Non convince il piano di rilancio dei consumi del regime cinese

di Christopher Balding per ET USA
3 Aprile 2025 19:00 Aggiornato: 3 Aprile 2025 19:00

Tralasciando le sfide geopolitiche legate a Trump, Pechino si trova a fronteggiare un contesto economico tutt’altro che semplice. Sebbene i dati ufficiali vantino un tasso di crescita del 5%, quasi nessuno, nemmeno i sostenitori più convinti, ritiene quei numeri credibili. Molti analisti infatti spingono per un cambiamento verso una crescita più equilibrata, puntando sul rafforzamento dei consumi, dal momento che gli investimenti attuali dipendono in gran parte dai finanziamenti statali per stimolare l’economia.

Ma riusciranno i funzionari del Partito comunista cinese a dare una spinta alla spesa interna del Paese? Il Pcc è consapevole delle difficoltà che gravano sull’economia. Sebbene con un certo ritardo, Pechino sembra riconoscere, o perlomeno ammettere, che i consumi dovrebbero aumentare, se non altro per compensare il calo dell’industria.

A tal fine, il Consiglio di Stato e il Comitato centrale del Pcc hanno pubblicato un documento intitolato “Piano d’azione per rilanciare i consumi”, con l’obiettivo di indirizzare Pechino verso un percorso per riequilibrare la propria economia. Tuttavia, nonostante l’enfasi con cui è stato presentato, appare improbabile che questo piano possa modificare in modo significativo la traiettoria dell’economia cinese. Questo perché, anche se ricco di iniziative burocratiche, il documento manca di una reale comprensione del problema di fondo.

A prima vista, il piano include numerose misure pensate per stimolare i consumi. Tra le proposte figurano l’aumento del salario minimo, la riduzione dei ritardi nei pagamenti delle retribuzioni, il rilancio del mercato azionario, l’erogazione di sussidi agricoli, l’aumento delle pensioni, il finanziamento dell’assistenza all’infanzia, gli incentivi per la sostituzione di elettrodomestici e il supporto per le residenze destinate agli anziani. In molti casi, si tratta in effetti di interventi utili, ma il vero problema è che il piano non affronta né riconosce la causa principale dello squilibrio.

Il fattore principale che induce le famiglie cinesi a risparmiare sembrerebbe dovuto all’assenza di una assistenza sociale, come assicurazione sanitaria, tutela contro la disoccupazione e sicurezza per gli anziani. Questo fenomeno, definito dagli economisti “risparmio precauzionale”, rappresenta una delle ragioni fondamentali dell’elevata propensione delle famiglie ad accumulare risorse. La nota positiva è che il piano messo a punto dal governo di Pechino introduce alcune misure per affrontare, almeno in parte, queste carenze.

Tuttavia, a un livello più profondo, il documento non riesce a intervenire sulle cause strutturali della scarsa propensione al consumo, legate a vincoli politici ed economici, e rischia addirittura di aggravare i problemi esistenti.

I consumatori cinesi, così come tutti i settori del Paese, devono fare i conti con un forte indebitamento. Sebbene alcuni sottolineino che il rapporto tra debito e Pil appaia contenuto, suggerendo che il problema non sia eccessivo, la realtà è che il reddito delle famiglie è basso rispetto al Pil. Di conseguenza, il rapporto tra debito e reddito disponibile in Cina risulta tra i più alti al mondo, superando persino quello degli Stati Uniti. È evidente che consumatori così gravati dai debiti non siano propensi a spendere senza freni.

Pur riconoscendo problemi come le pensioni troppo basse, il piano non offre soluzioni concrete. Nelle aree rurali della Cina, ad esempio, i pensionati ricevono meno di 200 yuan al mese (circa 27 euro). L’assicurazione sanitaria copre solo le spese minime, e l’indennità di disoccupazione è difficile da ottenere per molti, soprattutto per chi lavora fuori dalla propria provincia di residenza, il cosiddetto hukou. Qualche aumento simbolico delle pensioni non risolveranno sicuramente la questione.

Il problema principale del piano, però, deriva dal suo ulteriore rafforzamento del controllo statale. L’economia cinese rimane profondamente squilibrata proprio a causa del dominio dello Stato sull’industria e sulla spesa, tanto che molti settori sopravvivono solo grazie ai sussidi. Questo piano aumenta ancora di più la dipendenza dai finanziamenti pubblici per i settori privilegiati che riceveranno delle agevolazioni: agricoltori, coppie con figli e interventi di riqualificazione delle aree urbane degradate. Alcuni programmi assurdi benificiano di assistenza statale anche senza una reale necessità, come quello per il turismo sulla neve o per l’acquisto di droni.

Per dare equilibrio all’economia cinese, i consumi dovrebbero crescere più rapidamente rispetto ai settori aziendale e pubblico. Il piano, tuttavia, si limita a trasferire risorse dallo Stato ai cittadini, suggerendo che la spesa pubblica continuerà a espandersi allo stesso passo dei consumi. In pratica, queste misure non intaccano lo squilibrio strutturale e, anzi, contribuiscono a consolidarlo

Per riequilibrare l’economia cinese, i consumi dovrebbero crescere a un ritmo più sostenuto rispetto al settore aziendale e a quello pubblico. Questo piano, però, si limita a spostare risorse dallo Stato ai cittadini, lasciando intendere che la spesa pubblica continuerà ad aumentare in parallelo con i consumi. Di fatto, queste misure non colpiscono lo squilibrio di fondo e, al contrario, finiscono per radicarlo ulteriormente.

Non si possono curare i sintomi di un’economia comunista senza affrontare il mostro nella stanza: il comunismo stesso.

 

 

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