Perché la Cina proibisce la compravendita di Bitcoin

Un uomo cammina fuori da un negozio che mostra un cartello di bitcoin durante la cerimonia di apertura del primo rivenditore di bitcoin a Hong Kong il 28 febbraio 2014. (FILIPPE LOPEZ/AFP/AFP/Getty Images)

Una cosa è certa: le costanti indiscrezioni e in ultimo la conferma di una nuova normativa cinese volta a limitare l’uso del bitcoin e delle altre criptovalute ha fatto crollare la capitalizzazione azionaria complessiva delle criptovalute, dai 179 miliardi di dollari del 9 settembre fino ai 100 miliardi del 15 settembre.
Il resto della storia è meno chiaro. La Banca Popolare Cinese (Pboc) ha annunciato ufficialmente il 4 settembre l’intenzione di rendere illegale l’emissione, la vendita e il trading di nuove criptovalute e dei token utilizzati per le operazioni di Initial coin offering (Ico).

Il bitcoin è poco utilizzato per le operazioni di Initial coin offering che vengono effettuate perlopiù con ethereum, o con l’alternativa cinese, Neo. Ma ciò nonostante a una settimana di distanza dalle prime indiscrezioni circa le nuove limitazioni previste per il mercato delle criptovalute in Cina, il bitcoin è crollato da un valore unitario di 4.975 dollari fino ai 3 mila dollari del 15 settembre.
Le indiscrezioni sono state confermate il 14 settembre quando uno dei principali ‘servizi di cambio’ di bitcoin al mondo, BtcChina, ha annunciato che avrebbe interrotto ogni attività di compravendita entro il 30 settembre.

Da quel momento, e senza alcuna conferma da parte dei ‘legislatori’, gran parte degli agenti di cambio ha fatto annunci simili, dichiarando che interromperanno le operazioni di trading entro il 31 ottobre.

Per quanto riguarda le Ico, che in molti casi erano truffe, la situazione è chiara: sono state dichiarate illegali dalle autorità e molto probabilmente cesseranno di esistere in Cina. Anche se la maggior parte delle persone sapeva che i gettoni erano una truffa, la possibilità di rivenderli ricavando guadagni enormi ha attratto molti speculatori, e ha mantenuta viva la bolla.

Dal momento che d’ora in avanti il trading veloce in Cina sarà illegale, l’interesse degli speculatori per le Ico è crollato ed è probabile che spariranno dalla scena dopo la cessazione degli scambi di criptovalute.

CONSEGUENZE PER IL BITCOIN

Ma in fin dei conti la cessazione delle attività di trading non danneggerà più di tanto il bitcoin: le autorità cinesi hanno tentato limitare la diffusione del bitcoin in diversi modi: impedendo alle banche di usare i bitcoin alla fine del 2013 e vietando le operazioni di cambio valuta all’inizio del 2017.

Il Bitcoin è da sempre una spina nel fianco per le autorità cinesi. Non è possibile controllarlo e i cittadini possono usarlo per portare soldi fuori dal paese e aggirare il limite imposto di 50 mila dollari.

Ogni volta che è stata approvata una nuova normativa il prezzo del Bitcoin è crollato, per poi risalire quando i cinesi hanno scoperto come aggirare la normativa. Poiché i Bitcoin consentono di trasferire denaro all’estero con facilita, evitare l’inflazione e i problemi del sistema bancario cinese.

Ad esempio, dopo che a gennaio di quest’anno le autorità hanno impedito ai cinesi di cambiare i propri bitcoin tramite gli operatori di cambio ufficiali, il volume delle operazioni sulla piattaforma di trading LocalBitcoin (che opera su un circuito non regolamentato) è esploso all’interno della Cina; lo stesso è avvenuto la settimana scorsa dopo la notizia del blocco del mercato della valuta.

Dopo le pesanti limitazioni sui cambi imposte all’inizio di quest’anno (e revocate durante l’estate) il volume delle transazioni di Bitcoin in Corea e in Giappone è aumentato vertiginosamente. Sebbene i due paesi stiano vivendo un boom delle criptovalute e abbiano varato normative ad esse favorevoli, molti esperti ritengono che l’impennata sia attribuibile almeno in parte al grande numero di cinesi che hanno iniziato ad usare piattaforme di trading coreane e giapponesi.

Un altra questione è il mining, il processo necessario per verificare che le transazioni si svolgano in maniera regolare all’interno del circuito bitcoin e che è svolto in gran parte da alcune società con con sede in Cina.

Per ora nessuna delle dichiarazioni degli operatori o delle autorità lascia presagire che il possesso o il mining di bitcoin diventerà illegale, segno che forse anche gli operatori potrebbero riaprire dopo che si saranno conformati agli standard della normativa.

Il divieto delle operazioni di cambio valuta in Cina ha fatto crollare il valore del bitcoin che però si è rapidamente ripreso.

CAPACITA DI RECUPERO

La rapida risalita del prezzo del Bitcoin, da 3 mila dollari a oltre 4 mila in pochi giorni, conferma che c’è speranza per il futuro del Bitcoin in Cina, ma è anche una testimonianza della capacità di recupero dei sistemi di valuta digitali e decentralizzati. Anche se il Bitcoin diventasse illlegale in Cina, i cittadini potrebbero continuare ad avere Bitcoin in portafogli come Blockchain.info e potrebbero generare bitcoin o comprarli da operatori che come LocalBitcoins operano al di fuori del circuito regolamentato.

Per quanto riguarda il mining, se venissero chiuse le aziende specializzate presenti in Cina l’intera rete Bitcoin subirebbe rallentamenti ma continuerebbe a funzionare. Inoltre ci sono già alcuni Paesi come il Giappone che hanno annunciato investimenti nel settore del mining di Bitcoin. Ad esempio una società quotata a Tokyo ha recentemente investito oltre 3 milioni di dollari per entrare nel mercato del mining.

In effetti la repressione cinese è una grande prova per il Bitcoin, che è nato proprio per essere una valuta digitale svincolata dal sostegno governativo. Finora il Bitcoin ha sempre superato le crisi diventando più forte e anche in questa occasione sembra che stia accadendo lo stesso.

Articolo in inglese: The China Bitcoin Ban Explained

Traduzione di Marco D’Ippolito

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