Rwanda, la storia di Yvonne sopravvissuta al genocidio

(Immagine di repertorio)

Odio, sangue e morti ammazzati. Sguardi spiritati, privi di ogni calore umano. Questo, e molto altro, passa davanti agli occhi innocenti di una bambina. Con la stessa rapidità e freddezza di un colpo di machete, da non lasciare neanche il tempo di realizzare, di chiedersi il perché.
È il 1994 e ci troviamo in Rwanda, dove ancora vige la divisione razziale tra hutu e tutsi. Yvonne, ad appena nove anni, ha già perso padre e madre e si ritrova sola, circondata dalla follia umana. Tutto questo solo perché qualcuno ha deciso che quelli come lei, di etnia tutsi, devono sparire dalla faccia della terra. E nel peggiore dei modi.

Yvonne, costretta a nascondersi tra un cadavere e l’altro per rimanere viva, affida così la sua sopravvivenza al fato, alla fede, alla sua forza interiore, e all’amore per la vita. Alla speranza che ci possa essere ancora qualcuno capace di amare. E quando anche l’ultimo raggio di sole sembra oramai tramontato, il sogno di tornare a vivere si materializza, grazie a Federico, il giornalista italiano che la porta in salvo.

L’incredibile storia di Yvonne è raccontata nel libro All’improvviso la pioggia di Francesco Milazzo. Epoch Times ha intervistato lo scrittore, Francesco, e la protagonista, Yvonne:

[A Francesco] Puoi spiegare un po’ come vi siete conosciuti tu e Yvonne, il background del libro, e cosa ti ha spinto a scriverlo?

Sono sempre stato abbastanza curioso di fatti e avvenimenti storici, e sicuramente un avvenimento molto importante è stato il genocidio del Rwanda, che non è conosciuto da molti ma è stato uno dei tre genocidi riconosciuti dalla comunità internazionale, ed è stato un fatto particolarmente drammatico, soprattutto per come avvengono poi le guerre in Africa, come noi non siamo abituati a vedere. Noi siamo abituati a vedere molte guerre fatte di lucine verdi di notte o di missili che partono senza vederne poi effetti e risultati; in realtà poi in Africa è tutta un’altra cosa: cioè molte guerre si combattono quasi all’arma bianca, e quindi sono molto molto più macabre, più cruente, e meno esposte mediaticamente.

Per un po’ sono entrato in contatto con un po’ di persone della comunità ruandese in Italia e tramite alcuni incontri sono riuscito a conoscere Gaddo Flego, l’unico chirurgo italiano che lavorava con Medici Senza Frontiere durante il genocidio, che mi ha messo in contatto prima con Yvonne e poi con Federico, l’altro protagonista.

[A Yvonne] Come si riesce a metabolizzare tutto, dopo quello che hai passato?

Questo è impossibile perché comunque rimane. Dipende da come la vivi: cerchi di scegliere di andare avanti positivamente. Non è facile. Ci sono dei periodi, ci sono alcune cose che ho superato e altre che non ho superato, sulle quali però continuo a lavorare per superarle, perché sono cose che devono rimanere indietro. Cerco di apprendere da queste cose una lezione, ma comunque sempre guardando avanti.

Ho impiegato 24 anni a parlare. Non perché non avevo voglia o coraggio, ma perché spesso incontri delle persone che hanno un altro atteggiamento nei confronti della storia, nei confronti della persona… Francesco non è stato così. Francesco mi ha ascoltata vedendomi come sono ora [non compatendomi, ndr], anche se evidentemente dentro di sé vedeva e immaginava quello che stavo vivendo. Però il suo atteggiamento nei miei confronti era una considerazione di me come sono adesso, e questa cosa ha reso più semplice il racconto.

Poi non sono riuscita a raccontare tutto prima anche perché evidentemente non ero in pace con me stessa, perché prima devi perdonare. E per questo ci vuole tempo, perché l’odio dentro te stessa non ti dà la possibilità di andare avanti. Una volta che riesci a non guardare più indietro, perché tanto non ci puoi fare niente, ma cerchi solo di guardare avanti accogliendo le cose positive della vita, sei più libera mentalmente, sei più libera nell’anima per poter andare avanti.

[A Francesco] La pioggia ha un’accezione positiva nel libro… un simbolo purificatore

Sì, in un certo senso sì; è abbastanza simile a un aneddoto che mi è successo quando ero in Messico in un travel project con un’organizzazione non governativa abbastanza piccola di cui ero co-fondatore. Eravamo andati per assistenza agli indios e per portare avanti la causa dei diritti umani anche in Messico (che non è solo quel posto bellissimo e turistico di cui si parla) e un giorno eravamo dentro una comunità indigena, credo che fosse quella di Moisés Gandhi in Chiapas, dove c’erano all’epoca ancora attive l’Ezln (l’esercito del subcomandante Marcos, quelli col passamontagna tanto per avere un’idea) ed ero lì in questa situazione abbastanza disperata anche perché erano giorni in cui, poco prima che noi arrivassimo, c’erano stati anche degli omicidi di alcuni indigeni e alcuni campesini… C’era una situazione molto difficile perché era il momento in cui anche l’esercito zapatista si stava ribellando, quindi con manifestazioni. Non era tranquillissimo, c’era una forte povertà e una forte crisi, anche perché il governo e l’esercito messicano tendevano a emarginarli il più possibile. E, in questa situazione di crisi in questa comunità, era anche incominciato a piovere in quel momento e faceva un po’ di freddo, al ché mentre ero fuori abbastanza disperato, praticamente commosso da quel che mi circondava, è uscito un ragazzo indio e ha cominciato a ridere. Non capivo di preciso il significato, e mi ha risposto «perché piove». E dentro di me pensavo ‘sì appunto, ci mancava solo la pioggia’. In realtà per lui era un nuovo inizio, cioè vuol dire che si liberava si puliva, e l’indomani sarebbe stato sereno e si ricominciava da capo. Cioè: peggio di così oramai non poteva andare, e la pioggia sarebbe stato solo un segnale di miglioramento. E da lì è nata l’idea di All’improvviso la pioggia, che bene si collega a quel che poi è successo in Rwanda prima e dopo.

[A Yvonne] Cosa pensi ti abbia dato la forza per uscire viva da quell’inferno? E il tuo essere qui oggi, lo vedi come un frutto del caso, o c’è qualcosa di più, che va oltre la fortuna?

Un’insieme di cose. Io credo molto in Dio, quindi credo che non era il mio momento; non è neanche tanto fortuna, anche perché ci sono stati tanti episodi che tuttora quando ci penso mi domando, ‘ma perché non mi hanno uccisa?’ Non c’è un motivo… a un certo punto non ho neanche più cercato di nascondermi perché immaginavo di essere rimasta sola. Ero rimasta sola, e in quel momento immaginavo che tutta la mia famiglia fosse stata uccisa, quindi per me non aveva più senso; quando uno ti dice sei solo al mondo, è una sensazione terribile, che non auguro a nessuno di provare, perché c’è tanta gente intorno a te, però nessuno ti conosce, nessuno ti vuole bene, nessuno ha amore nei tuoi confronti, quindi sei proprio letteralmente sola al mondo… A un certo punto ti auguri la cosa migliore che ti può succedere in quel momento, ovvero andartene proprio, non pensare, non affrontare questa situazione. Oltretutto ero piccola e tra l’altro ero anche l’ultima dei sette fratelli, quindi viziata di brutto, ero piccola e scema perché viziata… Quindi non ero in grado di prendermi cura di me.

A un certo punto non ho più cercato di nascondermi, sono andata incontro alla morte con la volontà. Non era un suicidio, però mi dicevo: ‘se mi uccidono, meglio’… e quindi a quel punto [il sopravvivere, ndr] non lo vedi neanche come una fortuna, ma come una sfortuna, perché in quel momento mi auguravo la morte. Cosa che per fortuna non è accaduta, perché poi alla fine ho scoperto di non essere sola al mondo. Ed è stata una bellissima cosa.

Credo che Dio mi abbia voluto salvare, e credo un’altra cosa che è diventata la filosofia della mia vita, e che secondo me mi ha anche aiutata a superare tutta questa situazione, ovvero il fatto che secondo me vivo per raccontare, perché l’intenzione dei genocidari era di eliminare completamente l’etnia tutsi in modo che nessuno potesse rimanere per raccontare. E non ci sono riusciti. E raccontiamo quello che è successo per non dimenticare, per ricordare i nostri cari che sono morti. E soprattutto vivo per rendermi utile nei confronti delle persone che non hanno avuto la mia stessa fortuna. E questo mi dà una forza infinita, perché non è più per me ma per gli altri, nel mio piccolo, ovviamente.

Infatti adesso faccio parte di diverse organizzazioni, una comunità, un gruppo di studenti ed ex studenti, abbiamo iniziato che andavamo all’università. Siamo sei persone che vivono in Italia, ruandesi sopravvissuti che hanno come missione l’aiutare gli orfani del genocidio che ormai a questo punto (passati 24 anni) sono anche diventati più grandi; finito il genocidio poi tanti sono morti per via dell’Hiv, per via della malasanità, per via della tristezza… La tristezza uccide. Quindi tanti sono sopravvissuti, e noi abbiamo l’obiettivo di aiutare bambini, ragazzini e giovani anche adulti che vanno all’università a continuare i propri studi. E questa per me è una filosofia che rende tutto come un dovere. Quindi non devo arrendermi, e devo avere la forza per poter fare quello per cui sono rimasta viva.

[A Yvonne] Quindi credi che ci sia stato come un disegno divino dietro…

Mentre lo dico mi sembra una cosa più grande di me, però ci credo profondamente.

[A Francesco] Tu credi?

No, io sono un ateo, che come tutti gli atei spera di sbagliarsi, ovviamente…

Comunque al di là del fatto che uno creda o meno, quello che viene da pensare è che quello che alla fine ti ha salvato si può dire sia stata la spinta dell’amore, da una parte l’amore tuo per la vita che ti ha dato la forza per andare avanti, dall’altra quello proveniente dall’esterno, di qualcuno che ha voluto a tutti i costi portarti in salvo…

Yvonne: Sì perché, può succedere che arrivi quel momento che cadi in basso, che proprio ti arrendi, però poi a un certo punto ti rendi conto che la vita è veramente cara, una bellissima cosa che realizzi solo dopo… ‘sì son sola ma sono viva, e cerchiamo di affrontare questa vita, e in qualsiasi modo’. Poi quando ti riprendi, che hai toccato il fondo e stai risalendo apprezzi molto di più la vita, perché hai rischiato di perderla e dai un altro valore alla vita.

Francesco: Sì a prescindere da credenze oppure no, è un inno alla vita, un inno a non mollare, a crederci, è un inno all’amore per la vita, per ciò che può rappresentare.

Sì può dire che se uno segue appunto quell’insegnamento dell’amore poi tutto vada nel verso giusto, si viene guidati sulla strada giusta e si fanno le cose giuste…

Francesco: Sì assolutamente… la sua salvezza è stata anche un modo di rispondere all’odio e alla barbarie. Uno ha risposto salvando una vita che si pensava non si potesse salvare in generale e soprattutto in quel modo, è come se fosse una risposta a tutto l’odio. Parafrasando un po’ e facendola molto mistica, è come se Federico, salvando la vita di Yvonne, avesse salvato il mondo intero in un certo senso.

Risulta difficile anche rispondere, perché poi si riduce tutto alla possibilità di libero arbitrio che ha l’uomo prima di agire, cioè fare il bene o il male è una scelta della persona alla fine: ma perché secondo vuoi l’uomo può essere capace di questa incredibile malvagità, c’è una spiegazione razionale?

Francesco: In tutte le cose vedo (soprattutto le grandi cose ma lo viviamo anche ogni singolo giorno in ogni scelta che compiamo) sempre il contraltare di un determinato fatto, ce ne rendiamo conto soprattutto in queste grandi occasioni così tragiche, come guerre mondiali, Shoah o genocidio degli armeni, dei tutsi in Rwanda… in ogni episodio è racchiuso l’eroe e l’antieroe, il buono e il cattivo, ci sono stati degli assassini anche insospettabili, genitori che insegnavano ai bambini come usare un machete contro un essere umano, e dall’altra parte ci sono stati casi in cui addirittura anche degli hutu, hanno sacrificato quello che avevano mettendo a rischio addirittura la loro vita per salvare dei tutsi, come ci sono stati dei tutsi che hanno fatto qualunque cosa, addirittura c’è stato qualcuno che ha organizzato delle sacche di resistenza… oppure l’esempio stesso è la chiesa cattolica, da una parte ci sono state manifestazioni di appoggio, e dire di appoggio è riduttivo: di vera e propria connivenza con i genocidari e con la preparazione e l’attuazione del genocidio. E dall’altra ci sono stati dei preti e delle persone della chiesa che invece hanno dato la propria vita per salvare bambini e persone da questa barbarie. Un po’ come lo yin e lo yang che sono presenti in ogni grande manifestazione delle cose.

Yvonne: Secondo me no, è una cosa per la quale non avremo mai una risposta, perché ho visto miei vicini di casa, ragazzini della mia età, uccidersi tra di loro, uccidere altri ragazzini con i quali giocavano quotidianamente, ho visto delle persone che non ti saresti mai aspettato che avrebbero mai fatto del male a una mosca cambiare completamente, solo per via di una propaganda, per via di una persona che gli ha messo in testa che questo è un male e quindi va escluso… casi di genitori che hanno ucciso i propri figli, figli che hanno ucciso le proprie madri, e poi il modo… quando tu prendi un machete, tagli a metà una persona, è un gesto consapevole, per il quale hai il tempo di tornare indietro, di ripensarci. Alcuni dicono che le persone erano diventate animali, ma non è vero perché gli animali non fanno cose così gratuite… solo se lo affronti e gli fai del male può reagire. Ma se prendi una persona indifesa, un bambino, neonato, o ancora nella pancia… aprivano le pance alle donne, prendevano i bambini appena nati, li sbattevano sul muro; come te lo puoi spiegare un cambiamento del genere? Non te lo spieghi e a un certo punto per non impazzire io ho smesso di chiedermelo.

Francesco: Una spiegazione razionale alla fine non c’è…

Anche perché è un atto irrazionale quindi…

Francesco: Assolutamente; quello che c’è di razionale di molto attuale, nell’irrazionalità, è che eccetto rari casi di solito il vincitore che viene si sostituisce semplicemente al vincitore che c’era prima, anche nei modi di comportarsi… e questa irrazionalità è diffusa in tutte le occasioni, durante il nazismo ma anche in altri mille esempi di impossibilità di una spiegazione razionale a certi comportamenti umani. La spiegazione più facile e attuale che c’è è quella della costruzione del diverso, cioè i vincitori momentanei, o chi detiene il potere in quel momento, per continuare a detenere il potere, non trova soluzione migliore che dare la colpa dell’infelicità, della mediocrità della stragrande maggioranza delle persone, non a loro stesse ovviamente o a quelli sopra la media ma a quelli sotto la media, cioè ai più poveri o agli ultimi della situazione.

[A Yvonne] Anche se è strano chiedertelo, cosa pensi ti abbia dato di positivo tutto quello che hai passato?

Credo che mi abbia fatto crescere, un po’ in fretta però mi ha fatto crescere, ho avuto la fortuna di imparare una lezione da quello che è successo, perché continuo a ripetere che sono la persona più fortunata del mondo perché conosco delle persone, miei cugini o miei coetanei che mentalmente non sono presenti proprio, perché dopo quello che abbiamo vissuto, quello che abbiamo visto, non sono riuscite ad andare avanti nella loro vita, perché mentalmente non hanno retto, o vanno da psicologi ecc. E quindi la cosa positiva, è che ho imparato un insegnamento dalla vita ovvero quello di amare la vita, mi ha reso più forte e poi ci sono delle cose che altre persone considerano importanti e per me non sono fondamentali, diciamo che mi ha fatto capire le cose che contano nella vita.

[A Yvonne] Hai ancora motivo di provare paura durante la quotidianità oppure dopo quello che hai passato adesso è diverso?

Quella rimane, e forse è anche peggio. Sai quello che hai vissuto e non vorresti mai riviverlo, e a me è rimasto il trauma, mi spavento per niente, qualsiasi cosa, e sono sempre pronta a nascondermi come se fossi in guerra… è un trauma che mi è rimasto però me lo tengo, penso non sia grave rispetto a quello che è rimasto agli altri, c’è di peggio, però vivi sempre con la paura di perdere le persone che ami. Con le persone a me care che sono rimaste, i miei fratelli, ogni volta che succede qualcosa la mente ritorna a quel periodo e quindi lo rivivi da zero anche se magari non è successo niente.

[A Yvonne] Con Federico, il giornalista che ti ha portata in salvo, che rapporto c’è adesso?

Non so come spiegare il rapporto tra me e Federico; siamo complici, abbiamo un carattere simile, come se avessimo vissuto insieme dal giorno uno fino a ora. Siamo diventati una famiglia… a livello africano non c’è bisogno di avere sangue in comune per essere una famiglia, e nei confronti di Federico provo un affetto come se fosse mio fratello, mio padre, un amico… quindi anche questa è un’altra fortuna perché acquisisci una persona nella tua vita e so benissimo che il bene che gli voglio è corrisposto, abbiamo un bellissimo rapporto. Io lo chiamo il mio salvatore perché se non avesse avuto questo gesto da pazzo io non sarei qui, perché nessuno credeva più che fossi viva, anche i miei fratelli (perché appunto avevano visto quello che era accaduto in Rwanda), ed era impossibile che dopo quasi due anni che non avevano più notizie di me, io, nella situazione in cui mi trovavo, perché tra l’altro avevo anche la malaria, fossi sopravvissuta. E poi ero chiaramente tutsi dalla fisionomia. Federico non so perché ci ha creduto ed è venuto a cercarmi, io devo letteralmente la vita a Federico, perché se avesse tardato anche di una settimana, mi avrebbero uccisa.

Siccome c’erano anche altri tutsi che erano scappati dal campo profughi e ogni tanto veniva ucciso qualcuno, io sono sempre stata risparmiata perché la famiglia che mi aveva ‘accolto’, (io li servivo ero la loro schiava) diceva sempre «aspettate, la ucciderete quando avremo una situazione migliore, per ora ci serve»; però non è che potevano rimandare a lungo, quindi sicuramente quando i profughi del Congo sono rientrati in Rwanda… e poi a me non mi avrebbero mai fatto rientrare in Rwanda perché avevo visto tante cose, potevo denunciare, comunque tempo un’altra settimana o un mese e mi avrebbero uccisa.

[A Yvonne] Hai ancora fiducia nell’umanità?

La sto cercando, ancora non ce l’ho.

Però ci sono dei motivi per avercela…

Yvonne: Sì dovrebbero esserci…

Francesco: Se lei è qua, dobbiamo aver fiducia nell’umanità.

Yvonne: Sì.

[A Yvonne] La situazione in Rwanda adesso come è?

Adesso è una situazione di ‘arcobaleno’; c’è una pace, una tranquillità, non c’è più questa distinzione tra etnia tutsi e hutu; e non solo non c’è più sulla carta di identità ma non c’è proprio nella mentalità, perché secondo me la gente era talmente stanca… dato che non è stato solo nel ’94 il genocidio; già da quando sono nata, so che alcuni miei parenti erano già scappati nei Paesi limitrofi al Rwanda, perché non potevano lavorare e studiare…

Francesco: è dal ’58 se non vado errato, a intervalli regolari…

Yvonne: Sì, quindi credo che sia finita questa distinzione perché la gente era stanca secondo me… e il Rwanda si sta sviluppando tantissimo, ha ripreso la sua dignità. Ho apprezzato moltissimo questo carattere dei ruandesi di volere costruire e andare avanti e non guardare indietro, di non dipendere tanto dagli aiuti umanitari e dalla comunità internazionale perché ci ha insegnato qualcosa, che non gliene importa niente di noi.

Credete che la vendetta possa portare felicità/serenità?

Francesco: No. Sicuramente un altro aspetto importante che riguarda anche la storia in sé ma soprattutto il genocidio del Rwanda, è quello del perdono, cioè di una diversa concezione del modo di affrontare e di vedere il senso di giustizia. Noi siamo abituati molto spesso soprattutto ai giorni nostri con i vari proclami dei politici, con i giornali molto accaniti e tutto quanto, a confondere la giustizia col concetto di vendetta, che è quanto di più sbagliato si possa fare; quel che è successo in Rwanda e anche con l’esperienza diretta di Yvonne, è totalmente rovesciato rispetto al nostro punto di vista.

Nel senso che dopo la vittoria del Fpr e quindi la liberazione del Paese e lo stop al genocidio e la vittoria di Kagame, tra le prime cose che sono state fatte è stata abolita la pena di morte e l’ergastolo, che è stranissimo (ovviamente ci sono stati dei tribunali e sicuramente per liberare il Paese ci sono stati omicidi e una guerra civile). Ma loro erano i vincitori di carnefici e assassini e genocidari, quindi uno si aspetterebbe una vendetta e delle condanne esemplari e tutto quanto, invece i primi provvedimenti sono stati quelli.

Proprio per un ricominciare, e All’improvviso la pioggia sta anche a significare quello, come ha detto la protagonista, a un certo punto in Rwanda è venuta la pioggia che è riuscita a lavare via tutto, il sangue. l’odio, le intolleranze, le distinzioni in razze e a portare un nuovo capitolo, a voltare pagina nella storia del Rwanda. Così ha fatto Kagame e il Rwanda stesso, cioè ha dato un esempio e una dimostrazione di che cosa è la giustizia e non la vendetta.

Yvonne: Mio fratello era un militare nel fronte patriottico, però quando sono tornata in Rwanda ha dovuto smettere per stare con me; ha portato con sé una persona hutu che diceva di aver ucciso nostra madre, raccontava come l’aveva uccisa… e mio fratello l’ha solo guardato, e ha detto: «Sta peggio di me lui, io ho perso mia madre ma ho la coscienza a posto, lui morirà con la coscienza sporca»… poi lui è credente, quindi immagina se si fosse vendicato…

[A Yvonne] Pensi che un film sulla tua storia possa aiutare a diffondere in maniera più diretta il messaggio o si rischia di rendere tutto un po’ troppo romanzato…

Sicuramente va controllato e gestito perché anche politicamente è una questione delicata, però può aiutare a far conoscere la storia, che per me è l’obiettivo principale, perché più si sa e più è probabile che le cose non si ripetano, più si sa e più si cerca di imparare dai nostri errori, e quindi raccontarlo con un film o con un documentario, può servire a raggiungere un pubblico più grande. Poi può anche essere romanzato, l’importante è che arrivi il messaggio.

Francesco: Ci stiamo lavorando, ci proviamo. Sembra una frase fatta, ma comunque tenendo viva la memoria delle cose che ci sono successe, si allontana un po’ lo spettro che si ripetano, mentre col passare del tempo, il non rinnovare la memoria, c’è il rischio che vengano dimenticate, riviste completamente in modo distorto, e magari anche ripetute.

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