Il 2 aprile 2025 passerà alla Storia come il nuovo “D day”: il “Dazio-day” che sta mettendo aziende, mercati e governi in fibrillazione e seminando il panico per un terremoto economico a livello mondiale che non è affatto sicuro si verifichi realmente.
Donald Trump, che invece lo chiama il «Giorno della Liberazione», ha dichiarato che i dazi avranno ripercussioni su tutti i partner commerciali, ma che alcune nazioni saranno più colpite a causa dei loro elevati squilibri commerciali con gli Stati Uniti e delle significative barriere che di fatto impongono all’ingresso dei prodotti americani nei propri mercati. Tra le nazioni e aree più colpite figurano Cina, India, Unione Europea, Canada, Messico, Regno Unito, Vietnam, Giappone e Corea del Sud.
Il presidente degli Stati Uniti svelerà i dettagli del suo piano di dazi mercoledì pomeriggio (ora locale), durante un evento alla Casa Bianca. A mercati chiusi.
IL PANICO DEI MERCATI
Nel frattempo (immancabilmente) i mercati finanziari sono caduti nel panico, perdendo migliaia di miliardi di dollari di valore nelle ultime settimane. Gli investitori temono che i dazi possano far ripartire l’inflazione e rallentare la crescita economica, e alcuni sondaggi suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero cadere in recessione; il Nasdaq Composite, l’indice di Borsa dei titoli tecnologici, è crollato del 5% a marzo; il Dow Jones Industrial Average è sceso di circa l’1% il mese scorso; l’indice S&P 500 ha perso il 3% nel primo trimestre; i prezzi dell’oro (il “bene rifugio” per eccellenza) hanno continuato a crescere rispetto all’anno scorso, toccando un massimo storico di 3.100 dollari l’oncia; i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitense sono diminuiti dopo il picco di metà gennaio; l’indice del dollaro statunitense (Dxy) che misura il valore del biglietto verde rispetto a un paniere di valute, è calato del 4% da inizio anno.
IL PERCHÉ DEI DAZI
Parlando ai reporter nell’Ufficio Ovale, il 31 marzo, Trump ha precisato che i suoi dazi saranno comunque inferiori rispetto a quelli applicati da altre nazioni agli Stati Uniti: «noi saremo molto gentili, in confronto a quello che ci hanno fatto loro».
Il 13 febbraio, quando Trump ha presentato la decisione dei dazi, l’ha definita un «piano equo e reciproco» per il commercio, che prevede di aumentare i dazi americani fino a eguagliare le barriere all’ingresso imposte da altre nazioni ai prodotti statunitensi; barriere che, oltre ai dazi in senso stretto, includono imposte sul valore aggiunto, politiche valutarie e altre restrizioni che, nonostante siano meno evidenti dei dazi, sono altrettanto efficaci nel rendere i prodotti americani non convenienti per i consumatori del resto del mondo.
Secondo una stima della società di consulenza PwC, i dazi potrebbero far crescere le entrate degli Stati Uniti da 76 miliardi di dollari annui a quasi 697 miliardi. Un obiettivo principale è quello di invertire il deficit commerciale che gli Stati Uniti registrano da decenni: dal 1976, gli Usa chiudono ogni anno in disavanzo commerciale. Nel 2024, il divario commerciale di beni e servizi ha superato i 918 miliardi di dollari, segnando un aumento del 17% rispetto al 2023.
Molti fattori hanno contribuito a questa tendenza lunga mezzo secolo: il basso tasso di risparmio privato, ad esempio, ha reso gli Stati Uniti più dipendenti dal capitale straniero per finanziare gli investimenti, e il vantaggio competitivo dei mercati esteri, soprattutto in termini di costi del lavoro più bassi, ha favorito l’importazione di prodotti per alimentare il vorace consumo interno del popolo americano.
I funzionari della Casa Bianca, tra cui il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer, ritengono che i dazi possano contribuire a ridurre questo deficit commerciale cronico, anche perché il deficit commerciale «rappresenta, in gran parte, posti di lavoro manifatturieri trasferiti all’estero», ha puntualizzato Greer alla Commissione Finanze del Senato in febbraio.
Nel 2024 la Cina era al primo posto, con un avanzo commerciale nei confronti degli Stati Uniti pari a 295 miliardi di dollari, seguita da Unione Europea (236 miliardi), Messico (172 miliardi), Vietnam (124 miliardi), Taiwan (74 miliardi) e Giappone (69 miliardi).
I SETTORI PIÙ COLPITI
Gli economisti sostengono che questi cambiamenti radicali nella politica commerciale dell’America avranno il maggiore impatto sui settori che tradizionalmente hanno beneficiato di dazi bassi o nulli. La produzione automobilistica in Canada, Germania, Giappone e Messico potrebbe subire il colpo più duro. Il settore automobilistico rischia lo shock a causa dei dazi imposti su acciaio, alluminio, veicoli stranieri e componenti auto. Anche il settore petrolifero e del gas canadese dovrebbe essere fortemente penalizzato: gli Stati Uniti importano oltre 4 milioni di barili di greggio al giorno dal Canada, un volume significativamente aumentato rispetto a 15 anni fa.
Trump, al suo insediamento, aveva già imposto dazi punitivi alla Cina anche in rappresaglia all’inazione del regime cinese rispetto al traffico di fentanil verso gli Stati Uniti. Ora, con l’introduzione degli ulteriori dazi “economici”, la Cina potrebbe subire gravi danni alle sue esportazioni di smartphone e di batterie al litio, le due categorie di prodotti più esportati verso gli Stati Uniti. Altri settori che subiranno impatti significativi includono farmaci e attrezzature sanitarie, provenienti principalmente da India, Irlanda e Svizzera.
Quanto all’Unione Europea, che rappresenta circa un quinto delle importazioni statunitensi, Mary Park Durham, analista di JPMorgan Chase osserva: «Sebbene Stati Uniti e Ue abbiano dazi mediamente simili, rispettivamente del 3,4% e del 4,1% sulle importazioni reciproche, risultano delle disparità a livello di singoli prodotti». E infatti l’Amministrazione statunitense ha messo in evidenza, ad esempio, come l’Iva europea sia considerabile alla stregua di un dazio, perché – diversamente dall’Iva americana – è una tassa al consumo sostenuta in ogni passaggio della filiera e pagata poi dal consumatore finale al momento dell’acquisto.
Il tasso medio dell’Iva nell’Ue è del 20%, negli Stati Uniti è 6,6%. Un abisso.
«Ovvio che la Germania venda a noi otto volte più macchine di quante gliene vendiamo noi!» ha dichiarato un funzionario della Casa Bianca ai giornalisti in febbraio.
Poi ci sono i mercati emergenti, come Brasile e India, che mantengono dazi medi più elevati dell’Ue su tutte le importazioni, ovviamente per difendere le proprie industrie, e che sono indicati come esempi di pratiche commerciali sleali in un documento della Casa Bianca: il Brasile applica una tassa del 18% sulle esportazioni di etanolo statunitense, rispetto al 2,5% degli Stati Uniti «di conseguenza, nel 2024 gli Stati Uniti hanno importato oltre 200 milioni di dollari di etanolo dal Brasile, mentre hanno esportato solo 52 milioni di dollari verso il Brasile» dice il documento. L’India, invece, impone un dazio del 100% sulle motociclette statunitensi, mentre gli Stati Uniti applicano un’aliquota del 2,4% su quelle indiane, sottolinea la Casa Bianca.
Un’analisi di Bank of America dice che gli Stati Uniti hanno le barriere commerciali più basse tra le nazioni del G20. «Ci hanno sfruttato per 40 anni, forse di più, ma ora basta» ha infatti dichiarato Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One il 28 marzo, sottolineando però di essere «senz’altro aperto» alla possibilità di rimodulare i dazi nei confronti di quelle nazioni che vorranno rimuovere le proprie barriere. Un concetto spesso reiterato da Trump, quello del riequilibrio: obiettivo dell’Amministrazione americana, non è iniziare una guerra commerciale col resto del mondo, ma portare allo stesso livello i due piatti della bilancia commerciale. E alcuni Paesi hanno già iniziato a dimostrarsi aperti in questo senso: l’1 aprile, Israele ha annunciato che eliminerà tutti i dazi sui prodotti americani.
NON SOLO TRUMP
I dazi non sono, evidentemente, il risultato di un colpo di testa del presidente degli Stati Uniti. Diverse figure di massimo livello all’interno dell’Amministrazione hanno avuto un ruolo chiave nella definizione del sistema di dazi poi deciso da Trump: la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato ai giornalisti il 31 marzo che il vicepresidente JD Vance è stato «profondamente coinvolto» nelle discussioni commerciali, e il ministro del Tesoro Scott Bessent, quello del Commercio Howard Lutnick, l’economista della Casa Bianca Kevin Hassett, il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer e il consigliere per il commercio e l’industria Peter Navarro, hanno tutti contribuito a definire questo nuovo regime di dazi.