Aumentano le prove dei viaggi in America prima di Colombo

Cristoforo Colombo nel 1492 arriva a Watling Island e incontra gli indigeni. (Hulton Archive/Getty Images)

La teorie della ‘scienza di confine’, a volte conquistano lentamente il proprio spazio nella scienza ufficiale, con l’aumentare progressivo delle prove.

«Un classico esempio è la deriva dei continenti – spiega Stephen C. Jett, professore emerito di geografia culturale presso l’Università di California-Davis – nel 1955, se credevi nella deriva dei continenti, ti ridevano in faccia. Nel 1965, ti ridevano in faccia se non ci credevi».

Jett era uno studente di geografia negli anni in cui avveniva questo grande cambiamento d’opinione nel mondo scientifico, e ha imparato la lezione: incoraggiato da un suo professore presso la Johns Hopkins University, ha dato inizio a una lunga indagine su un’altra teoria controversa.

IL DIFFUSIONISMO

L’antropologia e l’archeologia ‘ufficiali’ ritengono che le spedizioni degli scandinavi nel 1000 a.C. siano state le uniche nel Nuovo Mondo prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo nel XV secolo. Ma nella ‘scienza di confine’ ci sono varie teorie riguardanti altri viaggi pre-colombiani. Tutte queste teorie rientrano nel concetto generale di ‘diffusionismo’, termine che si riferisce a un’evoluzione delle culture e delle società avvenuta mediante i contatti e le reciproche influenze, anziché in modo solitario. 

«All’inizio supponevo che accumulando le prove e […] rendendole pubbliche, si sarebbe verificato un cambiamento del punto di vista, per lo meno graduale – ha dichiarato Jett – ma non sembra sia successo granché. C’è un bel po’ di inerzia, un bel po’ di resistenza nei confronti del concetto in sé».

Secondo Jett, una delle motivazioni per cui l’idea dei viaggi transoceanici in epoca antica ha fatto fatica a entrare nella visione ufficiale della Storia, è che richiede una prospettiva multidisciplinare, per essere compresa: «Se ti confini a un unico campo di studi – afferma – non la vedrai».

Jett, invece, adotta un approccio multidisciplinare: «La geografia è una disciplina molto vasta», spiega. Per esempio, la geografia fisica si occupa del clima, degli oceani, della terra e di altri elementi rilevanti quando si parla di lunghi viaggi. La geografia culturale, invece, che è la specialità di Jett, lo ha aiutato a notare molte somiglianze tra le culture del Vecchio e del Nuovo Mondo.

Mentre studiava per il master, Jett ha scoperto notevoli somiglianze nella costruzione di cerbottane in varie culture. Queste somiglianze, secondo la sua opinione, non potevano essere una coincidenza e indicavano chiaramente dei contatti e delle influenze transoceaniche. Ma non finisce qui: vi sono sempre più prove biologiche a sostegno di questi contatti, come per esempio la diffusione delle malattie e delle specie vegetali.

Jett ha sintetizzato quelle che definisce ‘sei rivoluzioni’ a livello delle prove raccolte in diversi campi, che rafforzerebbero fortemente le teorie diffusioniste e che renderebbero «vicino un punto di svolta». 

RIVOLUZIONE NUMERO 1: L’ARCHEOLOGIA MARITTIMA E LE TRADIZIONI NELLA NAVIGAZIONE

Una delle principali obiezioni contro le cosiddette teorie diffusioniste è che non sarebbe stato possibile attraversare l’oceano con le tecnologie e le tecniche di navigazione di cui disponevano gli antichi.

Eppure molte navi, riproduzioni di quelle dei tempi antichi, sono riuscite a compiere attraversamenti degli oceani nei tempi moderni, usando solo la tecnologia conosciuta in quegli anni. Un esempio è quello del dottor Thor Heyerdahl che nel 1970, dopo aver costruito una nave simile a quelle usate dagli antichi Egizi (ricavata dalla pianta di papiro), ha raggiunto l’isola Barbados partendo dal Marocco.

Secondo Jett sono stati effettuati circa 20 viaggi simili, tra cui uno nel 1985 con una doppia canoa antica che era stata ricostruita (Hokule’a): il viaggio è stato compiuto dalle Hawaii fino alla Nuova Zelanda, utilizzando metodi tradizionali di navigazione.

RIVOLUZIONE NUMERO 2: PARASSITI E PATOGENI

Lo scambio di parassiti e malattie tra il Vecchio e il Nuovo Mondo potrebbe essere avvenuto prima di Colombo. Tra gli elementi a supporto di questo, c’è uno studio della Escola Nacional de Saúde Pública-Fiocruz di Rio de Janeiro, che nel 2003 ha studiato i parassiti ritrovati in vari siti archeologici, concludendo che «gli anchilostomi [parassiti intestinali, ndt] sono stati rinvenuti in siti sia del Nuovo che del Vecchio Mondo […] L’infezione degli umani era già presente negli indigeni americani ben prima di Colombo. Questo fa pensare con forza che ci sia stato qualche contatto di tipo transoceanico 7.230 (± 80) anni fa […] Gli anchilostomi […] richiedono condizioni di calore e umidità per completare il loro ciclo vitale fuori dall’organismo ospitante; non avrebbero potuto sopravvivere durante le migrazioni umane su terraferma, attraverso lo Stretto di Bering, durante l’ultima era glaciale».

Tra le altre malattie presenti nell’antichità in entrambi i ‘mondi’, secondo Jett ci sono la tubercolosi e la sifilide. Ma la teoria secondo cui si sarebbero diffuse attraverso contatti umani precolombiani rimane controversa: si crede infatti che la diffusione della tubercolosi possa essere avvenuta mediante le foche, mentre per la sifilide si è sempre ritenuto sia stata portata in Europa dai membri dell’equipaggio di Colombo, che l’avrebbero contratta nel Nuovo Mondo. Ci sono tuttavia degli scheletri, nel Vecchio Mondo, che ne suggerirebbero la presenza prima ancora dei tempi del navigatore genovese.

Molti esperti però ritengono che le prove sulla sifilide precolombiana nel Vecchio Mondo non siano determinanti, e che altre cause potrebbero aver provocato i segni visibili su questi scheletri.

RIVOLUZIONE NUMERO 3: AGRICOLTURA E ALLEVAMENTO

«Ci sono resti archeologici di piante coltivate, probabilmente una ventina, rinvenute nell’emisfero sbagliato: per esempio alcune specie del Nuovo Mondo trovate in siti archeologici dell’Asia del Sud e in vari altri posti», come i semi di graviola (Annona squamosa) scoperti durante uno scavo in India, sono stati analizzati nel 2009 dal professor Anil Kumar Pokharia dell’Istituto di Paleobotanica Birbal Sahni, e da altri ricercatori.

Inizialmente si riteneva che la graviola, nativa del Sud America e delle Indie Occidentali (in America), fosse stata portata in India dai portoghesi nel XVI secolo. Pokharia afferma invece nel suo studio pubblicato sul Radiocarbon: «La datazione dei campioni riporta la presenza della graviola sul suolo Indiano già dal secondo millennio a.C., il che depone a favore di quel gruppo di specialisti che propone varie argomentazioni sulla possibilità di contatti transoceanici tra Asia e America, prima della scoperta dell’America da parte di Colombo nel 1492 d.C.».

Un altro caso particolare è quello delle galline: nel 2007, l’antropologa Alice A. Storey dell’Università di Auckland in Nuova Zelanda, ha condotto uno studio dal titolo Le prove del radiocarbonio e del Dna sull’introduzione delle galline polinesiane in Cile prima di Colombo: ossi di gallina trovati in Cile sembrano provare che le galline polinesiane siano state portate in America prima di Colombo.

Nel 2014 tuttavia, uno studio guidato da Alan Cooper, direttore dell’Australian Centre for Ancient DNA, ha usato un diverso approccio nell’analisi del Dna degli ossi di gallina, affermando che sono geneticamente diversi da quelle polinesiane.
Ma la Storey ha difeso la propria analisi e criticato lo studio di Cooper, in quanto per il confronto avrebbe usato il Dna delle galline sudamericane moderne: «La gran parte delle loro ricerche – afferma – si basa sul Dna moderno. Ma usare il Dna moderno per comprendere cosa facessero le persone in passato è come prendere per campione un gruppo di pendolari in una stazione della metropolitana di Londra nell’ora di punta: è improbabile che questo campione possa fornire molte informazioni utili sulla popolazione londinese dei tempi pre-romani».

David Burley, un archeologo della Simon Frase University in Canada, non ha dubbi che i Polinesiani abbiano raggiunto il Nuovo Mondo e, intervistato da National Geographic, ha affermato: «Le prove di un contatto dei Polinesiani con il Nuovo Mondo prima di Colombo sono notevoli. Abbiamo la patata dolce, la lagenaria… Tutte cose del Nuovo Mondo, che è stato dimostrato fosse lì già prima di Colombo. Se i Polinesiani hanno potuto trovare l’Isola di Pasqua, che è una briciola, non pensate che avrebbero anche potuto trovare un intero continente?».

RIVOLUZIONE NUMERO 4: GENETICA UMANA

Le prove genetiche a sostegno di un contatto transoceanico, derivanti dallo studio delle popolazioni indigene americane, vengono spesso rifiutate con l’accusa di essere contaminate da elementi derivanti dal materiale genetico giunto dopo Colombo.
«Ma i pattern rinvenutispecialmente quelli caratteristici dell’Asia meridionale o orientale, non corrispondono più di tanto a quelli delle zone da cui venivano i colonizzatori – osserva Jett – infatti non c’è stata alcuna attività coloniale significativa, proveniente da quelle aree, nell’era coloniale».
Inoltre Jett fa notare che questi marker genetici sono stati riscontrati nelle stesse aree dove ci sono elementi culturali che suggeriscono un contatto transoceanico.

Il dottor Donald Panther Yates ha analizzato il Dna e la cultura cherokee e ha trovato dei legami con il Vecchio Mondo, che ritiene siano stati elaborati molto prima di Colombo.
In un articolo intitolato Lignaggi anomali nel Dna mitocondriale dei Cherokee, Yates argomenta su due gruppi genetici noti come aplogruppo T e aplogruppo X, entrambi appartenenti ai cherokee, e afferma: «Il livello di aplogruppo T nei cherokee (26,9 percento) è paragonabile a quello per l’Egitto (25 percento), una delle poche zone in cui il T ha una posizione importante tra i vari lignaggi mitocondriali».

Sull’aplogruppo X, invece afferma: «L’unico altro posto sulla Terra dove l’X è presente a livelli elevati, oltre ai gruppi degli indiani d’America come gli Ojibwe, è tra i drusi nelle colline di Galilea, nel Nord di Israele e nel Libano».

Yates ha anche notato dei parallelismi tra la lingua cherokee e alcune lingue antiche del Vecchio Mondo: per esempio la parola cherokee karioi, che significa ‘comodità’ o ‘facilità’ corrisponde alla stessa parola in greco dal significato ‘diletto, divertimento’.

RIVOLUZIONI NUMERO 5 E 6: LA LINGUISTICA E I CALENDARI

Jett ha anche citato il lavoro del linguista Brian Stubbs, che suggerirebbe un legame tra Vecchio e Nuovo Mondo: Stubbs ha pubblicato un volume che mostra corrispondenze tra le lingue uto-azteche e quelle afro-asiatiche, come le lingue dell’antico Egitto e quelle semitiche.

Ci sono stati anche altri studi che hanno evidenziato legami simili, ma non hanno ancora ricevuto sufficiente attenzione. Quanto alle similitudini tra il calendario cinese e quello Maya, l’argomento è stato trattato in un precedente articolo.

OSTACOLI

Alcune delle obiezioni mosse alle teorie diffusioniste consistono in contestazioni della validità delle prove, ma secondo Jett ci sono anche altri tipi di ostacoli che queste teorie incontrano.

Alcune persone, per esempio, ritengono che i diffusionisti sminuiscano il valore delle popolazioni indigene americane, quando dichiarano che queste culture non si sarebbero formate in modo indipendente, ma abbiano avuto bisogno di un input dal Vecchio Mondo. Alcuni studi diffusionisti, inoltre, non sono sufficientemente approfonditi, e hanno quindi fama di non essere rigorosi.

Inoltre il diffusionismo mette in dubbio i tentativi della scienza di fare generalizzazioni e creare modelli su come le culture si sviluppino: se infatti tutte le civiltà hanno legami storici l’una con l’altra, allora non ci sono esempi indipendenti da poter comparare tra loro per formulare delle generalizzazioni, e ciò agisce come ostacolo psicologico nelle menti degli antropologi – sostiene Jett – in quanto mina i progressi (ammesso che tali siano) fatti nell’ambito di questi studi.

Mentre le prove continuano ad accumularsi, e con il continuo arrivo di giovani scienziati che sostituiscono i vecchi, Jett ritiene che dal punto di vista diffusionista la scienza stia per fare un balzo in avanti complessivo.  

Per approfondire:

Articolo in inglese: Evidence Accumulates for Ancient Transoceanic Voyages, Says Geographer

Traduzione di Vincenzo Cassano

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