Turchia, a rischio i diritti umani

Istanbul, 16 aprile 2017, Erdogan vota a un referendum.

di David Kilgour*

 

Per un secolo, la Turchia è stata una democrazia a maggioranza mussulmana apprezzata in campo internazionale. Alla guida dell’eroe della Prima guerra mondiale e fondatore, Mustafa Kemal Atatürk, i turchi hanno ottenuto la completa indipendenza nel 1923. In seguito sono arrivati la Costituzione, l’alfabetizzazione universale, la separazione tra Stato e religione, i diritti delle donne e l’adesione alla Nato.

E, da oltre vent’anni, il Paese è amministrato da Recep Tayyip Erdogan: eletto sindaco di Istanbul nel 1994, Primo Ministro dal 2003 al 2014 e presidente nel 2014. L’economia è nettamente migliorata dal 2003 al 2008; il conflitto trentennale con la comunità curdo-turca, composta da 15 milioni di persone, è stato sospeso, dopo aver causato la morte di circa 40 mila persone. Erdogan ha accolto inoltre due milioni e mezzo di rifugiati dalla Siria di Bachar al-Assad.

Purtroppo però, negli ultimi anni la gestione del presidente Erdogan e del suo partito Akt, ha compromesso gravemente la democrazia e lo Stato di diritto della Turchia. Lo scandalo per corruzione del 2013, in cui è stato coinvolto insieme ai suoi collaboratori, è rimasto impunito. Ha portato anzi alla rapida sostituzione di giudici, procuratori e funzionari di polizia. Inoltre, il cancelliere e fondatore del Movimento Gülen-Hizmet, Fethullah Gülen – che lo aveva sostenuto nella richiesta di adesione all’Ue – dopo aver rotto i rapporti col presidente a causa dello scandalo, è stato accusato dallo stesso Erdogan di essere un «terrorista».

Recep Tayyip Erdogan ha insomma acquisto un potere sempre maggiore, emarginando sempre più il gruppo politico che puntava all’Occidente. Oggi infatti esercita pressioni sull’Unione europea, mettendosi al fianco delle potenze americana e russa. Il fallimento del colpo di Stato militare del 2016, ha causato l’attuale crisi politica turca – dimostrando che quando si colpisce il re, bisogna ucciderlo.

La Turchia si allontana dall’Occidente. Che cosa lega il colpo di Stato, il movimento di Gülen, l’Occidente e i diritti umani?
L’accademica americana Sophia Pandya descrive il movimento di Gülen: «Si definisce come un’organizzazione umanitaria della società, di ispirazione Sufi […] con migliaia di organismi educativi e benefici. Fethullah Gülen ha negato ogni implicazione personale o istituzionale [nel tentativo di colpo di Stato del luglio 2016, affermando] “Se ci sono funzionari tra i complici del colpo di Stato che si considerano simpatizzanti del movimento Hizmet [Gülen], hanno tradito l’unità [della Turchia] partecipando a un fatto in cui sono morti loro concittadini”».

Recentemente, si è tenuto al parlamento canadese un forum sulla Turchia, organizzato dalla Federazione del patrimonio anatolico. Alex Neve, segretario generale di Amnesty International ha rilevato che Taner Kılıç, presidente di Ai in Turchia, è detenuto per il presunto sostegno alla sedicente «organizzazione terrorista Fetö» (di Gülen), e ha aggiunto: «In 57 anni Amnesty International non ha mai visto niente del genere: chiunque può essere arrestato perché possiede l’app di Bylock o manda i figli a una scuola affiliata al Movimento di Gülen, o ha un conto nella Banca Asja. La Turchia ha [oggi] il maggior numero di giornalisti incarcerati del mondo. Perché il Canada e il resto del mondo non parlano di questo?».

Il deputato canadese Michael Levitt, presidente della commissione per i diritti umani alla Camera del Canada, ha dichiarato: «Le famiglie sono distrutte. Universitari, operatori dei media, studenti e […] persone normali […] sono imprigionati senza motivo. La repressione della democrazia è qualcosa che ci preoccupa profondamente».
Il leader dei Verdi canadesi, Elizabeth May, ha dichiarato: «Sono inorridita dal comportamento del governo turco […] la questione non è stata sollevata né dalle Nazioni Unite né dagli alleati tradizionali […]. In quanto alleati della Turchia, non possiamo accettare che questo continui, dobbiamo esprimerci con più forza».

In un rapporto dell’alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Al Hussein, uscito il 20 marzo 2018, si legge: «I numeri sono spaventosi: circa 160 mila persone arrestate nel corso di uno stato di emergenza durato 18 mesi; 152 mila funzionari licenziati, di cui parecchi in modo del tutto arbitrario; insegnanti, giudici e avvocati licenziati o perseguiti; giornalisti arrestati, media messi a tacere e siti web bloccati».
Una delle rivelazioni più allarmanti del rapporto, è che le autorità turche hanno imprigionato un centinaio di donne incinte o prossime al parto, con la motivazione che erano «collegate» ai propri mariti, sospettati di far parte di organizzazioni terroristiche. Alcune sono state incarcerate coi figli, altre ne sono state separate con la forza. Tutto questo è semplicemente scandaloso e crudele. Non esiste niente in grado di garantire la sicurezza dei cittadini turchi.

Il continuo stato di emergenza, peraltro prorogato, permette a Erdogan e ai suoi ministri di aggirare il parlamento e di promulgare nuove leggi, che limitano ulteriormente i diritti fondamentali. L’obiettivo sembra quello di sradicare lo Stato costruito da Atatürk, quello che i turchi hanno difeso con la vita negli ultimi novant’anni. Gli amici della Turchia in tutto il mondo, non possono che sperare che il presidente Erdogan accetti la lezione del 15 luglio e ritorni alla riconciliazione nazionale, la democrazia e lo Stato di diritto.

 

* David Kilgour, avvocato ed ex magistrato canadese, è stato deputato alla Camera dei Comuni del Canada per 27 anni. Nel governo di Jean Chretien, è stato ministro degli Esteri.
È autore di numerosi libri e coautore, con l’avvocato canadese per i diritti umani David Matas, dell’inchiesta sulla persecuzione contro i 100 milioni di cinesi praticanti della Falun Dafa Bloody Harvest: The Killing of Falun Gong for Their Organs.

Il punto di vista espresso nell’articolo è quello dell’autore e non riflette necessariamente le posizioni di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: Human Rights Threatened in Today’s Turkey

Traduzione di Francesca Saba

 

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