Siria, l’Onu deve uscire dallo stallo per portare la pace

Il numero di soldati americani che prestano servizio nelle operazioni di pace guidate dall’Onu, è rimasto basso fin dal 1989, con l’eccezione degli anni 1992 e 1996: la morte di 18 commando statunitensi e il ferimento di altri 70 in Somalia nel 1993 hanno infatti convinto i parlamentari di Washington che l’esercito avrebbe dovuto operare al di fuori delle limitazioni delle missioni Onu, concentrandosi su operazioni di combattimento tradizionali e lasciando le missioni di pace ad altri Paesi.

In Canada invece, patria di Lester Pearson, vincitore del Premio Nobel nel 1956 – per la sua iniziativa a favore del mantenimento della pace, mediante la creazione delle Forze di emergenza dell’Onu durante la crisi del Canale di Suez – molti considerano le missioni di pace ormai parte dell’identità del Paese. Il Canada infatti ospita il primo monumento dedicato alle forze di pace. Dal 1947, più di 125 mila militari canadesi e migliaia di civili sono stati impiegati in molti conflitti, da quello in Etiopia/Eritrea, a quello di Timor Est, poi Kosovo, Bosnia, Cipro, Sierra Leone, America centrale, con partecipazioni anche in altre ‘zone calde’.

Oggigiorno le missioni di pace prendono diverse forme, sebbene tutte coinvolgano eserciti di molti Paesi con militari che prestano servizio sotto l’autorità del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel 1988, le Forze di pace dell’Onu hanno vinto il Premio Nobel per la Pace.
Il peacekeeping classico è stato impiegato nei conflitti in Medio Oriente, Africa e Asia. Fra il 1948 e il 1988, l’Onu è intervenuta in tredici conflitti, spesso coinvolgendo la fanteria leggera di Canada, Svezia, Norvegia, Finlandia, Irlanda e Italia. In queste missioni i Caschi Blu avevano il permesso di utilizzare la forza esclusivamente per difesa personale. Hanno goduto dell’appoggio delle parti in conflitto, e del supporto del Consiglio di sicurezza e dei Paesi che hanno contribuito.
Dopo il 1989, allo scopo di rispondere alle situazioni nelle quali i civili avevano subito abusi, una ‘seconda generazione’ di missioni di pace ha iniziato a perseguire obiettivi multipli, spesso coinvolgendo una combinazione di civili esperti, specialisti di soccorso e soldati, che in alcune missioni sono stati autorizzati a impiegare la forza per ragioni ulteriori rispetto alla mera difesa personale.
Negli anni novanta, queste missioni di pace di seconda generazione sono state intraprese per esempio in Cambogia, ex Jugoslavia e Somalia. Nell’ex Jugoslavia, infatti, il Consiglio di Sicurezza istituì delle ‘aree sicure’ nelle quali le truppe dell’Onu avevano l’autorizzazione a difendere e proteggere con la forza i musulmani bosniaci dagli attacchi dei serbi. Nel momento di picco di questi attacchi nel 1993, le missioni impiegavano più di 80 mila truppe di pace rappresentanti 77 diverse nazioni.

Nel 1994, Romeo Dallaire, un generale canadese, venne nominato comandante della missione Onu in Ruanda e fu affiancato da un assistente connazionale, nonostante sotto il suo comando non ci fosse nemmeno un soldato canadese. La mancanza di soldati – e la gestione complessiva della missione da parte delle capitali europee e di New York – portò a delle conseguenze terribili, tanto che Dallaire nel suo libro scrisse di aver «stretto la mano al diavolo». Solamente dopo che il peggio del genocidio era passato, furono inviate da altre missioni delle truppe canadesi per unirsi a lui in Ruanda.

Il ruolo dominante degli Stati Uniti nella missione di pace dell’Onu in Corea negli anni fra il 1950 e il 1953 e nel Golfo Persico nel 1990 e 1991 ha suscitato un dibattito sul fatto che la sicurezza collettiva non sarebbe mai potuta essere distinta pienamente dagli interessi dei Paesi più potenti.

Il bombardamento dell’Iraq da parte degli Stati Uniti in seguito alla Guerra del Golfo, aveva creato controversie sul fatto che i raid erano stati giustificati da una risoluzione vigente del Consiglio di sicurezza dell’Onu e che gli Stati Uniti erano stati legittimati a intraprendere azioni militari in nome della sicurezza collettiva senza un’approvazione esplicita da parte dell’Onu.

Attualmente, circa 100 mila soldati di 123 Paesi stanno prestando servizio in sedici missioni di pace.

La guerra civile in corso in Siria, si stima abbia causato 400 mila morti e che abbia costretto circa la metà della popolazione a vivere lontano dalle loro case per più di 2 mila giorni. Gli aerei russo/siriani il 19 settembre hanno distrutto 18 camion di un convoglio dell’Onu che stava trasportando aiuti umanitari a est di Aleppo. Il segretario di Stato americano John Kerry, in seguito all’accaduto ha richiesto un’indagine per crimini di guerra nei confronti di Russia e Siria.

La tensione è poi aumentata nel Consiglio di sicurezza il 9 ottobre, quando la Russia si è opposta a una risoluzione presentata dalla Francia che richiedeva il blocco immediato dei bombardamenti su Aleppo, e dopo che una misura portata avanti da Mosca (che richiedeva il cessate il fuoco ma senza menzionare il blocco degli attacchi aerei) è stata rigettata per non aver raggiunto i nove voti necessari dai 15 membri del Consiglio. 

È la quinta volta dal 2011 che Mosca si oppone a un’azione dell’Onu in Siria, e questo ha provocato numerose richieste volte a riformare il diritto di veto in capo ai 5 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Il ruolo di pacificatore del Consiglio di Sicurezza dell’Onu attualmente è in grave crisi, prevalentemente a causa dell’abuso del diritto di veto da parte di Russia e Cina sulla catastrofe siriana.

Il 21 ottobre, il Canada insieme ad altre 71 nazioni ha richiesto una convocazione speciale dell’Assemblea Generale per discutere sulle modalità da utilizzare per fermare le ostilità e fornire efficaciemente gli aiuti umanitari in caso di crisi, invocando una procedura raramente utilizzata, per garantire un ruolo efficace all’Assemblea generale nel caso in cui il Consiglio di Sicurezza si trovasse bloccato. E tutti i 193 membri delle Nazioni Unite dovrebbero sostenere questa iniziativa.

David Kilgour è un ex magistrato ed è stato membro della Camera dei Comuni canadese per 27 anni. Durante il mandato di Jean Chretien è stato ministro degli Esteri per Africa, America Latina e Asia-Pacifico. È autore di vari libri, e co-autore di Bloody Harvest: L’uccisione dei praticanti del Falun Gong per i loro organi.

Le opinioni espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non necessariamente riflettono il punto di vista di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: UN Needs to Break Peacekeeping Deadlock in Syria

Traduzione di Davide Fornasiero



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