Rifugiate nordcoreane in Cina vendute come schiave

Donna che lavora per un ristornate coreano nella città di Dandong (provincia di Liaoning) a pochi chilometri dal confine con la Corea del Nord. Attraverso il fiume Yalu, che separa i due paesi, sempre più donne nordcoreane fuggono dal loro Paese per sfuggire ad abusi e stupri, andando incontro alla schiavitù in territorio cinese, che non riconosce loro lo status di rifugiati politici; qui vengono vendute come mogli o schiave dell’industria del sesso, col rischio di essere rimpatriate e subire la stessa sorte nel loro Paese in quanto disertrici. (Kevin Frayer/Getty Images)

Tra tutti i traffici illegali con la Cina, quello che coinvolge la Corea del Nord è il più oscuro e disumano: donne nordcoreane vendute come mogli in Cina o schiave nel mercato del sesso.

Per molte donne, lasciare la Corea del Nord è l’unico modo di fuggire ai crescenti abusi sessuali e degradazioni morali che subiscono nelle prigioni di Stato del ‘Caro Leader’ nordcoreano Kim Jong-un (come si deve chiamare il dittatore comunista della famiglia Kim). Nelle carceri del regime lo stupro è ormai una delle normali forme di potere esercitato dai funzionari del partito, che non vengono puniti neanche per gli abominevoli crimini di pedofilia in cui sono coinvolti.

Ma spesso le donne che riescono a fuggire attraverso il traffico di esseri umani fra Corea del Nord e Cina, non se la passano meglio. Anzi: andare in Cina, già teatro di violenze contro la popolazione e sistematica violazione dei dirittti umani, per certi versi è come cadere dalla padella alla brace.
La politica del figlio unico (abolita solo nel 2017) che per anni ha generato infanticidi, aborti forzati, o aborti selettivi in base al sesso del feto, ha infatti creato una grave crisi demografica. Oggi in Cina ci sono 33 milioni di uomini in più rispetto alle donne, e per molti di questi uomini, specialmente i contadini delle regioni remote confinanti la Corea del Nord, l’unica soluzione per trovare una moglie è comprarne una.

Commessa nordcoreana in un negozio di auto ricambi a Pyongyang il 16 nov 2017 (ED JONES/AFP/Getty Images).

La ‘domanda’ di donne da parte della Cina spiega perché oltre l’85% (nel 2015 oltre il 70%) degli esuli nordcoreani che arrivano in Corea del Sud siano donne.
Il risultato è una straziante storia che si ripete all’infinto: il sogno delle donne nordcoreane che cercano di scappare in Corea del Sud, passando attraverso la Cina, si infrange contro quegli oscuri trafficanti di esseri umani che le hanno aiutate a fuggire, prima di venderle come spose ai contadini cinesi. Non possono ribellarsi o chiedere giustizia, in quanto sono immigrate illegalmente; se fossero catturate infatti verrebbero rimpatriate con la forza, e una volta rientrate nel loro Paese, verrebbero gettate in prigione, stuprate e torturate, come è ormai tristamente risaputo da anni.
Il trattamento terrificante che la Corea del Nord riserva alle donne, di cui la Cina è complice, non è una leggenda, è ormai chiaramente ben documentato.

Una Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite del 2014 sulla situazione dei diritti umani in Corea del Nord, ha trovato quello che gli osservatori dei diritti umani hanno descritto come un abuso sulle donne «su di una scala senza eguali nel mondo contemporaneo. Abusi che includono i crimini di sterminio, omicidio, riduzione in schiavitù, tortura, incarcerazione, stupro, aborti forzati e altri tipi di violenza sessuale». Peggio ancora, questi crimini vengono commessi anche ai danni di bambini e sopratutto bambine: «Gli abusi perpetrati contro i bambini prevedono la detenzione nei campi per prigionieri politici, lo sfruttamento sessuale e il traffico delle giovani donne nordcoreane per essere vendute come spose agli uomini cinesi, o usate come ‘merce’ nell’industria del sesso, privandole della libertà, della dignità e di ogni diritto civile o politico fin dalla più tenera età».

Nella piazza centrale di Pyongyang ‘giovani lavoratori del popolo e studenti’ si esibiscono in danze cerimoniali per l’evento di massa del 20esimo anniversario commemorativo dell’elezione a segretario di partito dell’ex leader del Partito Comunista Nordcoreano Kim Jong Il (padre dell’attuale leader Kim Jung Un), 8 ottobre 2017. (KIM WON-JIN/AFP/Getty Images).

Phil Robertson, vice direttore della sezione Asia di Human Rights Watch ha affermato che la violenza di genere basata sul sesso è comune in Corea del Nord: «la cruda realtà è che le donne nordcoreane affrontano severe discriminazioni di genere a lavoro e a casa; molestie sessuali e violenza che le autorità non fanno niente per fermare». I nordcoreani rifugiati raccontano che le donne e le ragazze affrontano discriminazioni di genere fin da piccole a casa, a scuola e a lavoro.

Per Human Rights Watch riporta infatti i racconti dei rifugiati nordcoreani secondo cui «le donne sono molestate frequentemente dagli uomini in casa e negli spazi pubblici, come i supermercati e, a tutela delle vittime, non esiste un meccanismo di protezione neanche formale né la possibilità di sporgere denuncia».


Soldati nordcoreani vicino il confine con la Corea del Sud, 27 novembre 2017. (Korea Pool/Getty Images)

La violenza domestica è infatti considerata un problema privato e le donne non vogliono denunciare gli stupri, per paura di essere a loro volta accusate e perché sanno che i loro violentatori non sono punibili. E, a maggior ragione, non osano riportare gli stupri subiti dai funzionari del governo per paura di ritorsioni.

I proclami ufficiali del governo della Corea del Nord dicono che dal 2008 nessuno è stato punito per stupro, violenza o sfruttamento sessuale dei giovani, perché «tali atti sono inconcepibili per il popolo della Repubblica Democratica di Corea, che considera tali azioni troppo riprovevoli».
Le associazioni dei Diritti Umani dicono invece, che i rifugiati testimoniano chiaramente come tali affermazioni siano false. È proprio l’orribile situazione in cui vivono, che porta molte donne a fuggire dalla Corea del Nord.

Tuttavia la situazione che poi affrontano in Cina è a volte peggiore. Human Rights Watch ha verificato che «le donne nordcoreane che fuggono dal loro Paese sono frequentemente usate per il traffico di esseri umani e costrette a sposarsi con uomini cinesi o immesse nel mercato del traffico sessuale. Anche se vivono in Cina per diversi anni non hanno nessuno diritto, nè una legale residenza e corrono il rischio di essere arrestate e rimpatriate in ogni momento».

Secondo il rapporto del 2016 sul Traffico di esseri umani del ministero degli Esteri degli Stati Uniti, le donne nordcoreane che vengono portate in Cina sono soggette alla prostituzione forzata o al matrimonio forzato. In pratica, ridotte in schiavitù. E quelle che sono prese dalla polizia cinese e rimpatriate, subiscono una sorte ancora peggiore.
I racconti di diverse donne ex detenute in Corea del Nord e scappate nel 2011, rappresentano i centri di detenzione come l’inferno in Terra per ogni persona di genere femminile. Molte raccontano e testimoniano di aver subito ogni tipo di abuso sessuale, dalla violenza allo stupro.

L’11 dicembre 2017 una donna che al quarto tentativo è riuscita a scappare con sucesso dalla Corea del Nord, ha raccontato alle Nazioni Unite le atroci punizioni subite a seguito dei tre tentativi di fuga precedentemente falliti: il ministero di Pubblica Sicurezza della Corea del Nord l’ha costretta ad abortire il suo primogenito dopo essere stata catturata per la terza volta, mentre la sorella minore è stata immessa nel traffico di esseri umani e venduta come schiava.
Pechino da anni riceve i richiami degli organismi dei Diritti Umani delle Nazioni Unite e di altri Paesi del mondo, che intimano di fermare il rimpatrio dei rifugiati della Corea del Nord. Fino a oggi ognuno di questi appelli è stato inutile.

 

Articolo in inglese  Many North Korean Women Face Forced Marriage in China, or Rape in North Korean Prisons

Traduzione Fabio Cotroneo

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