Università cinesi: gli studenti devono essere comunisti e sostenere senza riserve il Pcc

Studenti dell’Università di Tsinghua alla cerimonia di laurea. Pechino, luglio 2007 (foto: Getty Images).

Nelle più prestigiose università cinesi, studiare duramente, una bella tesi o un’eccellente discussione non basta per prendere il massimo dei voti: è la posizione politica degli studenti a determinare il risultato e il futuro della loro carriera. In qualsiasi ambito vogliano emergere.

Questo metodo di valutazione è stato confermato da un documento reso pubblico recentemente diramato a tutti gli insegnanti dell’Università Tsiunghua di Pechino, ritenuta dal periodico britannico Times Higher Education una delle trenta migliori università del mondo.

Agli insegnanti cinesi si chiede di tenere particolarmente conto «della posizione politica e dell’ideologia degli studenti» nella valutazione dei loro lavori. Gli insegnanti devono inoltre «intensificare il proprio posizionamento e allineamento in favore dell’ideologia» comunista quando insegnano, e il medesimo criterio deve essere applicato agli studenti che sono in procinto di finire il corso di studi.

Secondo Liu Yinquan, ex professore di Storia all’Università di Shandong e attuale direttore di ‘Organizzazione cinese contro la persecuzione politica’, gli studenti saranno valutati in base alla loro lealtà al Partito Comunista Cinese.
Liu Yinquan sostiene che il regime sia preoccupato dal fatto che le nuove generazioni non credano più ai principi del comunismo, e stia perciò preparando un nuovo «lavaggio del cervello politico». L’intenzione è di trasformare gli intellettuali in una categoria di persone a difesa del sistema comunista, «ma l’opinione pubblica è cambiata da tempo. Le persone hanno imparato cosa sia veramente il Partito Comunista Cinese, attraverso internet e grazie allo scambio di informazioni con altre persone fuori dalla Cina».

Poster della Rivoluzione Culturale in una mostra di Shanghai,
l’8 ottobre 2009. (Photo credit should read Philippe Lopez/Afp/Getty Images)

UN VECCHIO METODO DI REPRESSIONE POLITICA DEL PENSIERO

Il concetto di ‘valutazione politica’, risale all’epoca della Rivoluzione Culturale maoista, durante la quale a tutti i cinesi era chiesto (pena l’eliminazione fisica), di mostrare apertamente sostegno e lealtà verso il Partito Comunista Cinese e di denunciare chi non si adeguava.
Gli appartenenti alle classi che Mao Zedong aveva designato come le «Cinque categorie nere»: «possidenti terrieri, contadini agiati, controrivoluzionari e cattivi elementi». Insieme con gli «elementi di destra», queste categorie di persone erano tutte spietatamente perseguitate dal regime di Mao Zedong. E persine gli alti quadri del partito, sebbene fossero diventatati membri d’élite della società cinese, se venivano denunciati come non adeguatamente allineati al Partito, potevano essere soggetti alle «sessioni di lotta»: una forma di gogna e tortura pubbliche, usata dal Pcc durante la Rivoluzione Culturale per diffamare, perseguitare e uccidere le persone il cui pensiero era in qualche modo ‘sentito’ come contrario all’ideologia comunista.

Dopo il massacro di piazza Tienanmen del 1989, compiuto dal regime per mettere fine alla protesta studentesca che chiedeva democrazia, le università cinesi hanno reso le ‘valutazioni politiche’ sugli studenti ancora più rigide e rilevanti. Tutti gli studenti attivi nel movimento democratico venivano puniti: i giovani che da tutte le province della Cina erano andati a studiare a Pechino, furono rimandati a casa, mentre quelli che erano stati selezionati per essere assegnati alle grandi aziende dopo la laurea, furono eliminati dalle liste di assunzione.

Da quel momento, gli studenti cinesi – così come gli insegnanti – sono stati attivamente scoraggiati (per usare un eufemismo) dall’esprimere il proprio punto di vista liberamente.

Nel maggio del 2013, il professor Zhang Xuezhong dell’Università di Shanghai, ha reso pubblico un comunicato delle autorità centrali, che ammoniva gli insegnanti a «non menzionare» sette specifici argomenti: «valori universali, libertà di stampa, società civile, diritti civili, fallimenti storici del Pcc, attività borghesi degli alti ufficiali del partito, indipendenza giudiziaria».

Nel gennaio 2015, il ministro dell’istruzione Yuan Guiren, durante una conferenza nazionale per le università, ha detto senza mezzi termini che «ci sono tre cose non permesse» nelle classi: «[…] visioni che appannano il socialismo, visioni che violano le leggi e la costituzione del Pcc, espressioni di malcontento o lagnanze da parte degli insegnanti».
Nel dicembre 2016, il vice ministro Shen Xiaoming ha parlato delle intenzioni del regime in maniera ancora più chiara, annunciando che il monitoraggio dell’ideologia nei campus è «la prima linea» della lotta. E affermando inoltre che nelle scuole si deve parlare di politica: «ogni giorno, ogni settimana, non stop», gli insegnanti e gli studenti «devono essere d’accordo con il socialismo e la leadership del Pcc».

 

Articolo in inglese: Want to Graduate From China’s Elite University? Students Must Demonstrate Loyalty to Communist Party

Traduzione di Fabio Cotroneo

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