Tribunale dell’Aja: la Cina non ha nessun diritto nel Mare Cinese Meridionale

Draghe cinesi lavorano alla costruzione di isole artificiali attorno ali Michief Reef vicino le Spratly Islands nel Mar Cinese Meridionale il 2 luglio 2016 . La marina Statunitense ha recentemente mandato una nave militare di pattuglia vicino a queste isole costruite dal regime cinese (U.S. Navy)

Il 12 luglio la sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aja ha scosso la Cina: sebbene il regime cinese abbia sempre dato per scontato il diritto di proprietà e di sfruttamento del Mare Cinese Meridionale (basandosi su un presunto diritto di proprietà) la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che questa rivendicazione non ha alcun fondamento.

Il Partito Comunista Cinese (Pcc) ha immediatamente replicato, attraverso il ministro degli Esteri, che a suo parere la dichiarazione del tribunale è «nulla e non vincolante e che» perciò «non viene riconosciuta, né accettata».

Tuttavia, a dispetto dell’ostentata sicurezza del regime di Pechino, il Pcc ha perso la linea principale della sua propaganda e anche un’ottima occasione per stabilire una base morale a garanzia della sua posizione nel Mar Cinese Meridionale.

Secondo Dean Cheng, un ricercatore dell’istituto Asian Studies Center della Heritage Foundation «è importante riconoscere che la questione non è superata».


Il quotidiano ‘Beijing Evening News’in un negozio di Pechino il 12 luglio, I titoli in prima pagina dicono: ‘La marina cinese sta facendo le esercitazioni nel Mar Cinese Meridionale’. (Lintao Zhang/Getty Images)

LA GUERRA DELLE MENZOGNE

Una delle principali strategie che il Pcc ha impiegato nella questione del Mare Cinese Meridionale è stata quella denominata Tre Guerre, consistita in un mix di azioni di guerra legale, psicologica e mediatica.

Questa strategia serve a produrre ‘argomentazioni legali’, a creare cioè pressione psicologica sugli avversari e a manipolare notizie che li riguardano. L’istituto di ricerca del Pentagono, ‘Office of Net Assessment’, in un’indagine del maggio 2013, ha descritto questa strategia come «una procedura di combattimento che costituisce un guerra con un significato diverso», usa infatti l’inganno e la menzogna come mezzi «per alterare l’ambiente in modo da trasformare la mobilitazione reale in un’opzione apparentemente irrazionale».

Cheng ha fatto notare anche che nella guerra legale il Pcc «non è realmente interessato a cosa dichiarino le altre autorità legali»; in Cina, professori di diritto e altri studiosi stanno tentando [non di controbattere alle argomentazioni, ndt], ma di screditare il tribunale dell’Aja accusandolo di essere corrotto e di non avere alcuna autorità al riguardo.

Il punto centrale della strategia delle ‘Tre guerre’ che il Pcc ha attuato finora, consiste nella disinformazione: è una forma di propaganda che costruisce menzogne con un pizzico di verità così da far sembrare legittimi gli argomenti che sostengono. Uno dei punti chiave di questa strategia di disinformazione è proprio l’abitudine di minare la credibilità delle informazioni che provengono da altre parti o da altri istituti di ricerca, in modo tale da poterle usare come ulteriori argomenti a proprio favore, a sostegno delle false tesi che si vogliono invece convalidare.

Nel Mar Meridionale cinese questa strategia si è resa evidente infatti nelle affermazioni delle autorità cinesi sulla proprietà dell’intera regione marittima; sostenendo di basarsi su un fatto storico, la Cina si è arrogata il diritto di costruire isole artificiali, di stabilirne i confini difensivi e di cacciare dalla regione le navi di altre nazioni.

I PROSSIMI PASSI

Il sito web del tribunale dell’Aja è andato offline subito dopo l’annuncio, ma la dichiarazione è ancora visibile nell’archivio dei suoi comunicati stampa.

Secondo il comunicato stampa, il Pcc ha boicottato il tribunale, ma anche senza la Cina, il tribunale ha esaminato le istanze delle Filippine che avevano chiesto di nominare degli esperti indipendenti «per condurre delle indagini tecniche sulla questione» e per «ottenere prove storiche sulla situazione del Mar Cinese Meridionale e di usare questi risultati come prove».

Alla fine il tribunale ha pienamente dimostrato che le rivendicazioni della Cina sono infondate. Il comunicato stampa dichiara che, in base alla Convezione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (United Nations Convention on the Law of the Sea, UNCLOS): «risulta che il diritti storici rivendicati dalla Cina sono incompatibili con le specificità della zona e con i diritti marittimi del luogo»; ogni diritto storico delle risorse presenti nel Mare Cinese Meridionale rivendicate dal Pcc, «è quindi stato annullato dall’entrata in vigore della Convenzione che si applica sempre ogni qualvolta le risorse risultano essere incompatibili con il sistema delle zone marittime della Convenzione stessa».


Le rivendicazioni marittime dei vari Paesi nel Mar Cinese Meridionale. (VOA)

Tuttavia, riguardo a questa convenzione, il Pcc ha ripetutamente dichiarato attraverso comunicati stampa che «non accetterà, né parteciperà a questo arbitraggio unilaterale iniziato dalle Filippine».

Secondo Cheng «il regime cinese non vuole ascoltare per il semplice fatto che sa che la sua posizione non può essere sostenuta e difesa, non essendo in accordo con le leggi internazionali». Tuttavia, sostiene Cheng: «il regime non ha fatto mai alcuna concessione nel Mar Cinese Meridionale e non ha intenzione di farne nemmeno adesso», e ha aggiunto: «infatti, non c’erano molti Paesi che credevano alle dichiarazioni della Cina».

In futuro, il Pcc probabilmente inventerà una nuova propaganda per screditare il tribunale e cercherà di creare un nuovo fronte di disinformazione per sostenere le sue pretese. È anche probabile che, per mantenere le sue posizioni nel Mar Cinese Meridionale, farà leva con la forza militare o con imprese civili.

Difatti, fino a questo momento, il Pcc è stato solito indossare quattro diverse maschere per gestire i conflitti in quest’area: ha oscillato tra ‘intimidazione militare’, ‘imprese civili pacifiche’, ‘affari economici’ e ‘menzogne strategiche’.

La decisione del tribunale dell’Aja ha così svelato una di queste maschere: quella degli inganni strategici, ma alla Cina ne sono rimaste altre tre da poter utilizzare.

Il dottor Cheng a questo proposito ha dichiarato: «Penso che la Cina stia per giocare la carta del turismo». Infatti non è stato fatto ancora niente sui voli turistici nel Mare Cinese Meridionale. Probabilmente il Pcc spingerà sul versante del potere militare e cercherà delle componenti economiche per giustificare le sue azioni fuori legge nella regione. Cheng ha concluso dicendo che il Pcc, in alternativa, potrebbe anche provare un approccio diplomatico costruendo delle alleanze, che includerebbero il Laos, la Cambogia e il Brunei; potrebbe infatti presentare a questi Paesi un accordo/ricatto del tipo: ‘lavora con noi e guadagnerai qualcosa, mettiti contro di noi e non otterrai nulla’. 

Articolo in inglese: China’s Game of Deception Takes a Blow in South China Sea

 

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