Sciolte le Camere si entra in campagna elettorale, e le idee sono molte e confuse

Il palazzo di Montecitorio (pubblico dominio).

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha disposto lo scioglimento delle camere: è la fine della 17 esima legislatura. Che aveva avuto il suo claudicante inizio nel 2013, per poi produrre ben quattro presidenti del Consiglio: Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni.

Gentiloni rimarrà in carica fino a quando non si terranno nuove elezioni e i deputati della prossima legislatura non occuperanno gli scranni del Parlamento, insieme al nuovo presidente del Consiglio. Nel suo discorso di fine anno, il capo del governo ha insistito nel ripetere che il suo non è stato un governo di stallo, ma di azione, e che ha continuato a condurre il Paese lungo la scia della lenta uscita dalla crisi.

Il premier, che in precedenza era ministro degli Esteri del governo Renzi, ha mantenuto la continuità delle relazioni con l’Europa rispetto al governo precedente, ma è stato anche per così dire alquanto ‘intraprendente’ in politica estera, in collaborazione con il ministro degli Interni Minniti, tanto che con i suoi successi in Libia (non esenti da ombre e pesanti critiche) il duo sembra aver oscurato l’attuale ministro degli Esteri.

ELEZIONI IL 4 MARZO 2018

In vista delle nuove elezioni previste per il 4 marzo, tutti sono ripartiti alla carica, con nuovi partiti che spuntano e che probabilmente continueranno a fiorire nei prossimi mesi. Fra questi il nuovo soggetto politico del presidente del Senato Pietro Grasso, che cercherà di riunire tutto quello che è ‘a sinistra del Pd’, ovvero i segmenti ‘meno renziani’ fuoriusciti dal Partito democratico. Per questo novello partito, i sondaggi attuali prevedono dal 5 al 15 per cento di voti. Risultato e ‘forbice’ notevoli, considerando che di questo partito ancora nemmeno esistono né nome né simbolo.

Altra novità è il nuovo partito centrista nato dal matrimonio politico fra il ministro della Salute Beatrice Lorenzin e l’immortale Pier Ferdinando Casini, che negli anni ha diretto numerosi partiti di centro, i quali – è il caso di dirlo – raramente hanno ‘fatto centro’.

Silvio Berlusconi (a proposito di immortali) intanto è ripartito all’attacco, sposando la nuova idea della Flat tax di Salvini, lasciandosi andare anche a qualche uscita anti-immigrati (non proprio il suo cavallo di battaglia) e promettendo aiuti per le fasce deboli: reddito di dignità, ovvero mille euro minimi al mese garantiti per tutti. Chi non ha reddito, non dovrà dare nulla allo Stato e riceverà mille euro.
Allo stesso tempo, Berlusconi propone – oltre ai temi classici della destra – la tutela degli animali, delle mamme e degli anziani, e persino sgravi fiscali per chi possieda un animale domestico.

E, di sussidio in sussidio, si arriva ai grillini, che del reddito di cittadinanza hanno fatto il loro cavallo di battaglia. L’uscita di Berlusconi sul ‘reddito di dignità’ sa quindi di sfida: «Quando saremo al governo – dichiara Di Maio, citato dal Corriere – ci ricorderemo questa dichiarazione. Lo chiama “reddito di dignità” per nascondere che ci copia».
La proposta dei 5 Stelle è in effetti molto più articolata, in quanto fornirebbe degli aiuti economici a chi non abbia reddito, ma anche delle proposte di lavoro, tra le quali il cittadino dovrebbe scegliere necessariamente una, pena la perdita del diritto al sussidio. Di Maio ricorda spesso come non si tratti di una misura assistenzialistica, proprio perché l’aiuto sarebbe temporaneo e legato all’attiva ricerca di un lavoro.
A proposito dei pentastellati, non si possono ignorare le recenti ‘innovazioni’ annunciate all’assetto del partito: nuova associazione, nuovo codice etico e nuovo statuto, per voltare pagina rispetto al comico prestato alla politica Beppe Grillo. A quanto pare, il dominus assoluto del 5 Stelle rifondato sarà Luigi Di Maio, e fra le molte novità dovrebbe esserci una multa di 150 mila euro a chi, eletto nelle liste del 5 Stelle, dovesse cambiare gruppo nel corso della legislatura. Una punizione emblematica, ed evidentemente ai limiti dell’incostituzionalità, visto che l’articolo 67 della Costituzione della repubblica italiana stabilisce che «ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

Quanto alla sinistra renziana, Matteo Renzi rivendica la paternità di numerosi ‘successi’ della legislatura appena finita e critica gli avversari (interni ed esterni), mettendo in dubbio la possibilità che le loro promesse possano essere realizzate. Ma i problemi (e molti sono vecchi: non è tutta ‘colpa’ della Boschi) a sinistra non sono pochi. A partire dalla perdita di credibilità presso il proprio elettorato.

Per finire, la Lega. Salvini, ormai in guerra perenne contro la sua stessa storia, non perde occasione per apparire neo-meridionalista, fino al punto di prendere le difese dell’imprenditore napoletano Antonino Cannavacciuolo per una multa comminata al grande chef in seguito a un controllo dei Nas presso uno dei suoi locali.
Anche qui – come in tanti partiti italiani – c’è un problema di crisi di identità: tanti elettori leghisti potrebbero non apprezzare questo genere di modernizzazione. Ma la crisi di rappresentatività dei partiti nel nostro Paese è purtroppo storia antica.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono proprie dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di Epoch Times.

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