Regeni, 250 accademici negano il complotto

(Foto: ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

«Troviamo assurde queste insinuazioni»: 250 accademici, in Italia e all’estero, hanno firmato una dichiarazione congiunta a sostegno di Cambridge e dell’insegnante di Giulio Regeni, accusata dai media di aver consegnato il ragazzo al suo tragico destino.

I firmatari del documento, pubblicato dal Fatto Quotidiano, hanno come bersaglio un giornale in particolare: «Nonostante una serie d’indizi inconfutabili indichino chiaramente responsabilità della polizia egiziana – afferma infatti il documento – La Repubblica tenta di attribuire parte della responsabilità per l’omicidio di Giulio alla professoressa Abdelrahman».

Giulio Regeni è stato ucciso tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2016 e ancora non è noto il colpevole, sebbene le autorità egiziane siano – in forza di numerosi indizi – i maggiori sospettati.

Tuttavia, il fatto che l’omicidio sia avvenuto in maniera eclatante (il corpo è stato rinvenuto in piena vista nel giorno in cui una delegazione italiana si era recata in Egitto) ha da sempre creato qualche sospetto negli osservatori più attenti, che hanno iniziato a teorizzare – per lo più senza prove o comunque senza prove dimostrabili – che dietro l’omicidio ci fossero delle forze estere, in particolare inglesi, dal momento che il giovane era in Egitto per conto di Cambridge.
Il rapporto privilegiato che l’Italia ha con la Libia, che la Libia ha con l’Egitto e che di conseguenza l’Italia ha con l’Egitto. sarebbe visto infatti con invidia da altri Paesi europei, che spererebbero di spartirsi le risorse africane, soprattutto libiche.

Tuttavia, se Regeni era in Egitto, lo era per propria volontà. E la docente, verso cui pare abbia espresso qualche perplessità mentre era nel Paese delle piramidi, dovrebbe averla scelta proprio lui: «I supervisor accademici non scelgono i loro studenti di dottorato – spiega ancora il documento – Piuttosto, sono gli studenti che scelgono i supervisor. I supervisor di un dottorato non impongono i loro programmi di ricerca a studenti ignari; gli studenti, di solito, lavorano in una determinata area di ricerca per un po’ di tempo prima di intraprendere un dottorato, e poi cercano un supervisor in quell’argomento. Nel caso di Giulio, lui aveva maturato per anni un interesse per i sindacati indipendenti, e aveva lavorato in Egitto ben prima ancora di rivolgersi alla professoressa Abdelrahman come suo supervisor».

«Di fatto, non sarebbe stato possibile né per la professoressa Abdelrahman né per chiunque altro prevedere ciò che sarebbe successo a Giulio – sostiene il documento – Il pericolo peggiore che alcuni ricercatori stranieri in Egitto avrebbero potuto temere al momento della scomparsa di Giulio era l’espulsione dal Paese. Col senno di poi, La Repubblica insinua che la tragedia occorsa a Giulio avrebbe potuto essere prevista. Questo è inoppugnabilmente falso».

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