Sono passati esattamente 57 anni dal giorno che ha fatto tacere la voce di un sogno, segnando la Storia: la morte di Martin Luther King. Una delle figure più iconiche della Storia americana, un uomo che ha dedicato la vita alla lotta per i diritti degli afroamericani e alla giustizia sociale, all’interno di un sistema razzista.
Nato nel 1929 ad Atlanta, Georgia, Martin Luther King era cresciuto in un Sud segregato dalle leggi Jim Crow, un insieme di normative che, dopo la Guerra Civile, imponevano la separazione tra bianchi e neri in ogni aspetto della vita: dalle scuole ai ristoranti, dalle fontane ai trasporti pubblici. Queste leggi, basate sulla dottrina “separati ma uguali” del 1896, erano in realtà un mezzo per mantenere i neri in condizione di inferiorità, obbligandoli, ad esempio, a cedere il posto ai bianchi sugli autobus o a usare servizi di qualità inferiore. In pratica gli afroamericani pagavano le stesse tasse dei bianchi, ma avevano meno servizi.
King, uomo brillante e profondamente religioso, aveva studiato sociologia e teologia. Influenzato da Gandhi e dalla fede cristiana, si è dedicato a combattere l’ingiustizia razziale senza ricorrere alla violenza. La sua ascesa come leader dei movimenti per i diritti degli afroamericani era iniziata nel 1955, a 26 anni, con il boicottaggio degli autobus di Montgomery.
«I HAVE A DREAM»
Quando Rosa Parks si rifiutò di cedere il proprio posto su un autobus a un bianco, violando le norme locali di segregazione, King in risposta guidò una protesta durata 381 giorni. La comunità afroamericana prese parte a un boicottaggio degli autobus, organizzandosi nonostante gli arresti e le minacce. Alla fine, la Corte Suprema dichiarò anti-costituzionale la segregazione sui trasporti pubblici, segnando la prima grande vittoria di King e facendolo emergere come simbolo nazionale.

Da lì, un’ascesa incontrastata, che vedrà King protagonista di una serie di organizzazioni pacifiche in tutto il Sud, fino ad arrivare alla Marcia su Washington del 28 agosto 1963: un evento epocale con oltre 250 mila persone, dove pronuncerà il suo discorso più famoso, «I Have a Dream»: un’America dove i suoi figli sarebbero stati giudicati «non dal colore della pelle, ma in base al proprio carattere». Un insegnamento che vale oggi più che mai.
LA FINE DI UN SOGNO
Negli ultimi anni, King si oppose alla guerra del Vietnam e lanciò la Campagna dei Poveri per affrontare la povertà, un tema che lo aveva portato a Memphis nel 1968 per sostenere uno sciopero dei netturbini afroamericani. E proprio lì, il 4 aprile del 1968, la sua vita è finita tragicamente.
Sul balcone del Lorraine Motel in cui alloggiava, un colpo di fucile lo ha colpito al volto, uccidendolo a 39 anni. L’assassino, James Earl Ray, è stato arrestato due mesi dopo a Londra e condannato a 99 anni di reclusione.
Ray era stato rapidamente identificato come il principale sospettato: un fucile Remington 30-06 con le sue impronte è stato trovato vicino alla scena del crimine, in un vicolo davanti al Jim’s Grill, un ristorante situato sotto la pensione dove Ray aveva affittato una stanza. Dopo l’omicidio, Ray era fuggito da Memphis usando un passaporto falso per andare in Europa.
LE OMBRE DIETRO ALLA MORTE
Ma Ray poi ritrattò la sua confessione, sostenendo di essere stato incastrato: disse di non aver sparato a King e di essersi inconsapevolmente trovato in una cospirazione. La sua versione più nota ruotava attorno a un misterioso uomo chiamato Raoul. Secondo Ray, Raoul era un trafficante d’armi che lo aveva ingaggiato per acquistare un fucile e portarlo a Memphis, facendogli credere che fosse parte di un’operazione di contrabbando. Ray aveva dichiarato di aver consegnato il fucile a Raoul il giorno dell’assassinio e di essere stato altrove al momento della sparatoria. E che il fucile con le sue impronte era stato lasciato intenzionalmente sulla scena del crimine per incastrarlo.
Tra i primi a nutrire seri dubbi era stata proprio la famiglia di King. Coretta Scott King e il figlio Dexter sostengono che Ray non avesse agito da solo, e puntano il dito verso l’Fbi. Secondo alcuni documenti desecretati, L’Fbi, allora diretta dal controverso J. Edgar Hoover, ha sorvegliato King per anni intercettandolo, diffamandolo e persino inviandogli una lettera che lo incitava al suicidio.
Inoltre nel 1999, la famiglia di King ha denunciato Loyd Jowers, il proprietario del Jim’s Grill, il ristorante situato al piano terra della pensione in cui alloggiava Ray, di fronte al Lorraine Motel a Memphis, dove King è stato assassinato; denuncia presentata dopo che Jowers, nel 1993, aveva dichiarato pubblicamente, in un’intervista al programma Prime Time Live di Abc, di essere stato coinvolto in un complotto per uccidere King, alimentando i sospetti della famiglia che Ray non fosse il vero responsabile, o almeno che non avesse agito da solo.
Jowers ha dichiarato di essere stato pagato 100 mila dollari da Frank Liberto, un personaggio di Memphis che Jowers definiva “mafioso”, per organizzare l’assassinio di King, e di aver assunto un sicario che non era Ray. Ha inoltre affermato di aver ricevuto il fucile usato nell’omicidio da un uomo chiamato Raoul, lo stesso citato da Ray e di averlo nascosto nel suo ristorante dopo lo sparo.
Il ministero della Giustizia degli Stati Uniti, ha riaperto un’indagine nel 1998, completata nel giugno 2000, respingendo le conclusioni del processo, affermando che non vi fossero prove credibili di un complotto, e che le affermazioni di Jowers fossero incoerenti e motivate da interessi economici. Una sorella di Jowers ha poi dichiarato che l’uomo aveva inventato tutto per guadagnare 300 mila dollari vendendo i diritti di una storia inventata.
Comunque sia andata, l’omicidio di Martin Luther King presenta senz’altro una sfumatura kennediana: un’eco di complotti e verità nascoste che ancora oggi lascia sospesi tra il sogno di un uomo e le ombre di un sistema che lo temeva. Non resta che sperare che l’ordine esecutivo del presidente Trump di pubblicare tutti i documenti del caso MLK sveli tutta la verità.
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