Il colesterolo non fa così male come si crede

di Redazione ETI/Jennifer Sweenie
5 Aprile 2025 10:11 Aggiornato: 5 Aprile 2025 10:11

In Occidente, le patologie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte per entrambi i sessi, con un decesso ogni 33 secondi. Per decenni, la riduzione del colesterolo Ldl – il cosiddetto colesterolo “cattivo” – è stata indicata come la strategia più efficace per proteggere il cuore. Tuttavia, i dati epidemiologici suggeriscono che questo approccio, da solo, non è sufficiente.

«Il modello attuale appare troppo semplificato e limitato – spiega Nick Norwitz, ricercatore e studente di medicina ad Harvard con un dottorato in fisiologia conseguito a Oxford – L’Ldl è il biomarcatore più usato oggi, ma ne esistono di più significativi».

UNO SGUARDO OLTRE L’LDL

I test del colesterolo, ampiamente diffusi e spesso rassicuranti, non raccontano l’intera storia. Le analisi standard misurano la quantità totale di colesterolo, ma non ne valutano la qualità, la composizione delle particelle o altri parametri metabolici essenziali. Di conseguenza, un risultato “normale” non sempre corrisponde a un rischio basso. Per una valutazione più accurata, è utile ricorrere a test lipidici avanzati.

Le ricerche più recenti invitano a un cambio di prospettiva: concentrarsi esclusivamente sull’Ldl significa trascurare elementi chiave. Le caratteristiche delle particelle di Hdl, i livelli di trigliceridi e lo stato di salute metabolica complessivo risultano determinanti nella prevenzione cardiovascolare. Questo approccio più articolato punta alla personalizzazione delle strategie preventive, con particolare attenzione all’alimentazione e all’attività fisica.

SALUTE METABOLICA E RISCHIO CARDIACO

La salute metabolica rappresenta un indicatore cruciale del benessere generale. Sintomi come affaticamento cronico, aumento della circonferenza addominale o alterazioni nella regolazione della glicemia possono segnalare la presenza di sindrome metabolica, una condizione che raggruppa diversi fattori di rischio: grasso viscerale, trigliceridi elevati, Hdl basso, ipertensione e iperglicemia.

Questi elementi sono spesso interconnessi e riconducibili a un’insulino-resistenza latente. Trigliceridi elevati – spesso associati a un eccesso di carboidrati nella dieta – e livelli di glucosio fuori norma sono tra i primi segnali d’allarme. L’emoglobina glicata (HbA1c) fornisce una panoramica della glicemia media degli ultimi tre mesi, utile per identificare precocemente il rischio diabetico.

«La resistenza all’insulina può svilupparsi 10 o 20 anni prima che l’A1c si alteri, con il corpo che cerca di compensare finché non cede», ha spiegato la dottoressa Shannon Davis, dietista ed esperta di salute metabolica.

L’insulina permette alle cellule di utilizzare il glucosio per produrre energia. Quando le cellule diventano resistenti, la glicemia aumenta, dando origine a complicazioni metaboliche che possono favorire l’insorgenza di infarti, ictus e altri eventi cardiovascolari. In questo contesto, è fondamentale osservare non solo la quantità di colesterolo, ma anche il modo in cui viene trasportato.

COLESTEROLO: CARICO E TRASPORTATORI

Il colesterolo è una sostanza grassa essenziale per la produzione di ormoni e la formazione delle cellule. La maggior parte viene prodotta dal fegato. Tuttavia, ciò che conta è la modalità con cui circola nel sangue.

«Il fegato regola gran parte del colesterolo in circolo, mantenendo un equilibrio naturale – precisa Norwitz – Se si assume più colesterolo con la dieta, il fegato ne produce meno; quando se ne assume meno, ne produce di più».

Essendo insolubile nel sangue, il colesterolo è trasportato da lipoproteine: l’Ldl lo consegna alle cellule, mentre l’Hdl lo riporta al fegato per essere smaltito. In questa analogia, il colesterolo rappresenta il carico e le lipoproteine i trasportatori.

Secondo la dietista Davis, il problema risiede nel comportamento delle lipoproteine, non nel colesterolo in sé. Le particelle Ldl piccole e dense sono più pericolose poiché penetrano facilmente nelle pareti arteriose, favorendo infiammazione e formazione di placca. Le particelle più grandi risultano meno dannose. Al contrario, l’Hdl, con la sua funzione di “spazzino”, aiuta a mantenere pulite le arterie.

UN QUADRO PIÙ AMPIO

Ridurre l’Ldl rimane una strategia utile, ma non sufficiente. Il rischio cardiovascolare è influenzato da una combinazione di fattori, tra cui l’apolipoproteina B (ApoB), una proteina che accompagna il colesterolo nel sangue. Il rischio legato a ApoB e Ldl varia in base al contesto, riferendosi all’interazione tra lipidi, metabolismo e stile di vita.

LIPIDI E LIPOPROTEINE IN DETTAGLIO

Non è solo la quantità delle particelle Ldl a contare, ma anche la loro densità e dimensione. Alcuni studi rilevano una correlazione debole tra Ldl totale e rischio cardiovascolare. Le particelle Hdl più grandi risultano più efficaci nel trasporto del colesterolo al fegato. Uno studio pubblicato su International Journal of Cardiology (gennaio 2024) ha evidenziato che livelli elevati di Hdl piccole sono associati a segni precoci di malattia cardiaca. Un valore elevato di trigliceridi aumenta il rischio cardiovascolare indipendentemente dagli altri marcatori lipidici. Un ulteriore elemento da considerare è la Lipoproteina(a), marcatore genetico particolarmente rilevante nei soggetti con diabete.

IL RUOLO DEL METABOLISMO

La regolazione della glicemia ha un impatto diretto su colesterolo e infiammazione. Anche valori glicemici nella norma possono celare un rischio aumentato. Un esempio è rappresentato dalla dieta chetogenica: basata su un basso apporto di carboidrati, induce il corpo a utilizzare i grassi come principale fonte di energia. Sebbene possa aumentare l’Ldl, non promuove la formazione di placca.

L’esposizione cronica a livelli elevati di Ldl nel tempo incrementa la probabilità di aterosclerosi. È quindi cruciale adottare misure preventive fin dalla giovane età. Anche lo stile di vita riveste un ruolo fondamentale: l’attività fisica regolare, un sonno di qualità e una buona gestione dello stress contribuiscono a migliorare la salute metabolica e cardiovascolare.

TEST CARDIOVASCOLARI PIÙ APPROFONDITI

In presenza di dubbi, gli esami standard possono non bastare. Test avanzati permettono un’analisi più dettagliata. È utile valutare il numero e la dimensione delle particelle Ldl, poiché quelle piccole e dense risultano più pericolose. L’ApoB consente di stimare il numero totale di particelle aterogene. La Lipoproteina(a) rappresenta un indicatore del rischio genetico di ostruzioni. Il rapporto tra trigliceridi e Hdl, se elevato, segnala resistenza insulinica. Trigliceridi sotto 100 mg/dl e Hdl sopra 50 mg/dl indicano un buon equilibrio metabolico.

MARCATORI METABOLICI E INFIAMMATORI

È fondamentale monitorare il glucosio a digiuno e l’HbA1c per valutare la glicemia e individuare eventuali segnali di insulino-resistenza. I livelli di insulina possono rivelare squilibri metabolici in fase iniziale. Infine, la proteina C-reattiva ad alta sensibilità rappresenta un utile indicatore di infiammazione silente e può predire eventi cardiovascolari.

STILE DI VITA PER IL CUORE

Sebbene la genetica influenzi il rischio, le abitudini quotidiane sono determinanti. L’esercizio fisico regolare migliora la sensibilità insulinica e la composizione corporea. Più muscoli significano un miglior controllo del glucosio e sensibilità all’insulina.

La dieta gioca un ruolo ancora più incisivo. La dietista Davis critica i regimi poveri di grassi e ricchi di carboidrati, proponendo invece un’alimentazione con pochi zuccheri, ricca di fibre, grassi naturali e proteine animali, supportata da digiuno intermittente. Studi pubblicati nel 2023 su Nutrients confermano i benefici di una dieta chetogenica.

Il rapporto tra grassi saturi e rischio cardiovascolare appare oggi meno netto. Pur aumentando l’Ldl, sembrano favorire particelle meno pericolose. Il colesterolo alimentare, incide poco sui livelli ematici: «Preferirei un uovo a una ciotola di cereali per la salute metabolica» conclude il ricercatore Norwitz.

Focalizzarsi unicamente sull’Ldl è limitante. È essenziale valutare HbA1c, insulina, infiammazione, trigliceridi, Hdl e storia familiare per costruire una strategia personalizzata. Un monitoraggio consapevole di questi indicatori può fare la differenza nella prevenzione.

Le informazioni e le opinioni contenute in questo articolo non costituiscono parere medico. Si consiglia di confrontarsi sul tema col proprio medico curante e/o con specialisti qualificati.

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