Regeni, dopo i silenzi della tutor scatta la perquisizione

Attivisti di Amnesty International hanno foto di Giulio Regeni e delle candele mentre partecipano a una manifestazione davanti a Montecitorio, il Parlamento italiano, a Roma il 25 gennaio 2017. (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Con la collaborazione della Magistratura britannica, il pm Sergio Colaiocco ha disposto, e fatto eseguire, la perquisizione dell’appartamento in Inghilterra dell’ex tutor di Giulio Regeni, Maha Mahfouz Abdel Rahman, sequestrandone il pc, le chiavette usb e lo smartphone.

La professoressa aveva seguito l’operato del giovane italiano (ucciso in Egitto mentre svolgeva un lavoro di ricerca sui sindacati) ed era da tempo al centro dei sospetti degli inquirenti, per via del fatto che il ragazzo, nelle sue conversazioni per email e chat, aveva tracciato un quadro critico della donna, accusata di spingerlo verso direzioni pericolose.

La professoressa inoltre, secondo Regeni, in Egitto è nota più come attivista che come ricercatrice. I colleghi ne difendono la professionalità, ma nondimeno la magistratura ha seguito la pista e si è mossa.

Prima della perquisizione, la docente era stata interrogata, e aveva fornito risposte generiche, oltre a una serie di «non so» e «non ricordo» sulle domande chiave, tra cui – secondo il Corriere – quella se fosse stata lei a chiedere a Regeni di proporre un finanziamento ai sindacati egiziani da parte della Antipode Foundation. Avendo contribuito solamente a creare sospetti, l’interrogatorio è stato seguito dalla perquisizione.

La proposta di finanziamento ai sindacati, è stata probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso, per le autorità egiziane, che già da giorni, se non mesi, tenevano sott’occhio il giovane italiano ritenendo che fosse una spia. Dopo meno di venti giorni dall’incontro con il sindacalista, il 25 gennaio il ragazzo è stato rapito e il suo cadavere è stato ritrovato per strada il 3 febbraio, meno di due settimane dopo. E anche se non vi è stata ancora un’ammissione di colpevolezza da parte dell’Egitto, il presidente Al Sisi aveva promesso a suo tempo una «testa» importante, da far cadere, nelle forze di polizia. La promessa a oggi non è stata mantenuta, ma è ovvio che l’Egitto stesse ammettendo implicitamente il proprio ruolo nell’omicidio.

L’indagine potrebbe rivelare tutto e niente, e per ora le ipotesi restano tutte in campo. Forse la professoressa è completamente innocente, forse la sua passione per la materia ha fatto sì che spingesse il ragazzo a correre dei rischi, o forse è stata pedina – non si sa se consapevole o meno – di un gioco più complesso, che coinvolge i servizi segreti di altri Paesi.

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