Regeni, l’Egitto sapeva tutto

Dopo la decisione del governo italiano di rimandare in Egitto il proprio ambasciatore – a seguito della consegna di nuovi atti da parte delle autorità del Cairo relativi all’omicidio di Giulio Regeni – il New York Times pubblica un lungo articolo in cui rivela dettagli sull’intera vicenda: gli Usa – afferma il prestigioso quotidiano americano – avevano avvisato il governo Renzi di avere prove certe che gli egiziani fossero perfettamente a conoscenza di quanto accaduto al ragazzo.

Anche solo a rigor di logica, le probabilità che Regeni sia stato ucciso da forze egiziane sono molto alte, considerato l’abbondare di teorie poco credibili che la polizia locale ha ipotizzato sulla sua morte: dall’omicidio passionale alla banda di criminali che lo avrebbe rapito. Quanto a questa banda, casualmente sgominata ed eliminata fisicamente dalla polizia egiziana, ci sarebbero delle prove di innocenza: secondo il Nyt, il presunto capobanda, Tarek Abdel Fattah, nel giorno del rapimento era a 100 km di distanza da dove si trovava Regeni. Eppure, durante una perquisizione successiva all’uccisione degli uomini, sono ‘spuntati’ i documenti personali del ragazzo. Un caso che sembra auto-incriminare le forze di polizia.

Le autorità americane sarebbero in possesso di informazioni che rendono certo per lo meno il fatto che il governo egiziano fosse a conoscenza di tutta la faccenda. Non è ancora del tutto chiaro se il presidente Al Sisi e gli alti vertici del governo abbiano avuto parte attiva nella vicenda, che potrebbe invece essere stata anche un caso di brutalità poliziesca o un’iniziativa di uno dei vari servizi di sicurezza egiziani, tra l’altro non sempre in armonia tra loro.
Vari indizi, tuttavia, sembrano puntare non solo alla polizia ma anche alle forze della Sicurezza nazionale egiziana. In ogni caso rimane da chiarire perché il corpo del ragazzo, anziché farlo sparire, sia stato posto in bella vista per strada proprio nel giorno in cui una delegazione italiana si trovava in Egitto: è possibile che le autorità del Cairo fossero realmente convinte che il ragazzo fosse una spia e in questo modo volessero inviare un messaggio.

Quanto alle prime tappe della vicenda, il giornale americano rivela anche ulteriori dettagli: un coinquilino egiziano di Regeni sospettava che il ragazzo fosse una spia e si era messo in contatto con la Sicurezza egiziana, che forse aveva anche condotto una perquisizione nell’appartamento un mese prima della sparizione del ragazzo. I sospetti del coinquilino potrebbero essere nati dal clima propagandistico-paranoico che in Egitto porta a vedere ogni straniero come una spia.

È possibile che le autorità egiziane sospettassero già di Regeni, che non nascondeva più di tanto le sue idee antigovernative e aveva stretti legami con i sindacati: ambienti strettamente sorvegliati per via del ruolo svolto nella rivoluzione anti-Mubarak.
Una volta accumulati i sospetti, le autorità si sono mosse, chiedendo a Muhammad Abdullah, membro del sindacato dei venditori ambulanti, di spingere Regeni a una confessione indiretta. Il ragazzo aveva parlato con Abdullah della possibilità di un finanziamento di 10 mila sterline da parte della Antipode Foundation, destinato a ‘studiosi-attivisti’ e il venditore ambulante – con una microtelecamera addosso – gli aveva quindi chiesto se fosse possibile destinare i soldi ad attività antigovernative. Regeni aveva subito negato, non cadendo nella trappola. Ma questo, purtroppo, non è bastato a salvarlo.



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