Schiavi nordcoreani impiegati in Cina per aggirare le sanzioni

Operai nordcoreani (publico dominio).

Un’inchiesta giornalistica ha rivelato che negli impianti di lavorazione del pesce di una città cinese vicina al confine con la Corea del Nord vengono impiegati dei cittadini nordcoreani. Secondo l’inchiesta, sono una decina le ditte statunitensi che vendono pesce prodotto dagli schiavi nordcoreani. Di esse alcune hanno già sospeso quelle fonti di approvvigionamento, mentre altre affermano di stare indagando in merito.

L’indagine realizzata dalla Associated Press ha rivelato che il pesce prodotto utilizzando lavoratori nordcoreani è stato rivenduto, tra le altre, dalle multinazionali Aldi e Walmart, nonostante il fatto che, con le sanzioni internazionali in corso, questa pratica sia illegale. Attualmente il lavoro di personale nordcoreano, sotto qualunque forma, è considerato lavoro forzato negli Stati Uniti: il governo nordcoreano, di fatto, si appropria di oltre il 70 percento dei guadagni dei lavoratori impiegati all’estero e utilizza il denaro per sostenere il regime e finanziare un programma di armento nucleare del costo di oltre un miliardo di dollari.

Gli operai nordcoreani non hanno il permesso di mischiarsi con quelli cinesi che lavorano nella medesima fabbrica e sono sorvegliati in modo rigido. Il video di Ap mostra le fotografie di due dittatori comunisti nordcoreani deceduti appese sul muro del loro dormitorio.

Degli esperti affermano che la Cina sia l’opzione peggiore per i nordcoreani che lavorano all’estero, a causa delle condizioni in cui sono costretti a vivere, simili a quelle di una prigione. Eppure, nonostante questo, i nordcoreani ambiscono comunque a lavorare fuori dai confini del Paese perché, anche se il governo si appropria del 70 percento del loro compenso già basso, guadagnano comunque di più di quello che riuscirebbero a realizzare in patria. Senza contare il fatto che, date le rigide restrizioni che limitano le possibilità di lasciare il Paese, ogni occasione di fare anche solo un piccolo passo al di là del confine è dir poco ambita.

I nordcoreani che lavorano nella città di Hunchun sono circa 3 mila, una parte delle decine di migliaia che si trovano soprattutto in Cina, ma anche in Russia e nel Medio Oriente, e dalle quali il regime nordcoreano ricava da 200 a 500 milioni di dollari all’anno.

Secondo Andrei Lankov, esperto della Corea del Nord per l’università sudcoreana di Kookmin, «se un nordcoreano vuole andare all’estero, la Cina è l’opzione meno favorevole, perché nelle fabbriche cinesi sono costretti a vivere in condizioni simili a quelle di una prigione».

Questo genere di lavoratori sono invece molto ambiti dagli imprenditori cinesi, perché possono pagarli meno dei lavoratori cinesi e hanno ancora meno diritti di questi ultimi: lavorano 12 ore al giorno sei giorni su sette. Inoltre non possono godere di giorni di ferie e non possono lasciare la fabbrica dove lavorano, che è quindi il posto dove trascorrono tutta la loro vita. Si tratta di persone che normalmente stanno lontane dalle famiglie per interi anni.

«Invece di produrre i beni all’interno della Corea del Nord e cercare di esportarli, cosa impossibile con le sanzioni internazionali in vigore, esportano i nordcoreani», così riassume la situazione Luis C. deBaca, ex membro dell’Ufficio per il monitoraggio e la lotta al traffico di esseri umani del Dipartimento di Stato Usa, che spiega: «Producono da qualche altra parte e poi riportano i soldi in Corea del Nord».

Articolo inglese: North Korean Slave Labor Used to Process Fish Sold in US Stores

Traduzione di Veronica Melelli

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