Secondo gli ultimi studi, gli alberi hanno una vita sociale, parlano, si amano e si aiutano tra loro

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Le foreste giocano un ruolo essenziale nell’immaginario collettivo tedesco: teatri di fiabe come Hansel e Gretel, o della letteratura romantica, accolgono gli erranti visitatori nostalgici all’ombra delle loro chiome.

Peter Wohlleben non è un poeta, è una guardia forestale che vive a Hummel, a un’ora di strada da Colonia, e ha la capacità di affascinare il pubblico. A 51 anni questo ranger è in grado di leggere nell’intrico dei rami e nell’intreccio delle radici. La foresta per lui è un vasto sistema e gli alberi sono esseri sociali che sanno contare, imparare, dimenticare, informarsi a vicenda tramite dei segnali: lontano quindi dall’immagine di «robot organici», come vorrebbe la società contemporanea.

Il suo libro, La vita segreta degli alberi, che descrive con precisione le interconnessioni del bosco, è rimasto al primo posto nella classifica Spiegel per tutto il primo semestre 2016, ed esaurite le 480.000 copie della prima edizione, è stato tradotto in venticinque lingue.

Gli alberi non sono destinati solamente a produrre legna e ossigeno: l’autore, come dimostrato in un recente studio, sottolinea l’importanza dell’esistenza di una rete ‘fungina’ che connette tra loro gli alberi. Questa rete, per ragioni ancora sconosciute, tiene in vita i ceppi degli alberi abbattuti per lungo tempo, e li rifornisce di nutrimento attraverso le radici.

L’approccio della conoscenza tramite la metafora è noto ai romanzieri: nelle Fiabe di la Fontaine o nel Roman de Renard, gli animali sono una rappresentazione teatrale della vita umana. Qui il processo è al contrario: il linguaggio umano è usato per avvicinarsi alla vita degli alberi. Wohlleben tuttavia è lontano dal teorizzare, non fa che «esprimere conclusioni scientifiche in emozioni», e afferma: «Il linguaggio scientifico tende a eliminare l’idea di ogni emozione, e le persone non capiscono più. Quando dico “gli alberi allattano i loro piccoli”, tutti capiscono di cosa si tratta».

Mostrando dei rami opposti da cui filtra la luce, spiega: «Questi alberi sono amici. Guardate come le fronde vanno in direzioni opposte: è fatto di proposito, in modo che i rami di quest’albero non tolgano la luce al suo amico. A volte, due piante come queste hanno radici così intrecciate che quando uno di loro muore, l’altro lo segue».

Peter Wohlleben è cresciuto a Bonn, capitale della Germania dell’Ovest negli anni ’60 e ’70. Come tanti bambini della sua età, allevava tartarughe e ragni e giocava all’aperto; un giorno un insegnante mostra un disegno sul tema “a cosa assomiglierà il mondo ecologico di domani”.
Wohlleben pensa che dovrà andare in aiuto di questo futuro: comincia a studiare e nel 1987 è assunto dall’amministrazione forestale del Land della Renania-Palatinato, dove lavora per vent’anni. La sua attività comprende l’abbattimento di alberi e l’uso di pesticidi; ricorda: «Pensavo: “Che cosa sto facendo? Io sto rovinando tutto».

L’autore continua a studiare. Consulta libri sul comportamento degli alberi e scopre che i suoi studi all’Amministrazione forestale non gli avevano insegnato l’essenziale. Nel loro lavoro, gli ingegneri ritengono che più gli alberi sono distanti, più ricevano luce per il fogliame e più in fretta crescano. Questa idea di vedere gli alberi come esseri individualisti, è rifiutata però da alcuni naturalisti, che affermano invece che troppo spazio tra le piante può disconnettere la rete sotterranea, impedendo anche la formazione di un meccanismo di resistenza.

Nei suoi viaggi in Svizzera e in Germania, Wohlleben incontra guardie forestali che hanno una visione diversa del proprio lavoro. Racconta: «Nei loro boschi ho visto spesso alberi vecchi, trattano le piante con affetto, e queste producono un legno migliore. Tra di loro dicono che, se vogliono acquistare un’auto, tagliano due alberi. Nella mia foresta, in quel periodo, con due alberi avrei pagato una pizza».

Wohlleben decide di eliminare i macchinari per l’abbattimento massiccio dei boschi e di sostituirli con carrozze trainate da cavalli. I suoi superiori però non sono favorevoli, e considera quindi l’idea di trasferirsi: dopo aver parlato con la propria famiglia, decide di lasciare il lavoro sicuro. Nel 2006, l’Amministrazione comunale gli offre un’occasione, sciogliendolo dal contratto con l’azienda forestale e assumendolo direttamente. Può finalmente applicare le sue teorie: non utilizza più grandi macchinari e pesticidi, lascia che il bosco cresca in modo naturale e, due anni dopo, la gestione passa dalla perdita al profitto.

Wohlleben adesso può vivere del suo lavoro. Ma non lascia le sue foreste ombrose e umide per le luci delle sale di conferenze e per abiti ufficiali. Afferma infatti: «Sto bene così come sono, cosa potrei avere di più? A che serve prendere l’aereo tre volte alla settimana, e partecipare a conferenze un po’ dappertutto».

WOOD WIDE WEB: GLI ALBERI IN CONNESSIONE

È il caso che a volte porta alle grandi scoperte. Un gruppo di scienziati norvegesi, diretti da Christian Korner, ha studiato la fotosintesi degli abeti e, dal 1999 ha sottoposto a fumigazione piante alte quaranta metri. Un obiettivo era capire come reagiscano alcuni alberi a un tasso elevato di biossido di carbonio nell’atmosfera. A questo scopo, gli scienziati utilizzano un isotopo, il Carbonio 13, per localizzare il gas assimilato dagli alberi che, tramite il processo della fotosintesi, trasformano l’acqua e l’anidride carbonica in zuccheri, che vengono poi assorbiti dalle piante.

Tamir Klein, botanico e ricercatore all’Istituto di Basilea, si è unito al gruppo di scienziati nel 2012, col compito di analizzare la distribuzione del Carbonio 13 dalla chioma alle radici. Come prevedeva, ha rilevato un tasso elevato di questo elemento nelle cime degli alberi, e uno più basso nelle radici. Ma è rimasto stupito nel trovare l’isotopo nelle radici delle piante vicine, e ricorda: «Christian non voleva credermi, diceva che avevo confuso le radici degli abeti: abbiamo controllato fino al punto di assaggiarle, e abbiamo concluso che il carbonio si era proprio trasferito attraverso le radici».

Proseguendo negli studi, i ricercatori si sono accorti che il Carbonio 13 non era presente nelle piante di more o di mercorella lì vicino, mentre è stato trovato in numerosi funghi. Questi funghi, le micorrize, crescono abitualmente sulle piante, rifornendole di fosforo e azoto e nutrendosi a loro volta degli zuccheri a base di carbonio, presenti nelle piante stesse, e si possono trovare ai piedi di alberi diversi.

Christian Kaiser, ricercatore dell’Università di Vienna, spiega: «Si sapeva che questi funghi formano una rete che fornisce al terreno alimenti vegetali in cambio di carbonio, ma non che trasportassero il carbonio in grande quantità da un albero all’altro». Secondo l’équipe di Klein, su un’area delle dimensioni di un campo da rugby, gli alberi scambiano l’equivalente di 280 chilogrammi di CO2 ogni anno: rappresenta il 40 percento del carbonio contenuto nelle loro radici e il 4 percento di quanto producono con la fotosintesi.

Questi dati sono il punto di partenza per nuove domande. Per esempio scoprire che cosa accade in una foresta, o se grandi alberi, i più vecchi, possano dare più anidride carbonica alle giovani piante o a quelle che subiscono diverse condizioni ambientali.
Secondo Suzanne Simard, docente dell’Università della British Columbia, progredire nella ricerca è «importante». Dichiara infatti: «È un progresso importante, considerato che queste analisi provengono da foreste naturali e riguardano vecchie piante. Questo studio mette in discussione tutto quello che sappiamo sulla vita degli alberi: prima, credevamo che la loro ‘comunità’ fosse basata sull’individualismo e la competizione, mentre in realtà si fonda anche sulla cooperazione».

 

Traduzione di Francesca Saba

D’après de nouvelles études, les arbres ont une vie sociale incroyable : ils parlent, s’aiment et s’entraident

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