Che senso hanno i dazi di Trump?

di Giovanni Donato
5 Aprile 2025 10:23 Aggiornato: 5 Aprile 2025 10:23
Donald Trump ha annunciato la sua raffica di dazi nel Rose Garden della Casa Bianca, definendola «la dichiarazione di indipendenza economica degli Stati Uniti» e uno dei giorni più significativi nella Storia americana: «Per decenni il nostro Paese è stato saccheggiato, depredato e sfruttato da nazioni vicine e lontane, amiche e nemiche allo stesso modo», il presidente degli Stati Uniti individua nella mancanza di reciprocità, ma soprattutto nelle pratiche commerciali sleali, la causa dell’enorme deficit commerciale che «mina» la sicurezza nazionale e l’economica americane.

I “DAZI” NASCOSTI

L’Ufficio del Rappresentante del Commercio Usa, riporta che il dazio medio ponderato degli Stati Uniti sulle importazioni è del 2%, uno dei più bassi al mondo. La Cina applica un dazio medio del 7,5%, l’Ue del 5,1% e il Vietnam del 9,6%. Alcuni Paesi impongono dazi ancora più alti su specifici settori: l’India, ad esempio, applica dazi fino al 20% su prodotti agricoli Usa, mentre il Brasile arriva al 18% su alcuni beni industriali. I dazi reciproci di Trump, come il 10% di base e il 20% sull’Ue, rispondono a questa asimmetria, cercando di riequilibrare di gioco.
Ma l’amministrazione Trump sottolinea che il problema maggiore risiede nelle barriere all’ingresso, più che nei dazi più alti imposti dagli altri Paesi: la Cina, ad esempio, aggira i dazi facendo triangolazioni con Paesi terzi come Cambogia, Indonesia, Thailandia e Vietnam: «il problema con il Vietnam non sono i dazi» spiega infatti un funzionario della Casa Bianca, ma altro, «come il fare da base per il commercio dalla Cina comunista».
Secondo il Peterson Institute for International Economics, tra il 2018 e il 2022 le esportazioni vietnamite verso gli Usa sono cresciute del 60%, in gran parte grazie a investimenti cinesi che delocalizzano la produzione. Il dazio del 46% contro il Vietnam risponde a questo colpo basso del regime cinese, mirando a colpire le merci cinesi camuffate da esportazioni vietnamite.
Israele, che ha annunciato l’eliminazione dei dazi sui beni americani, è stato accusato di furto di proprietà intellettuale nel settore della produzione farmaceutica statunitense; altri limitano le esportazioni agricole americane: il Brasile richiede licenze per importare prodotti agricoli, l’Australia vieta la carne bovina statunitense e il Messico ne limita la quantità importabile.
Insomma: tasse, dumping, sussidi statali, manipolazione valutaria, normative sanitarie e ambientali, requisiti tecnici, barriere burocratiche e regolamenti di ogni genere, dice Trump, impediscono ai beni americani di entrare nei mercati dei partner commerciali, perché questi sistemi indiretti sono spesso difficili da contestare a livello internazionale, ad esempio in sede Wto, visto che si presentano come legittime misure di tutela della sanità pubblica, dell’ambiente, della sicurezza eccetera, mentre in realtà spesso sono strumenti protezionistici.
Il National Trade Estimate Report 2025 del Rappresentante del Commercio, d’altra parte, documenta queste pratiche confermando come di fatto i dazi ordinati da Trump siano una reazione a vari sistemi (deliberatamente) posti in essere per penalizzare le esportazioni americane.

I numeri parlano da soli: il deficit commerciale totale degli Stati Uniti era di 1.200 miliardi di dollari nel 2024, un dato che riflette uno squilibrio strutturale nei rapporti con i partner commerciali. Il Census Bureau e il Bureau of Economic Analysis, nel 2023 stimava il deficit con la Cina in 279 miliardi di dollari (350 miliardi nel 2024) e con l’Ue di 184 miliardi (180 nel 2024). Sempre nel 2024 il deficit verso Vietnam, Giappone, Corea del Sud e i rimanenti 60 Paesi colpiti dai dazi si avvicinava complessivamente a 700 miliardi di dollari.

Senza dubbio, non tutto questo squilibrio commerciale è causato da pratiche commerciali sleali. Ma una parte rilevante lo è senz’altro.

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