Alla base dell’economia vi è la necessità di compiere delle scelte. Ogni decisione implica un compromesso: se si desidera ottenere di più in un ambito, si dovrà inevitabilmente rinunciare a qualcos’altro.
Chi non è esperto di economia tende spesso a ignorare questi compromessi. Ad esempio, i protezionisti sostengono che i dazi aiutino le industrie americane a competere con i concorrenti stranieri e, allo stesso tempo, generino ingenti entrate per il bilancio pubblico statunitense.
Ma gli economisti mettono in guardia da questa visione semplicistica. Se i dazi sono bassi, la maggior parte delle persone continuerà a importare, permettendo al governo di incassare entrate doganali senza, però, garantire una protezione significativa alle industrie nazionali. Se invece i dazi sono elevati, le importazioni caleranno drasticamente e ciò potrebbe favorire le imprese americane esposte alla concorrenza estera, ma al contempo si ridurrebbero le entrate doganali.
LE ENTRATE DERIVANTI DAI DAZI
Uno studio pubblicato nel 2019 sul Journal of Economic Perspectives da Mary Amiti, Stephen J. Redding e David E. Weinstein ha analizzato gli effetti iniziali dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump nel 2018. I sei cicli dell’aumento dei dazi hanno incrementato il tasso medio dei dazi stessi di circa 1,7 punti percentuali, determinando una riduzione delle importazioni tra l’1,3% e il 5,9%.
Gli autori hanno stimato che le entrate mensili e cumulative derivanti da questi dazi nel 2018 abbiano generato circa 15,6 miliardi di dollari di entrate aggiuntive. Inoltre, lo studio rileva che «i dazi sulle importazioni statunitensi sono stati quasi interamente trasferiti sui prezzi interni, ricadendo completamente sui consumatori e sugli importatori americani, senza alcun impatto sui prezzi ricevuti dagli esportatori stranieri». Sebbene i dazi abbiano generato entrate per il governo, queste provengono quasi esclusivamente dalle tasche degli americani stessi.
Va considerato, inoltre, che nel 2018 nessun dazio è stato applicato per l’intero anno: gran parte degli aumenti è entrata in vigore nella seconda metà dell’anno. Poiché tutti i dazi erano attivi a dicembre 2018, si può stimare il loro impatto annuo moltiplicando per dodici le entrate doganali di quel mese (3,2 miliardi di dollari), ottenendo una stima approssimativa di circa 38,4 miliardi di dollari l’anno, pari a 46,8 miliardi attuali. Per fare un confronto, nel 2024 il governo federale ha speso circa 6.900 miliardi di dollari.
Le entrate generate dai dazi del 2018 sono piuttosto modeste, pari a circa lo 0,7% della spesa pubblica federale. Inoltre, queste entrate derivano quasi interamente dai contribuenti americani. Sebbene l’aumento dei dazi accresca direttamente le entrate doganali, esso scoraggia anche le importazioni, riducendo così il gettito complessivo. Superata una certa soglia, l’effetto deterrente dei dazi prevale, causando un calo delle entrate.
LA PERDITA SECCA
Gli economisti sottolineano un ulteriore compromesso legato ai dazi. Se l’obiettivo è proteggere le industrie americane, dazi più elevati ridurranno ulteriormente le importazioni e ciò comporterà anche un aumento dei prezzi interni, riducendo alcuni acquisti e riducendo il numero di transazioni. Questa fenomeno viene definito perdita secca, ossia il mancato guadagno derivante dall’aumento dei prezzi indotto dai dazi. Si può aumentare la protezione per le industrie nazionali, ma solo accettando una perdita secca più significativa.
Amiti, Redding e Weinstein hanno stimato che nel 2018 la perdita secca legata ai dazi ammontava a circa 8,2 miliardi di dollari. Utilizzando lo stesso metodo di proiezione, si può stimare che a lungo andare questa perdita raggiungerebbe circa 16,8 miliardi l’anno, pari a 20,5 miliardi in termini attuali.
Per un nucleo familiare medio negli Stati Uniti, ciò si traduce in una perdita di circa 156 dollari all’anno. Maggiori dazi garantirebbero una maggiore protezione alle industrie americane, ma a un costo più elevato per i cittadini.
DAZI E IMPOSTE SUL REDDITO
Vi è un altro compromesso spesso trascurato dagli economisti. Se l’obiettivo è aumentare le entrate pubbliche, si può scegliere di introdurre dazi sulle importazioni o aumentare le imposte sul reddito. Maggiore è il gettito derivante dai dazi, minore sarà la necessità di ricorrere alle imposte sul reddito, e viceversa.
Naturalmente, l’attuale livello di spesa pubblica statunitense rende impensabile affidare il bilancio unicamente ai dazi. Anche con un’imposta doganale del 100% su tutte le importazioni attuali, il gettito massimo sarebbe di circa 4.110 miliardi di dollari, ben al di sotto dei 6.900 miliardi spesi nel 2024. Tuttavia, a livello marginale, il compromesso esiste: si può scegliere di aumentare leggermente i dazi riducendo le imposte sul reddito, o viceversa.
Gli economisti contrari ai dazi per via della perdita secca trascurano un aspetto cruciale: anche le imposte sul reddito generano una perdita secca. La questione chiave è se la perdita secca marginale dei dazi superi quella delle imposte sul reddito. È plausibile che, con dazi relativamente bassi e aliquote marginali sul reddito elevate, un lieve aumento dei dazi produca una perdita secca inferiore ai benefici derivanti da una leggera riduzione delle imposte sul reddito.
Secondo le stime di Amiti, Redding e Weinstein, nel 2018 la perdita secca generata dai dazi è stata pari a 44 centesimi per ogni dollaro incassato dallo Stato. Per confronto, l’economista Martin Feldstein ha calcolato che un aumento dell’1% di tutte le aliquote marginali dell’imposta sul reddito avrebbe comportato nel 2001 una perdita secca di circa 76 centesimi per ogni dollaro raccolto.
Prima di concludere che i dazi siano un mezzo più efficiente per generare entrate rispetto alle imposte sul reddito, occorre però considerare due aspetti fondamentali. Primo, l’effetto negativo dei dazi sulle importazioni cresce all’aumentare delle aliquote. Ciò significa che un ulteriore incremento dei dazi produrrebbe una perdita secca maggiore rispetto a quella stimata per il 2018. Secondo, la stima della perdita secca non include i costi legati alle ritorsioni commerciali da parte di altri Paesi.
Amiti, Redding e Weinstein hanno rilevato che anche i dazi imposti dagli altri Paesi sulle esportazioni americane sono stati interamente trasferiti sui prezzi interni. Alla fine del 2018, i dazi di ritorsione sono costati agli esportatori statunitensi circa 2,4 miliardi di dollari al mese in mancati guadagni. Se il costo fosse inferiore al 57% del valore delle importazioni, la perdita secca derivante dai dazi del 2018 potrebbe aver superato quella stimata per l’imposta sul reddito da Feldstein. Queste stime non sono un’analisi rigorosa, ma calcoli approssimativi. Tuttavia, mettono in discussione la visione tradizionale degli economisti, invitando a un esame più approfondito.
Gli economisti, solitamente attenti ai compromessi, sembrano aver trascurato quello tra dazi e imposte sul reddito. Non basta dire che i dazi sono dannosi: bisogna anche dimostrare che lo siano più delle alternative disponibili. Con il debito pubblico statunitense in continua crescita, il governo dovrà trovare nuove fonti di entrate. La scelta tra maggiori dazi o imposte sul reddito dipenderà dai compromessi che si è disposti ad accettare.
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