Secessione, l’eterna lotta tra potere centrale e autonomia locale

Dimostranti si congratulano con la polizia spagnola in occasione di una manifestazione indetta dalla ‘Societat Civil Catalana’ per sostenere l’unità della Spagna, 8 ottobre 2017, Barcellona. (LLUIS GENE/AFP/Getty Images)

Nel corso della Storia raramente le secessioni hanno avuto successo. La realtà è crudele, e i secessionisti sono romantici, armati male e poco organizzati. I governi centrali invece sono realistici, ben armati e per nulla disposti a rinunciare a cose come il territorio, le risorse e la popolazione. Per questo vi sono state più repressioni che separazioni pacifiche.

Un caso esemplare è quello della guerra civile americana. Sebbene attualmente per ragioni sociopolitiche venga posta l’enfasi sulla liberazione degli afro-americani dalla schiavitù, in realtà lo scopo fondamentale della guerra di secessione americana era preservare l’unità degli Stati Uniti. E sebbene ora sia difficile da credere, a quel tempo un ‘unione’ democratica e repubblicana era un concetto rivoluzionario e senza precedenti storici. Ed è stata proprio quest’ideale di ‘unità’ che ha guidato le forze dell’Unione.

Nonostante acuni sostenessero la necessità di «lasciar andare il figliol prodigo» e discutessero del «diritto all’autodeterminazione degli Stati», i cittadini del nord decisero che per l’unità nazionale erano pronti a combattere; come risultato 750 mila americani morirono nel conflitto. Anche per questo quasi tutto l’immaginario storico pervenutoci è critico nei confronti del movimento secessionista.

Negli ultimi decenni un’infinità di minoranze etniche hanno reclamato la propria indipendenza dai governi centrali. Alcuni esempi sono gli Igbo in Nigeria, i bosniaci, i serbi, gli slovacchi, i croati (dopo la disgregazione della Jugoslavia), la Papua Nuova Guinea, il Sudan del sud, il Bangladesh (in passato Pakistan occidentale), la Malesia, Singapore, lo Sri Lanka e tanti altri.

A giudicare dalle circostanze attuali ci sono un buon numero di Paesi che in futuro potrebbero dividersi: il Belgio che da sempre è il teatro dell’infelice unione tra Fiamminghi e Valloni; l’India, che comprende 29 Stati e sette unioni territoriali con 22 lingue ufficiali; la Russia, in cui alcuni dei residuati dell’Unione Sovietica hanno già ottenuto l’indipendenza; e persino la Cina, dove le grandi distanze delle regioni esterne e le differenze linguistiche hanno generato spinte secessioniste.

Comunque i casi prominenti sono tre: il Canada (Quebec), l’Iraq (Kurdistan) e la Spagna (Catalogna). Sebbene siano situazioni lontane geograficamente, possiedono diverse caratteristiche comuni: il radicato senso di ingiustizia nei confronti del governo centrale, dei confini naturali, la solidità economica della regione e l’unità linguistica.

IL QUEBEC

Il risentimento del Quebec nei confronti del governo centrale ha radici remote. Originariamente il Quebec era territorio francese, poi è stato conquistato dal Regno Unito e infine con la costituzione ufficiale del Canada è entrato a farne parte. Con la pretesa, però, che essendo una delle due nazioni fondatrici gli fossero dovuti riconoscimenti e privilegi speciali. Tuttavia il dominio del Canada inglese sull’economia e la politica del Quebec è terminato solo con la cosiddetta ‘Rivoluzione Tranquilla’ degli anni ’60-’70 che è culminata nel 1976 con l’elezione di un governo favorevole alla sovranità del Quebec.

Successivamente nel 1985 e ancora nel 1995 i separatisti del Quebec hanno tentato di conseguire l’indipendenza attraverso un referendum per separarsi dal Canada. Entrambe le volte hanno fallito e, sebbene il 35-40 per cento della popolazione continui a essere favorevole all’indipendenza, non c’è più quella spinta politico-culturale che era propria della generazione precedente.

I curdi iracheni festeggiano con la bandiera curda per le strade della città settentrionale di Kirkuk il 25 settembre 2017, durante le votazioni del referendum sull’indipendenza. (AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images)

IL KURDISTAN

I curdi stanno tentando da oltre un secolo, senza ottenere grandi risultati, di riunire i curdi in Iraq e in Iran, Siria e Turchia.
Il recente successo militare dei Peshmerga contro l’Isis ha portato alla liberazione di molti dei territori tradizionalmente curdi. Perciò quando il 25 settembre, il leader curdo Massoud Barzani ha indetto un referendum per l’indipendenza a cui hanno partecipato il 77 per cento degli aventi diritto, di cui il 93 per cento ha votato Sì, sembrava che i rapporti tra i curdi e il governo di Baghdad stessero cambiando.

Ma il governo centrale iracheno ha subito reagito occupando le principali aree del Kurdistan, in particolare la zona ricca di petrolio vicino alla città di Kirkuk. La resistenza dei curdi è stata minima, Barzani ha rassegnato le sue dimissioni e ancora una volta i curdi sono lontani dall’indipendenza.

Una donna sventola la bandiera catalana a Barcellona il 10 luglio 2017, quando centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per sostenere uno statuto che conceda maggiore autonomia alla regione catalana. (Josep Lago/Getty Images)

LA CATALOGNA

E siamo alla Catalogna. Le tensioni di lunga data tra Madrid e Barcellona hanno raggiunto recentemente il loro apice, dopo che la Catalogna ha preteso maggiore autonomia.

Durante un ottobre particolarmente confuso si sono succeduti un referendum (che Madrid ha dichiarato illegittimo), il voto del parlamento per l’indipendenza, la dichiarazione di indipendenza del leader catalano Carles Puigdemont, la reazione del Primo ministro spagnolo Mariano Rajoy che ha ordinato lo scioglimento del parlamento catalano e l’arresto della sua leadership (almeno di quelli che è riuscito ad acciuffare), e infine sono state indette le prossime elezioni regionali che si svolgeranno il 21 dicembre.

Puigdemont è fuggito a Bruxelles annunciando che si opporrà all’estradizione, e ha invocato una resistenza democratica al colpo di mano di Madrid.
Tecnicamente i conflitti sembrano risolvibili: più autonomia per la regione catalana, più finanziamenti governativi, maggiore tutela per la lingua catalana e riconoscimento simbolico della Catalogna come ‘nazione’, sono alcuni dei suggerimenti per stemperare il clima di tensione.

Fortunatamente non si sono verificati spargimenti di sangue e perciò le elezioni di dicembre potrebbero riunire quei catalani che non vogliono separarsi da Madrid.

Quello che dimostrano i movimenti secessionisti contemporanei, è quanto sia difficile mettere in pratica il principio di Woodrow Wilson di autodeterminazione dei popoli. E confermano il cinico corollario secondo cui non è realistico che ogni piccola minoranza linguistica ambisca a fondare il proprio Stato.

 

David T. Jones è un funzionario in pensione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’ America. Ha pubblicato diverse centinaia di libri, articoli, rubriche e recensioni sulle relazioni bilaterali Usa-Canada e sulla politica estera in generale. Nel corso di una carriera durata oltre 30 anni, si è concentrato su questioni politico-militari, lavorando come consulente per due capi di stato maggiore dell’esercito.

 

Articolo in inglese: Secession: An Historic Struggle Between Central and Local Control

Traduzione di Marco D’Ippolito

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