto in chi munge una mucca per la prima volta e torna a casa cambiato in qualche modo.

Ci hanno fatto credere che sistemi alimentari asettici ed etiche campate per aria siano la cosa più avanzata, più giusta e più moderna. Per me è il contrario: il vero passo avanti è riprendere il nostro posto nel ciclo naturale della vita, e non allontanarcene.

La buona notizia? Il cammino per tornare è già qui, sotto i piedi: nel terreno, nelle comunità, nei rapporti che intrecciamo con la terra e tra di noi.

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