Meloni e Trump insieme per stabilizzare il Mediterraneo

di Agenzia Nova
3 Aprile 2025 10:49 Aggiornato: 3 Aprile 2025 10:49

Il ritorno degli Stati Uniti e dell’Italia al centro della diplomazia libica potrebbe rappresentare una svolta cruciale per sbloccare il decennale stallo politico tra il governo di unità nazionale con sede a Tripoli e la Camera dei deputati a Bengasi.

È quanto sostiene in un’analisi pubblicata dall’Atlantic Council il ricercatore Yaseen Rashed, secondo cui il contesto attuale – segnato dall’imminente apertura di gare per l’esplorazione energetica e da un crescente attivismo di attori esterni come Russia, Cina e Turchia – impone una rinnovata iniziativa da parte dei due partner transatlantici. La National Oil Corporation ha annunciato a gennaio l’intenzione di lanciare a breve una gara pubblica per l’assegnazione di nuovi blocchi di esplorazione, la prima dal 2007. L’iniziativa rappresenta un’opportunità significativa per attrarre investimenti stranieri nel settore energetico del Paese, che genera circa il 60 per cento del Pil nazionale, il 94 per cento delle esportazioni e il 97 per cento delle entrate pubbliche. Tuttavia, l’instabilità istituzionale e la frammentazione del potere rendono incerta la capacità della Libia di offrire garanzie sufficienti agli investitori.

Secondo Rashed, senza una soluzione politica che riduca il potere coercitivo delle milizie e definisca un quadro condiviso per lo sfruttamento delle risorse, ogni investimento rischia di essere compromesso da blocchi improvvisi, ricatti o influenze esterne. Un ruolo centrale in questo scenario lo gioca il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale libico e cittadino statunitense, che da anni esercita il controllo di fatto sulle principali infrastrutture petrolifere della Libia orientale e sud-occidentale. Recenti inchieste giornalistiche hanno evidenziato come Haftar abbia concluso accordi con la Cina per la fornitura di droni da combattimento in cambio di petrolio, in violazione dell’embargo Onu sulle armi.

La crescente influenza di Russia e Cina, che si traduce anche in accordi infrastrutturali come la costruzione della ferrovia Sirte-Bengasi, e il coinvolgimento turco nelle aree controllate dal Governo di unità nazionale, pongono Roma e Washington di fronte a una scelta strategica. Per Rashed, solo una rinnovata azione diplomatica congiunta – sostenuta da strumenti di pressione come sanzioni mirate ai “kleptocrati” libici – può promuovere un processo politico inclusivo, credibile e tecnocratico, in grado di condurre il Paese alle elezioni.

L’Italia, con il Piano Mattei per lo sviluppo dell’Africa, ha già indicato la Libia come partner chiave nella propria strategia energetica. Sebbene l’instabilità abbia sinora limitato l’impegno di Roma, Eni ha ripreso le attività di esplorazione nel bacino di Ghadames e resta un attore potenzialmente decisivo per lo sviluppo del settore. La vicinanza geografica e la qualità del greggio libico – un “sweet crude” a basso contenuto di zolfo – offrono all’Italia vantaggi competitivi in termini di costi e tempi di trasporto rispetto ad altri fornitori nordafricani.

Per Trump, che ha già dimostrato disponibilità a strategie “fuori dagli schemi” in politica estera, la Libia potrebbe rappresentare un’occasione per ottenere un “successo” diplomatico in un quadrante cruciale. La sua precedente relazione con Haftar, unita alla leva esercitabile in quanto Paese di cittadinanza del generale, potrebbero favorire un negoziato diretto sul futuro ruolo del leader dell’est. L’obiettivo, secondo Rashed, dovrebbe essere la costruzione di un percorso di transizione guidato da esperti libici, con scadenze definite e limitazioni precise ai poteri delle figure coinvolte. Un simile approccio, che escluda gli attori che hanno bloccato il processo negli ultimi anni, richiede un impegno forte e coordinato degli Stati Uniti e dell’Italia, con una visione che metta al centro gli interessi strategici condivisi: sicurezza energetica, contrasto all’influenza russa e cinese, e stabilità regionale.

La posta in gioco è alta. Oltre al rilancio economico, la Libia può contribuire a calmierare i prezzi internazionali del greggio – tema su cui Trump ha già espresso posizioni dure nei confronti dell’Opec – grazie a un potenziale aumento della produzione da 1,2 a 2 milioni di barili al giorno entro la fine del 2025, secondo quanto dichiarato dal ministro del Petrolio ad interim del Gun, Khalifa Abdulsadek. Ma tutto ciò resta subordinato alla capacità di superare lo status quo. Senza un’iniziativa decisa, conclude Rashed, la Libia rischia di diventare sempre più terreno di scontro tra potenze rivali, allontanandosi definitivamente da ogni prospettiva di ricostruzione e sviluppo.

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