Le voragini di Roma: un problema politico

(Wikimedia Commons)

Delle voragini che si aprono sulle strade di Roma si inizia a perdere quasi il conto. L’ultimo episodio risale infatti solo a pochi giorni fa. Per capirne le ragioni Epoch Times ha intervistato Marco Placidi, presidente di Sotterranei di Roma – Centro Ricerche Speleo Archeologiche e coordinatore del servizio di pronto intervento speleo archeologico per conto di C.A.I. Club Alpino Italiano, che in collaborazione col Comune di Roma interviene anche in caso di crolli e voragini accidentali sul territorio della Capitale.

Come si possono spiegare le frequenti voragini che si creano sulle strade di Roma?

L’apertura delle voragini ha dei retaggi abbastanza lunghi, e deriva dagli abusivismi degli anni ’60-’70 in quelle che erano all’epoca le periferie romane, che erano straricche di impianti di cava nel sottosuolo.
Le cave sono delle gallerie che si sviluppano in labirinti lunghi decine e decine di chilometri, e sono il prodotto dell’attività estrattiva che venne fatta dall’epoca romana fino al periodo umbertino (le ultime cave sono quelle dell’8-900), dove si estraeva principalmente la pozzolana che era il materiale per fare la calce, oppure il tufo per fare i blocchi di tufo, i mattoni.
Il problema è che con l’espansione di quegli anni, vennero obliterati gli ingressi che davano accesso a queste cave sterminate e a questo tessuto di ambienti sotterranei.

Ad esempio dove si è aperta la voragine giovedì, lì vicino c’è Via delle cave, in zona Appio latino, dove paradossalmente non c’è alcun accesso di cava, ma nonostante questo noi abbiamo fatto lì intorno decine di interventi. Se ne sono aperte sotto la Banca di Italia che è lì di fronte, o su via Genzano, sempre lì vicino. Questo per dire che la zona sotto è ricca di cave ma i loro accessi sono stati tutti obliterati dai palazzi, che in seguito sono stati poi condonati con i condoni edilizi, e successivamente sono stati fatti i servizi; per cui c’è questa situazione dove gli edifici moderni sono cresciuti sopra questi impianti sotterranei, di cui nel giro di vent’anni si è persa la memoria [della loro ubicazione, ndr], e son diventati sconosciuti.

Il secondo problema è che molto spesso i sottoservizi (le condutture del gas, della luce, dell’acqua e delle fognature) vengono fatti in trincea, scavati praticamente nel terreno, e lì dove ci sono questi ambienti sotterranei [le cave, ndr], la trincea, gli va a scavare tra il piano di calpestio della strada e la volta di queste gallerie, quindi diciamo che il terreno che rimane è molto poco. Basta una piccola perdita (o delle condutture che portano l’acqua o delle condutture fognarie) per erodere e scavare il terreno verso il basso, e se l’acqua trova degli ambienti vuoti o delle cave, sposta la terra nei piani sottostanti, da sopra a sotto, quindi praticamente questo è quello che sta succedendo: si stanno aprendo le voragini.

E non è un caso che dopo 80-70-60 anni di funzionamento di questi sottoservizi, chiaramente questi comincino a diventare fatiscenti, e l’acqua fa praticamente da lubrificante erodendo tutto quello che c’è da erodere quando si disperde nel terreno, aprendo le voragini.
Dato che si stanno aprendo in continuazione è diventata una spesa consistente per il Comune, e per l’Acea.

Quindi il problema sono le condutture che passano sopra queste gallerie e non la cava in sé…

Sì perché in genere, una cavità (che è una struttura che sta lì da diversi secoli), se non c’è l’acqua che favorisce questo processo di erosione, è difficile che arrivi in superficie. E il problema è che chi ha passato le condutture le ha costruite senza curarsi della presenza di queste cave. Non si prende coscienza della presenza della cava, non si conosce la presenza della cava.

Cosa si può fare affinché questo fenomeno non si verifichi più? È possibile arginarlo in qualche modo?

Il problema è che non si fa prevenzione, non si fa programmazione né progettazione; perché basterebbe realizzare una mappa di queste gallerie ed evitare di passare sopra con le condutture dove stanno queste gallerie, o quantomeno fare degli accorgimenti.

Ma questo è un fatto anche politico, perché mappare tutto il sottosuolo richiede comunque degli investimenti, quindi a livello politico si evita di spendere soldi su delle cose che poi non vede nessuno. Infatti sugli aspetti funzionali come questo, il pensiero è che se tu lavori bene il risultato è che non succede nulla, ma se non succede nulla poi la gente neanche lo sa che tu hai lavorato bene. Quindi da un punto di vista politico, tutte le cose funzionali sono poco remunerative a livello di immagine per chi fa politica. Per cui in genere si tende sempre a spendere il meno possibile su queste cose, e oggi siamo arrivati al paradosso che si interviene soltanto in regime di criticità.

Se uno volesse fare un progetto di risistemazione e recupero per evitare situazioni del genere, la prima cosa da fare sarebbe una mappatura, poi bisognerebbe capire quali sono le linee che possono creare criticità a impianti fognari e impianti di adduzione, e dopodiché prendere provvedimenti che potrebbero essere ad esempio di non far passare le nuove dorsali dove stanno ambienti di cava, oppure se proprio si deve fare così, si potrebbe usare il sistema di mettere la tubazione in doppia camicia.
Ma queste sono tutte cose che richiedono tanti soldi di investimento, e che spesso sia a livello aziendale privato che a livello pubblico non si è disposti a sostenere.

Perché ci sarebbe da intervenire su tutta Roma…

Sì, ma poi c’è da considerare anche che un lavoro del genere richiederebbe dei tempi talmente lunghi che vanno oltre l’orizzonte temporale dei mandati politici, per cui nessuna amministrazione si assume l’onere di mettere a budget cifre così importanti che poi nella migliore delle ipotesi danno frutto dopo 10 o 15 anni che tu hai cominciato un percorso di questo tipo. Il problema è di natura politica sostanzialmente.

Ultimamente alla nostra organizzazione viene chiesto con più saltuarietà di intervenire, perché preferiscono non far girare notizie su cose del genere, dato che la verità è appunto scomoda   ̶ anche perché noi una volta che scendiamo sotto vediamo oggettivamente qual è il problema e di cosa si tratta (al 99,9 per cento la problematica è legata comunque all’acqua, per cui è di competenza Acea sia per quanto riguarda l’adduzione che lo scarico)   ̶ loro adesso intervengono solo quando si aprono voragini, in regime di criticità. E cercano di richiuderle il più presto possibile perché sanno benissimo che è un problema che non si risolve con la chiusura della voragine, ma è piuttosto una questione strutturale […] e rifare queste strutture, l’impianto fognario… Si può solo immaginare quanto costi.


Intervista adattata per ragioni di brevità e chiarezza

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