Perché l’eredità dei combattenti per la libertà del Tibet è ancora importante

Lhasang Tsering, 68 anni, un veterano Chushi-Gangdruk che ha servito nella regione nepalese del Mustang nel 1970. (Nolan Peterson / The Signal Daily)

DHARAMSALA, India – Al tempo in cui Sonam Dorjee era un monaco buddista nel monastero Debung della capitale tibetana di Lhasa, non avrebbe ucciso neppure un insetto. Dopo tutto, quella mosca che ronza fastidiosamente vicino al tuo orecchio potrebbe essere la reincarnazione di un beneamato membro della tua famiglia. Tuttavia, quando nel 1959 i soldati cinesi hanno aperto il fuoco sui rifugiati tibetani con cui Dorjee stava fuggendo attraverso l’Himalaya, l’allora monaco 25enne ha imbracciato un fucile ed è passato al contrattacco.

«È stato un viaggio per diventare un uomo diverso», ha raccontato Dorjee, adesso 81enne, durante un’intervista nella sua casa, nel paese di McLeod Ganji, ubicato sulla nebbiosa montagna alle porte di Dharamsala. «Ho dovuto sviluppare una mentalità completamente diversa», ha continuato. «Ho perduto il mio Paese e ho visto i cinesi uccidere molte persone davanti ai miei occhi. Il fatto di trovarti in una situazione del genere contribuisce a convertire il tuo pensiero, e io sentivo che dovevo fare qualcosa per il mio Paese, non c’era altra scelta».

Dopo che nel 1959, i soldati cinesi hanno iniziato a bombardare Lhasa, Dorjee è fuggito attraverso l’Himalaya assieme a un gruppo di monaci e di altri profughi che erano scortati dai guerriglieri della Chushi Gangdruk, e quando i soldati cinesi hanno attaccato il suo gruppo, lo spirito combattivo dei guerriglieri tibetani ha ispirato il giovane monaco. «Se non fosse per la Chushi Gangdruk», ha detto, «né Sua Santità né nessun altro tibetano sarebbero fuggiti dal Tibet». «Hanno salvato il Tibet», ha aggiunto. «Vedevo quello che stavano facendo e ho pensato che anch’io avrei potuto imbracciare un’arma e combattere per il mio Paese».

Sei anni più tardi, il 31enne Dorjee ha deciso di abbandonare per sempre la sua veste da monaco e si è unito all’Establishment 22, un’unità segreta dell’esercito indiano unicamente costituita da tibetani, istituita nel 1962 dopo che la Cina ha attaccato l’India nella guerra sino-indiana. Per l’ex monaco, diventare un soldato significava abbandonare alcune delle sue filosofie e credenze più fondamentali, tra cui la proibizione di uccidere. «È stato molto difficile abbandonare le vesti del monaco», ha spiegato. «Era una vita totalmente diversa. In qualità di monaci, eseguivamo i nostri rituali e recitavamo le nostre preghiere, da soldati invece ci addestravamo per uccidere la gente».

Inizialmente, l’addestramento e gli equipaggiamenti dell’Establishment 22 erano forniti dalla Cia, e Dorjee, che ricorda con affetto i suoi istruttori, ha detto che il loro sostegno ha dato al movimento di resistenza tibetano una spinta morale. «L’America ci ha addestrato e ci ha fornito cibo e armi. Nutro una profonda stima e un grande rispetto per l’America».

Prima di venire selezionato per fare da guardia del corpo al Dalai Lama, un incarico che ha ricoperto per 11 anni, Dorjee ha prestato servizio nell’Establishment 22 per dieci anni. L’unità segreta non ha mai affrontato i soldati cinesi in battaglia, tuttavia ha combattuto negli scontri con il Pakistan, durante la guerra indo-pakistana del 1971. L’Establishment 22 è tuttora operativa e arruola reclute tra i profughi tibetani dell’India e del Nepal.

L’81enne Sonam Dorjee, veterano dell’Establishment 22 ed ex guardia del corpo del Dalai Lama. (Nolan Peterson / The Signal Daily)

 

Una disputa riguardo ai sussidi ha attenuato il sostegno dell’unità da parte di Dharamsala, tuttavia, la possibilità di trascorrere una giornata a combattere i cinesi alletta ancora oggi le reclute tibetane. «Quando sono entrato nell’esercito, l’ho fatto perché volevo uccidere i cinesi. Tutto quello che volevo era semplicemente uccidere anche un solo soldato cinese. Ero molto arrabbiato». «Non è quello che è successo», ha continuato Dorjee. «Mi sono rammaricato di non aver ucciso nessun cinese. Tuttavia, nonostante non mi penta dei combattimenti, adesso non odio più la Cina. Ho fatto del mio meglio, ma non covo più rabbia dentro di me».

BLOCCATO NEL MEZZO

La narrazione predominante della resistenza tibetana è costituita dall’incitamento del Dalai Lama alla nonviolenza e alla ‘via di mezzo’, una politica risalente agli anni ’70 che non richiedeva la completa indipendenza del Tibet, ma una condizione di ‘autentica autonomia’ nella quale i tibetani potessero controllare le questioni interne e preservare la loro cultura e la loro religione, mentre avrebbero relegato gli affari internazionali e della difesa a Pechino.

Tuttavia, il Dalai Lama è solo una parte della storia della resistenza tibetana. Dagli anni ’50 fino alla metà degli anni ’70, un’organizzazione guerrigliera in favore della libertà del Tibet sostenuta dalla Cia, chiamata Chushi Gangdruk, ha intrapreso nel Paese una sanguinosa guerriglia contro la Cina e in seguito ha stabilito le proprie basi in Nepal. Dopo la guerra sino-indiana del 1962, migliaia di tibetani hanno aderito all’Establishment 22 (che la Cia ha addestrato e sostenuto con armi e provviste) per la possibilità di combattere contro la Cina.

La storia congiunta dei combattimenti della Chushi Gangdruk e dell’Establishment 22 contrasta la narrazione della resistenza tibetana nonviolenta. E l’eredità dei combattenti per la libertà del Tibet continua a ispirare le generazioni di rifugiati tibetani nel mantenere la loro speranza di libertà e di resistenza all’oppressione cinese fuori dal campo di battaglia. Sebbene la maggior parte dei rifugiati tibetani continui a sostenere l’approccio della ‘via di mezzo’ del Dalai Lama, i recenti segnali di barcollamento dell’economia cinese hanno scatenato un dibattito all’interno della comunità dei rifugiati tibetani su come dovrebbero reagire nel caso in cui il Partito Comunista Cinese crollasse.

«L’eredità della Chushi Gangdruk ha ispirato le generazioni più giovani», ha detto Tenzin Nyinjey, ricercatore presso il ‘Centro tibetano per i diritti umani’ di Dharamsala – sede del governo tibetano in esilio. «La speranza per la libertà non è affatto svanita», ha aggiunto. «Prima della fine della nostra vita, assisteremo a qualcosa di veramente esplosivo».

Nel dibattito, si discute se il governo tibetano in esilio dovrebbe continuare a fare pressione per l’autonomia, come ha sostenuto il Dalai Lama, o spingere per una vera e propria indipendenza, per la quale i combattenti per la libertà del Tibet hanno combattuto durante la Guerra Fredda. Inoltre quest’anno, in considerazione dell’ottantesimo compleanno del Dalai Lama, vi è anche un dibattito riservato all’interno della comunità dei rifugiati che riguarda quanto a lungo il mantenimento della via di mezzo durerà dopo la sua morte.

«Sappiamo che la resistenza armata è impossibile, per cui o crolla il Pcc o cambia il sistema», ha detto Nyinjey. «Questa non è la Guerra Fredda, nessuno armerà o addestrerà i tibetani per combattere. Tuttavia, nel caso in cui il sistema comunista dovesse crollare, i tibetani saranno totalmente pronti a dichiarare l’indipendenza. Qui in India, abbiamo già costituito i fondamenti della democrazia politica».

«L’indipendenza di solito non richiede il dover prendere in mano un’arma», ha aggiunto. «Tuttavia, quando arriverà il momento, i giovani tibetani faranno quello che è necessario».

In ogni caso molti profughi tibetani continuano a preferire l’approccio della via di mezzo a quello della piena indipendenza, e basano il loro sostegno per la politica su una combinazione di pragmatismo e di fede nel Dalai Lama. «Con Gorbachev, l’Urss è terminata in un istante», ha detto il 61enne Norbu Dorjee, un imprenditore di Leh, la capitale della regione himalayana del Ladakh, in India. «I problemi della Cina sono un bene per noi. Ci auguriamo che la Cina diventi un Paese democratico e che il Partito Comunista crolli, così potremo tornare a casa». «Tuttavia», ha aggiunto Dorjee, «chiediamo, ancora una volta, soltanto l’autonomia interna e non l’indipendenza totale. Dobbiamo mantenere la fede nel cammino che Sua Santità ha scelto per noi».

«Credo che la via di mezzo durerà», ha ipotizzato il 41enne Thupten Gyantso, rifugiato tibetano che vive a Pokhara nel Nepal. «La realtà è che la Cina è troppo potente per noi affinché possiamo prevalere e ottenere l’indipendenza. E anche se dovessimo diventare indipendenti, dovremmo ancora fare affidamento sulla Cina per molte cose».

Gli oppositori della via di mezzo affermano che la politica attuata negli ultimi quarant’anni ha realizzato ben poco per i rifugiati tibetani e che nel corso di questi decenni i diritti umani in Tibet sono peggiorati. «Fino a quando il Tibet persisterà al solo raggiungimento dell’autonomia, non costituirà un problema internazionale», ha sottolineato il 68enne Lhasang Tsering, un veterano della Chushi Gangdruk che ha prestato servizio nella regione nepalese del Mustang negli anni 70 e che ora vive a Dharamsala dove è titolare della libreria ‘Topo di biblioteca’. 

«A meno che il Dalai Lama non stabilisca come obiettivo finale la libertà, per la pace e la giustizia, gli altri Paesi non ci aiuteranno», ha dichiarato Tsering. «Nel momento in cui la Cina crollerà, per il Tibet potrebbe essere già troppo tardi».

Secondo alcuni le recenti elezioni per il primo ministro del governo tibetano in esilio indicano il rinnovo del pensiero indipendentista. Il candidato che ha senza dubbio suscitato la maggior attenzione dei media all’interno della comunità dei rifugiati tibetani è Lukar Jam – il quale ha suscitato diverse polemiche sfidando apertamente la politica della via di mezzo del Dalai Lama e parlando dell’indipendenza. «È di moda parlare della via di mezzo, tuttavia uccide la passione di agire», ha detto Jam, secondo l’Associated Press. «Ho separato il Dalai Lama spirituale da quello politico e ho criticato soltanto le sue scelte politiche».

«La sua popolarità rivela il suo scetticismo riguardo alla via di mezzo», ha commentato Nyinjey, riferendosi a Jam. «C’è in corso un movimento che mostra una frattura nell’opinione tibetana, e i sostenitori della via di mezzo sono costretti a difendere le loro politiche».

È IL MOMENTO DELLA SVOLTA?

Parallelamente al dibattito della via di mezzo vi è un crescente movimento di resistenza all’interno del Tibet contro il dominio cinese – evidenziato dalle proteste nel 2008 e da una serie di auto-immolazioni che hanno avuto inizio nel Paese nel 2009. Considerando che Pechino ospiterà le Olimpiadi Invernali del 2022, alcuni ipotizzano che ci potrebbe essere una ripetizione delle proteste che si sono verificate in tutto il Tibet prima delle Olimpiadi Estive del 2008.

Durante le proteste del 2008, i tibetani hanno saccheggiato le imprese di proprietà cinese e attaccato i cinesi han per le strade, sottolineando le bollenti tensioni etniche interne alla Regione Autonoma cinese del Tibet. «Nel 2008, questa considerevole rivolta si è verificata in tutto il Tibet», ha fatto notare Sherab Woeser, professore ospite del Tibet Policy Institute, un think tank di Dharamsala. «Nessuno se l’aspettava e sono stati i giovani a condurla. Vogliono che nelle scuole vengano utilizzati i libri di testo tibetani, e vogliono essere liberi di sventolare la loro bandiera e di onorare il Dalai Lama. I giovani del Tibet stavano esternando la loro volontà di essere liberi».

Dopo le proteste del 2008, le autorità cinesi hanno effettuato un giro di vite nella Regione Autonoma del Tibet: è aumentata la sorveglianza e sono aumentate le segnalazioni di arresti arbitrari e torture. Le fotografie del Dalai Lama e la bandiera tibetana sono state decretate fuori legge, sono state attuate nuove restrizioni sui viaggi e sono stati chiusi i confini tra l’India e il Nepal in modo da arginare il flusso di profughi tibetani in fuga dal Paese.

Dal 2009, in reazione alla repressione attuata dalla Cina, nel Paese si sono auto-immolati 142 tibetani. Sebbene tra i tibetani auto-immolati ci siano persone di tutte le età e classi sociali, la loro età media è di 24 anni, e questo riflette, come alcuni sostengono, un aumento dell’opposizione al dominio cinese tra i giovani tibetani. «Le auto-immolazioni sono solo una continuazione della resistenza della Chushi Gangdruk», ha commentato Nyinjey. «Non è cambiato niente. L’occupazione e l’oppressione non sono mai cessate. Le cause della resistenza sono sempre le stesse, tuttavia è cambiata la sua forma». 

«I tibetani hanno assistito a innumerevoli vicende di morte, dolore e oppressione, e questo si riflette nel modo in cui protestano», ha aggiunto Woeser.

Alcuni ipotizzano anche che un rinnovato movimento per l’indipendenza del Tibet potrebbe innescare una reazione a catena di movimenti secessionisti nelle regioni autonome della Mongolia Interna e dello Xinjiang in Cina. «Il Tibet potrebbe rivestire lo stesso ruolo della Tunisia e rivelarsi la causa della rottura della Cina», ha affermato Nyinjey, facendo riferimento all’auto-immolazione di un venditore ambulante in Tunisia nel dicembre 2010, che è stato un catalizzatore per la primavera araba.

EREDITÀ

Nonostante la netta disparità di forze, i guerriglieri del Tibet, dal momento che hanno affrontato a cavallo, armati di spade e fucili della Prima Guerra Mondiale, l’artiglieria, i carri armati e i bombardieri cinesi, hanno combattuto ferocemente seppur soffrendo pesanti perdite.

«Non avevano alcuna cognizione di come combattere, erano semplicemente molto patriottici e desideravano combattere per il loro Paese», ha esordito il 37enne Tenpa Dhargyal, segretario generale della Welfare Society of Central Dokham Chushi Gangdruk, un’organizzazione di sede a Nuova Delhi che si prende cura dei veterani della Chushi Gangdruk e delle loro famiglie. Il nonno di Dhargyal era un guerrigliero della Chushi Gangdruk che è morto combattendo i cinesi. «Il loro coraggio proveniva dalla loro rabbia».

La Chushi Gangdruk ha giocato un ruolo chiave nell’istituzione del governo in esilio del Tibet. Nel 1959, il controllo dell’organizzazione guerrigliera del territorio, a sud del Tibet, ha creato un corridoio protetto attraverso il quale il Dalai Lama è fuggito in India. E dopo che il Dalai Lama era al sicuro in esilio, la Chushi Gangdruk ha successivamente protetto quelle decine di migliaia di profughi fuggiti in India e in Nepal attraverso l’Himalaya.

Nel 1957, due anni prima della fuga del Dalai Lama, la Cia ha iniziato l’addestramento paramilitare per i combattenti scelti della Chushi Gangdruk. La formazione ha avuto luogo presso le basi segrete dell’isola di Saipan delle Marianne Settentrionali, di Campo Hale in Colorado e di Camp Peary in Virginia (presso una struttura conosciuta come ‘la fattoria’).

Dopo l’addestramento, i combattenti tibetani sono stati paracadutati nel Tibet occupato dai cinesi dagli aerei della Cia, che variavano dai B-17 dell’era della Seconda Guerra Mondiale (che erano stati dipinti di nero) ai C-130. Per avere un’eventuale giustificazione plausibile nel caso un aereo fosse precipitato, la Cia ha inizialmente utilizzato quei piloti dell’Europa orientale reclutati per le missioni segrete nei cieli dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. In seguito, le missioni tibetane sono state gestite dall’Air America (la compagnia aerea controllata segretamente dalla Cia). E infine, la Chushi Gangdruk ha allestito degli accampamenti nella remota regione del Mustang in Nepal, da cui ha lanciato incursioni transfrontaliere in Cina.

La Cia ha sostenuto la Chushi Gangdruk paracadutando armi, munizioni e provviste fino al 1972, quando il presidente Richard Nixon ha riportato alla normalità le relazioni con la Cina e il sostegno degli Stati Uniti alla resistenza tibetana è stato interrotto. La Chushi Gangdruk ha continuato a operare dal Nepal senza l’appoggio degli Stati Uniti per molti anni, ma con scarsi risultati. «L’appoggio dato all’organizzazione dagli Stati Uniti è stata una mossa tattica per attaccare il blocco comunista da dietro, non è stata una decisione strategica per sostenere l’indipendenza del Tibet», ha spiegato il combattente veterano Tsering.

«Comunque, è facile puntare il dito contro gli altri per il nostro fallimento», ha aggiunto. «Non siamo riusciti a capitalizzare il sostegno della Cia per internazionalizzare la nostra causa e unire l’opinione mondiale a nostro sostegno».

Il 37enne Tenpa Dhargyal, segretario generale della Welfare Society of Central Dokham Chushi-Gangdruk. (Nolan Peterson / The Signal Daily)

Nel 1974, dopo aver ceduto alle pressioni cinesi, l’esercito nepalese ha sradicato la Chushi Gangdruk dai loro nascondigli sulle montagne del Mustang, uccidendo numerosi combattenti (compreso il generale Gyato Wangdu, loro comandante, che era stato addestrato dalla Cia a Camp Hale in Colorado) negli scontri a fuoco ad alta quota. Il Dalai Lama ha inviato un messaggio registrato per implorare la resistenza del Mustang a deporre le armi e a smettere di mandare al suicidio i combattenti.

Per alcuni tibetani, la storia dell’invasione cinese del Tibet e dell’eredità delle vite perdute in conseguenza della resistenza tibetana alimenta una persistente avversione verso la sottomissione al dominio cinese, e molti ritengono che la via di mezzo stia promuovendo tutto questo. «Anche se ci hanno chiesto di essere amici della Cina, noi non vogliamo», ha detto Dhargyal. «Non possiamo fare amicizia con loro perché hanno ucciso i nostri nonni. Non vogliamo vivere sotto il dominio cinese. Noi vogliamo riavere il nostro Paese».

KARMA

Quando il 61enne Chungdak Bonjutsang ha raccontato dell’uccisione di sua madre per mano dei soldati cinesi nel 1959, ha iniziato a piangere. Inizialmente si è coperto gli occhi con le mani, mentre il suo petto si gonfiava in conseguenza dei respiri profondi. Poi, ha cercato di parlare vincendo la commozione, ma la voce gli si è strozzata in gola. Dopo un momento di silenzio, si è strofinato gli occhi, ha alzato lo sguardo al soffitto per un attimo e ha continuato.

Bonjutsang ha raccontato che aveva solo sei anni quando sua madre, suo padre, suo zio e suo fratello maggiore, hanno attraversato l’Himalaya assieme a un gruppo di circa quattrocento persone, per sfuggire al dominio comunista in Tibet. Le donne, i bambini e gli anziani occupavano le prime file della spedizione, mentre gli uomini e i guerriglieri tibetani della Chushi Gangdruk stavano nelle retrovie per respingere gli attacchi cinesi. Il loro gruppo era parte degli 80 mila tibetani che nel 1959 si sono riversati in India e in Nepal, dopo che l’Esercito di liberazione del Popolo (Pla) aveva bombardato i manifestanti nella capitale tibetana di Lhasa.

Bonjutsang ricorda ancora il suono dei proiettili che rimbalzavano sulle pietre dure della montagna quando i cinesi attaccavano. Esposti su un passaggio ad alta quota senza un posto dove nascondersi, le uniche opzioni erano quelle di fuggire o di fermarsi a combattere: il padre di Bonjutsang aveva legato il bambino terrorizzato a uno dei cavalli utilizzati per trasportare i rifornimenti affinché non si perdesse nella confusione della sparatoria, e poi assieme a suo zio si è unito ai guerriglieri della Chushi Gangdruk per combattere contro i soldati cinesi.

Durante l’attacco, la madre di Bonjutsang è stata colpita da un proiettile a un fianco ed è morta in pochi attimi, e con i cinesi alle calcagna, non c’era tempo per seppellirla. «L’abbiamo semplicemente lasciata sul ghiaccio e poi siamo scappati via», ha raccontato Bonjutsang durante un’intervista rilasciata presso la colonia dei profughi tibetani Sonamling, nella regione himalayana del Ladakh, in India. «Ero molto giovane allora», ha detto. «Tuttavia, crescendo il dolore è peggiorato. Non riesco a smettere di pensare a lei che giaceva morta sul ghiaccio. Rivedo l’immagine la sera, quando vado a dormire».

Cinquantasei anni dopo, il dolore e la rabbia di Bonjutsang per l’omicidio di sua madre non si sono attenuati. «La Cina è ancora il nemico», ha detto. Da allora, non è mai ritornato in Tibet e ammette che potrebbe non essere mai in grado di farlo. Tuttavia, la speranza che il Tibet possa riacquistare l’indipendenza non è svanita, e questa speranza è sostenuta dalla sua fede incrollabile nel Dalai Lama. «Nutriamo la grande speranza di poter far tornare il Dalai Lama in Tibet prima che muoia», ha spiegato Bonjutsang. «Fintanto che Sua Santità è viva crediamo che la libertà sia possibile». Un sorriso si è poi disegnato lentamente sul viso di Bonjutsang e ha aggiunto: «E naturalmente, ci auguriamo anche che Sua Santità sopravviva al Partito Comunista in Cina».

 

Nolan Peterson, ex pilota in operazioni speciali e veterano delle guerre in Iraq e in Afghanistan, è un corrispondente estero per il ‘Daily Signal’Questo articolo è stato precedentemente pubblicato sul sito DailySignal.com.

I punti di vista espressi in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non rispecchiano necessariamente il punto di vista di Epoch Times. Per leggere l’articolo in inglese clicca qui.

Top