A che serve il G20?

Il leader mondiali al G20 ad Antalya in Turchia, il 15 novembre 2015. (Saul Loeb/AFP/Getty Images)

Sull’onda delle atrocità di Parigi, non c’è da stupirsi che al G20, tenuto in Turchia, si sia parlato di terrorismo e Isis. Se i leader mondiali avessero infatti ignorato gli attacchi di Parigi, questo sarebbe stato interpretato come una miopia e un rifiuto delle responsabilità da parte del potere politico. Quindi, proprio come nell’incontro di San Pietroburgo nel 2013, il programma è stato cambiato.

Il summit potrebbe essere visto come un’eccellente opportunità in più che un gruppo selezionato di leader mondiali hanno per poter discutere di questioni importanti. Ma una domanda è d’obbligo: qual è esattamente l’obbiettivo del G20?

Come avveniva con il G7 e il G8, il gruppo inizialmente trattava con particolare attenzione le questioni economico-finanziarie a livello mondiale. Tuttavia, fin dal primo incontro nel 1999 tra i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali, le sue competenze si sono allargate sempre di più. Per esempio nel 2008 è diventato un incontro tra i capi di Stato dei Paesi membri, mentre quest’anno il summit è stato accompagnato da ulteriori cinque gruppi composto da ministri, funzionari e rappresentanti vari della società civile, più un altro nuovo gruppo lanciato dai Turchi: il W20, o Women20.

TEATRO GLOBALE

L’incontro del G20 è diventato un summit per i leader mondiali, i ministri, i gruppi d’interesse e i media; sembra un po’ una versione del settore pubblico del World economic forum (Wef). Come il Wef, questo gruppo principalmente dà origine a storie di cronaca e dichiarazioni sulle tendenze e gli obiettivi, su cui il gruppo ha collettivamente poca azione. Al giorno d’oggi, il G20 non è sempre di qualità, dato che i suoi contenuti difficilmente si distinguono dagli altri ‘gruppi globali’.

Come la maggior parte della diplomazia multilaterale di alto livello, il G20 è eccezionale dal punto di vista politico: abbiamo assistito all’indignazione e al dolore espresso per le vicende di Parigi, e secondo il programma della nazione ospitante, si deve offrire una celebrazione della ‘integrazione’ focalizzata non sugli esclusi, ma sulle piccole e medie imprese – le tanto caldeggiate imprese dell’innovazione globale.

Quest’anno la presidenza turca del G20 ha inoltre cercato di concentrarsi sull’attuazione dei programmi: forse ha riconosciuto che in passato il gruppo aveva annunciato molto, ma i risultati erano stati pochi. Ma anche quest’azione non è servita a molto.

UN AUTO SENZA GUIDATORE

Per dirla tutta, Anthonny Payne, professore dell’Università di Sheffield, ha recentemente paragonato il G20 a un’auto parcheggiata che ogni anno attende un guidatore per essere messa in moto. E questo è esattamente il problema.

Difatti, passando da un’agenda all’altra, l’appartenenza al G20 – e il cambiamento annuale della presidenza – risulta troppo dispersiva per produrre qualcosa di diverso rispetto alle normali azioni che un leader può trovare utili per la propria politica interna. L’anno prossimo la presidenza sarà assunta dalla Cina, che indubbiamente cambierà nuovamente l’agenda del summit.

Perciò, se il G20 non sta veramente facendo niente, a cosa serve e qual è l’obiettivo delle sue azioni? Dopotutto nel diagramma mondiale di Venn, il G20 si sovrappone all’Organizzazione per la Cooperazione economica e lo Sviluppo (Ocse), in cui dodici membri fanno anche parte del G20.

Certamente, per chi preferisce non essere visto conversare in pubblico esistono opportunità utili durante incontri eccezionali: per esempio Obama e Putin qualche settimana fa si sono incontrati silenziosamente ad Antalya (anche se poi sono state twittate delle foto: non erano poi così tanto lontani dai riflettori).

CHIACCHIERE INUTILI

L’adesione al G20 è più ampia rispetto a quella del (ormai moribondo?) G8, e questo può essere un modo per introdurre le nazioni di medio livello nell’élite politica globale. E gli inviti della Turchia ai presidenti dell’Associazioni delle Nazioni del Sud-est Asiatico, dell’Unione Africana e del Nepad (rispettivamente, Malesia, Zimbabwe e Senegal), andavano in questo senso. Allo stesso modo, per alcuni, come il nuovo leader del Canada Justin Trudeau, è un’opportunità eccezionale per concedersi veloci incontri politici, come dimostrato dalle sue raffiche di tweet.

Oltre a questo, però, è difficile capire se il G20 abbia raggiunto dei traguardi che altrimenti non sarebbero stati possibili. In queste occasioni i leader delle nazioni possono familiarizzare con le persone con cui in futuro potrebbero negoziare; si tratta senz’altro di ottime opportunità. Ma dagli incontri in se stessi esce poco o niente.

Ogni vertice suscita molto clamore, ma nelle settimane e nei mesi che seguono è difficile riconoscere un qualche tipo di effetto duraturo, prima che l’auto ritorni a essere parcheggiata. In attesa del successivo autista.

 

Christopher May è professore di Economia politica presso l’Università di Lancaster, nel Regno Unito. Articolo pubblicato in precedenza su TheConversation.com

Le idee espresse in questo articolo rappresentano l’opinione dell’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: ‘What on Earth Is the Point of the G20? 

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