Il problema della Cina è il debito interno

Commerciante cinese in un centro di brokeraggio locale il 27 agosto 2015 a Pechino, Cina. (Kevin Frayer / Getty Images)

Le crisi finanziarie seguono degli schemi. La professoressa di Harvard Carmen Reinhart ha analizzato questi schemi utilizzando 800 anni di dati, nel suo libro ‘Questa volta è diverso’. Cinque anni dopo la pubblicazione del libro, la Reinhart scopre che la Cina è diversa e ‘non diversa’ allo stesso tempo.

«Le più grandi preoccupazioni sulla Cina non riguardano il debito estero, ma il debito interno», ha commentato. I debiti esteri da pagare in valute estere sono iniziati principalmente a partire dalla crisi messicana a metà degli anni ’90 e dalla crisi asiatica verso la fine degli stessi.

Questo è dove la Cina risulta differente. Il debito estero della Cina è basso, ma il debito interno è aumentato a dismisura al 242 per cento del Pil, secondo McKinsey, nota multinazionale di consulenza di direzione. E ci sono alcuni elementi di cui non si è a conoscenza.

«Esiste un settore bancario ombra in cui le imprese che avevano accesso ai mercati finanziari internazionali sono entrati nel business di fare prestiti alle piccole imprese e alle imprese nazionali che non hanno accesso ai mercati internazionali dei capitali», ha affermato la Reinhart. La Cina non è diversa nel senso che troppo debito interno può portare ugualmente a una crisi. «Questo non significa che non si possa avere una crisi del debito interno significativa, e anzi si stanno muovendo nella direzione di una più che necessaria ristrutturazione», ha spiegato riferendosi agli sforzi del regime nel ristrutturare il debito locale e nazionale.

In realtà, la Cina è simile al Giappone, che pur non avendo un grande debito estero, ha comunque sofferto di un crollo del credito. «Aveva un enorme debito interno in relazione al boom del mercato azionario del Nikkei, collegato a sua volta al boom dei prezzi immobiliari in Giappone. Quindi aveva una crisi interna veramente significativa. Questo è davvero quello di cui stiamo parlando, nel contesto della Cina. Da [quello che ci dicono, ndt] molti indicatori, credo che stiamo assistendo a una grande fuga di capitali dalla Cina», ha continuato.

L’unica differenza è che la valuta giapponese si è rafforzata nei primi anni della crisi, a differenza di quella cinese che attualmente è in deprezzamento. Infatti, il regime cinese deve sostenerla nei mercati valutari internazionali. La Cina, come il Giappone, ha diversi strumenti per gestire la crisi, dato che il debito è confinato all’interno dei confini del Paese e il regime controlla le banche stesse, che a loro volta controllano il debito. «Se sei un Paese che ha chiesto un prestito nella propria valuta e il debito è detenuto dalle istituzioni locali, tu come governo hai molta più leva su quel residente interno creditore tuo debito», ha spiegato la Reinhart.

La valuta cinese cade perché i suoi cittadini vogliono diversificare le loro attività anche a livello internazionale, non tanto perché il debito estero abbia iniziato a rilassarsi come è successo al Messico e all’Asia degli anni ’90. «Avere un periodo in cui i propri cittadini vogliono diversificare, non è lo stesso di avere una crisi da debito estero», ha continuato la Reinhart.

La professoressa Reinhart pensa che la Cina dovrebbe ristrutturare velocemente questi pesanti debiti piuttosto che potrarli oltre tempo. Un avviso che però viene raramente preso in considerazione: «hai tutti questi brutti debiti provinciali, se li ristrutturi, se ti muovi per ristrutturarli in maniera equamente aggressiva e rapida, potrai avere un migliore recupero e in un modo più veloce di quello del Giappone o di gran parte dell’Europa, evitando tagli e ristrutturazioni» ha concluso la Reinhart.

 

Articolo in inglese: ‘Can China Avoid Two Japanese Lost Decades?

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