Il nazionalismo cinese fa scappare gli investitori stranieri

Donne al lavoro in una fabbrica di scarpe in Jinjiang, provincia Fujian nella Cina orientale. (STR/AFP/Getty Images)

L’imprenditore cinese Guo Xueming nel 2012 è riuscito, mediante il suo progetto di costruzione di case antisismiche, a portare due grandi imprese giapponesi nel mercato cinese, il gruppo Kashima e il gruppo Lixil, entrambe compagnie Fortune 500, nonostante siano entrambe parecchio conservatrici e prudenti.
Guo è stato anche convocato dal Console generale giapponese, Matsumoto Moria, interessato a comprendere come abbia fatto a convincere società così importanti e solitamente tanto prudenti, e quali fossero le prospettive future per gli investimenti in Cina, considerate anche le forti proteste anti-giapponesi.
In questo articolo (traduzione e adattamento in forma giornalistica di un post pubblicato da Guo Xueming sul social network cinese 
Wechat il 7 marzo 2017) l’imprenditore parla del perché le imprese estere abbiano sempre meno successo, quando si tratta investire in Cina.

«La tua società è stata creata solo un paio di mesi fa. Come hai fatto a portarli in Cina?», chiedeva (riferendosi ai gruppi Kashima e Lixil) ad ottobre del 2012 il Console generale Matsumoto Moria, durante una cena in un ristorante all’interno del grande magazzino Isetan di Shenyang. 

I motivi erano principalmente tre:

  • primo: la città di Shenyang ha un diametro di 200 km: una superficie equivalente all’intera area edificabile del Giappone;
  • secondo: c’è una grande differenza nella qualità dei materiali di costruzione usati in Cina e Giappone, specialmente per quanto riguarda la costruzione prefabbricata, nella quale la Cina vale zero e il Giappone è il migliore al mondo. La tecnologia di costruzione prefabbricata del Giappone ha quindi un vantaggio in Cina e può conquistare il mercato;
  • terzo: i membri della squadra locale, in Cina, erano tutti imprenditori ed esperti di quel mercato, e le compagnie giapponesi che vogliono investire in Cina hanno bisogno, ovviamente, di un partner che conosca il mercato.

Ma questi tre punti in realtà si riassumono in uno solo: mercato, mercato, mercato.

Quello che interessa maggiormente le aziende è il mercato. Le società giapponesi sono entrate nel mercato cinese, e nel caso citato, Kashima e Lixil hanno portato con sé anche 17 aziende affiliate per esaminare la situazione del mercato cinese.

Ma durante la colazione al ristorante giapponese, il console Matsumoto ha affermato che, a causa dei sentimenti di antagonismo nei confronti del Giappone, molte società giapponesi nutrivano riserve sulla possibilità di investire in Cina. La Cina, tuttavia, ha beneficiato di tre decenni di sviluppo proprio grazie a una politica di apertura agli investimenti, e in futuro – il console è stato rassicurato su questo – non vi saranno di certo cambiamenti in questo senso.
Inoltre, i consumatori hanno una mentalità molto pratica e non vi è alcun motivo di temere che un buon prodotto non abbia mercato: gli sfoghi emotivi e nazionalistici sono una cosa diversa, rispetto al pragmatismo che governa le leggi commerciali.
E per finire, quelli che boicottano i prodotti stranieri e distruggono le auto per le strade non rappresentano la maggioranza dei cinesi.

L’analisi ha convinto il console Matsumoto: il governo giapponese – ha affermato – è sincero nel volere amicizia tra le due Nazioni e nel voler convincere le proprie compagnie a investire in Cina. Ha anche accennato a un piano per costruire una strada giapponese nel distretto Hunnan di Shenyang, allo scopo di fornire un ambiente favorevole agli imprenditori giapponesi.

Non molto dopo la cena con Matsumoto, un giovane che aveva distrutto un’automobile nella città di Xi’an è stato condannato al carcere. Ma le compagnie giapponesi sono rimaste incerte, prudenti e conservatrici, e questo episodio non ha aiutato a creare un atteggiamento di ottimismo.

Qualche mese dopo, il gruppo Kashima e il gruppo Lixil hanno deciso di ritirarsi dal mercato cinese, e i tentativi di trovare soluzioni congiunte o persino di discuterne, sono stati inutili: erano determinati a ritirarsi e a sopportare le relative perdite finanziarie e di credibilità. La decisione – è evidente – non era basata su una questione di costi, ma sul fatto che avevano perso fiducia nel mercato cinese.

Kashima e Lixil, semplicemente se ne sono andate. Nonostante la loro tecnologia e la squadra di lavoro siano rimaste in Cina, è stato difficile ottenere i guadagni attesi, dopo un investimento di decine di milioni. Le decine di viaggi che la squadra locale ha fatto in Giappone, per tentare di negoziare, non hanno portato a niente, e il sogno di costruire in Cina case sicure e resistenti ai terremoti, basate sulle norme antisismiche giapponesi, è stato difficile da realizzare nel breve termine.

E chi ci perde maggiormente, in tutto questo, sono i cinesi.

Ma il ragionamento delle aziende giapponesi è comprensibile, perché la fiducia degli investitori è basata sulla prevedibilità: se il mercato di un Paese non è determinato dall’elemento economico della scarsità e quindi della domanda, ma da fattori incerti, come moti politici, diplomazia e nazionalismo, questo mina la fiducia da parte del capitale straniero: chi ha capitale non lo mette a rischio in un ambiente che non fornisce alcuna sicurezza.

La base fondamentale dell’economia di mercato è la tutela della proprietà privata. I consumatori sono risorse che costituiscono una parte di tale proprietà, e costituiscono l’unica fonte del ritorno sugli investimenti: incoraggiare il boicottaggio dei prodotti non è altro che incoraggiare la violazione e la privazione dei diritti alla proprietà. Se certi fattori non economici vengono considerati come legittimi e corretti e si manifestano spesso nella società, questo rappresenta il crollo del fondamento del libero mercato.

Anche se le proteste anti giapponesi sono durate poco, le società straniere capiscono bene che aria tira. È proprio come uno scarafaggio nell’angolo di una stanza: si capisce subito che la stanza stessa è sporca.

Negli ultimi anni, molte imprese straniere si sono ritirate dalla Cina: anche l’Isetan, luogo della cena con il console Matsumoto, è andato in bancarotta. Il tasso di successo delle imprese straniere che tentano di entrare nel mercato cinese è calato in modo sostanziale. Ovviamente ci sono molti fattori all’opera, ma questi sono i danni che si subiscono quando, a causa di sentimenti nazionalistici, si prendono di mira compagnie estere.
I politici e i diplomatici dovrebbero saper trovare la saggezza, i modi e la pazienza, per dirimere le controversie tra Paesi: non dovrebbero motivare la gente a distruggere le auto straniere o a boicottare i supermercati o le catene di fast food straniere.

 

Articolo in inglese: A Chinese Entrepreneur’s Plea for Rationality

Traduzione di Vincenzo Cassano



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