Parte la Brexit, e la Gran Bretagna rimane divisa

Dimostrante contro-Brexit di fronte al Parlamento britannico (DANIEL LEAL-OLIVAS/AFP/Getty Images).

La Gran Bretagna ha finalmente comunicato l’uscita ufficiale del Paese dall’Unione Europea, ma il suo reale distacco da essa, sarà impresa ardua.
Dopo che il governo ha affrontato due battaglie legali e una dura serie di dibattiti in Parlamento, il 13 marzo il primo ministro Theresa May ha ottenuto il permesso di firmare l’Articolo 50, con cui si dà il via libera al processo di separazione della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Il Regno Unito ha ora due anni per rinegoziare il suo rapporto con l’Europa: il risultato determinerà che aspetto avrà il Paese fuori dalla comunità europea e se soddisferà le aspettative del 52 percento dei britannici che hanno votato per l’uscita.

Alcuni, fra cui l’ex primo ministro Tony Blair, credono che il popolo cambierà idea quando la realtà dei fatti sarà evidente. In un discorso del 17 Febbraio, Blair ha infatti affermato: «Ammetto che ora non ci siano notizie di un grande ripensamento, ma le persone hanno votato senza conoscere i termini esatti dell’uscita dall’Unione Europea e, quando questi saranno chiari, sarà loro diritto cambiare idea. Una delle incontrovertibili caratteristiche della politica odierna è la propensione alla rivolta. I sostenitori della Brexit si sono avvantaggiati dell’ondata di ribellione e ora vogliono congelare il risultato del giugno 2016; diranno che la volontà del popolo non si può alterare. Ma invece è possibile. Diranno che ‘uscire’ è inevitabile, ma non è cosi».
Subito dopo questo discorso, la stampa britannica ha soprannominato Blair ‘Remoaner in Chief’ [‘Capo dei piagnoni’, ndt]; remoaner è l’etichetta di chi si è opposto dell’uscita dalla Ue, un’espressione giornalistica che unisce le due parole ‘remain’ [‘restare’, lo slogan di chi era contro la Brexit, ndt] e ‘moaner’ [piagnucolone, ndt].

Affinché la scelta della Brexit vacilli, l’opinione pubblica, la realtà politica e gli argomenti costituzionali devono essere tutti allineati. Molti esperti costituzionalisti credono che l’Articolo 50 sia teoricamente reversibile, e a novembre Lord Kerr, uno degli autori dell’Articolo, ha dichiarato alla Bbc che «non è irrevocabile: si può cambiare idea mentre il processo è in corso».

Il governo May ha insistito sul fatto che l’Articolo 50 sia irrevocabile, ma ha evitato di chiarirne il perché. Nel caso che la Corte Suprema ha affrontato lo scorso anno, e che ha costretto l’Esecutivo a far votare l’Articolo 50 in Parlamento, il governo ha evitato di discutere certi aspetti legali che rischiavano di chiarire troppo bene la reversibilità dell’articolo.

Il governo ha promesso al Parlamento la scelta tra l’accordo che sta stipulando con l’Unione e nessun accordo (che implicherebbe l’automatico passaggio alle regole del Wto), ma alcuni esperti legali sostengono che il Parlamento avrebbe il potere di veto su entrambe le scelte, il che condurrebbe al rifiuto della Brexit. E nel caso il governo non garantisse il potere di veto al Parlamento, c’è chi minaccia di portare il governo in tribunale. Certo, qualora l’Articolo 50 si dimostrasse reversibile e il Parlamento applicasse il potere di veto, l’opinione pubblica e la politica dovrebbero comunque allinearsi.

Diverse questioni dominano il futuro della Brexit: per che cosa hanno votato quelli che volevano ‘uscire’ con il referendum? Cosa si aspettano? Quanto sono disposti a pagare affinché si realizzi il loro desiderio?

Se i pro-Brexit avessero solo voluto lasciare l’Ue, allora tutto sarebbe chiaro e semplice. Ma nella campagna referendaria sono stati affrontati, anche con retorica, i temi dell’immigrazione, della sovranità nazionale e del benessere economico, con posizioni anti-global. Se il raggiungimento di queste promesse della Brexit dovesse essere troppo difficile o costoso, questo potrebbe affievolire le posizioni di chi ha votato per l’uscita. L’immigrazione ne è un ottimo esempio: in un sondaggio effettuato da Lord Ashcroft Polls, un terzo dei votanti ha dichiarato che la principale ragione della scelta per la Brexit è stata il «permettere alla Gran Bretagna di riavere il controllo sull’immigrazione e sui propri confini».

La scorsa settimana una commissione della Camera dei Lord ha pubblicato un lungo rapporto su immigrazione e Brexit, in cui si dichiara che il netto dell’immigrazione potrebbe non necessariamente diminuire dopo l’uscita dall’Ue e che dipenderà da come sarà strutturato il futuro rapporto con l’Europa. Meno della metà dell’immigrazione in Inghilterra proviene dall’Unione Europea, e – nella gestione dell’immigrazione – la politica nazionale è di gran lunga un fattore più importante della normativa dell’Unione Europea, presente o futura.

Mentre il tema dell’immigrazione è stato il punto più importante per chi voleva ‘uscire’, chi voleva ‘rimanere’ ha invece martellato il messaggio di un futuro economico oscuro e difficil, fuori dall’Europa.

L’economia è molto lontana dalle funeste previsioni paventate e, secondo il messaggio del Governo, una Gran Bretagna globale sarebbe pronta per fare affari col mondo intero; ma altri già vedono le nuvole ammassarsi all’orizzonte: secondo Lord Ashcroft Poll, fra gli intervistati pro-Brexit, solo uno su venti ha addotto ragioni legate all’economia; mentre, dall’altra parte, la paura del disastro economico era la maggiore motivazione della fazione di chi voleva ‘rimanere’.

Nel frattempo, è arrivato anche il primo ninistro scozzese Nicola Sturgeon: il 13 marzo ha annunciato di volere un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia, sostenendo la visione di una Scozia indipendente e membro dell’Unione Europea.

Con l’opinione pubblica, tutto può succedere e la Gran Bretagna dovrà affrontare anni di dibattiti pubblici, prima di tirarsi fuori definitivamente dall’Unione Europea.

 

Traduzione di Fabio Cotroneo

Articolo in inglese: Brexit: Britain Starts Long Walk Into Unknown

 

 



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