Perché Hollywood non fa più lavorare Richard Gere

(credit : Mike Pont/WireImage)

Il celebre attore americano Richard Gere è stato un simbolo del suo tempo. Figura di primo piano del cinema anni 80 e 90, Gere era una superstar che avrebbe potuto continuare a recitare il ruolo da protagonista a Hollywood. Se non avesse osato criticare sui diritti umani il governo cinese.

Richard Gere ora ha 68 anni, ed è un attivista dei diritti umani. In un’intervista a The Hollywood Reporter ha dichiarato che da più di dieci anni non recita, perché le grandi case di produzione e gli studi cinematografici temono che la Cina non finanzi i loro progetti.

Il protagonista di successi planetari e cult movie come American Gigolo e Pretty Woman, e grande amico del capo spirituale tibetano Dalai Lama, spiega infatti: «Recentemente […] qualcuno mi ha detto che non poteva ingaggiarmi, perché rischiava di far arrabbiare i cinesi che finanziavano il film».

(Chip Somodevilla/Getty Images)

Al di là della sua bellezza e del talento artistico, Richard Gere ha anche dato sempre prova di una grande sensibilità. Nel 1997, dopo aver girato il film Red Corner, dove recita la parte di un uomo d’affari americano in Cina vittima del regime comunista, era stato elogiato per la sua grande interpretazione e invitato a diverse trasmissioni televisive, per pubblicizzare il film, prima della sua uscita. Gere ricorda: «Tutti erano contenti. Ma tutto d’un tratto, senza preavviso, mi hanno chiamato per dirmi che non volevano che facessi pubblicità al film. Il produttore americano, la Mgm, stava per concludere un accordo commerciale con i cinesi, e questi avevano detto che se il film fosse uscito l’accordo non si sarebbe fatto… Quindi il film non è uscito».

L’attore prosegue: «Le case cinematografiche avrebbero tutto l’interesse a realizzare enormi profitti, ma ora faccio sempre gli stessi film degli inizi: piccole storie ispirate a personaggi interessanti e ai loro racconti. Questo non ha influito sulla mia vita». Per questa ragione, da lungo tempo l’attore non si vede più sul tappeto rosso davanti al Teatro Cinese di Hollywood: questione di coscienza.

Nel 1993, Richard Gere ha ricevuto l’incarico di consegnare uno dei premi della 65esima cerimonia degli Oscar. Ha lasciato tutti a bocca aperta, quando ha colto l’occasione per protestare contro l’occupazione del Tibet da parte della dittatura cinese, affermando che si trattava di una situazione «orribile» dal punto di vista dei diritti umani. Un discorso che ha suscitato forti critiche da parte dell’élite hollywoodiana, che lo ha definito «discorso politico».

Richard Gere nel 1993, anno in cui ha parlato in favore dei diritti dei tibetani (foto: Ron Galella, Ltd./Wirelmage).

IL (VERO) LUPO TRAVESTITO DA AGNELLO

Dal 1997, Richard Gere in Cina è oggetto di una censura totale. Nel 2008, alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino, ha invitato al boicottaggio e da anni collabora con due associazioni per la difesa dei diritti dei tibetani.

Il Partito Comunista Cinese ha sempre considerato il Dalai Lama – esiliato dalla Cina nel 1959 – «un lupo vestito da agnello», trattandolo alla stregua di un separatista al centro di un’oscura cospirazione che mirerebbe a separare il Tibet dalla Cina (che era una nazione indipendente, prima che Mao Tse-tung lo invadesse nel 1950) e instaurare un governo teocratico.

Le autorità cinesi autorizzano la distribuzione nel loro Paese solo di 34 film stranieri all’anno. Inoltre, le pellicole ammesse vengono sottoposte alla pesante censura del regime, che modifica il contenuto, se viene considerato dal Pcc offensivo o sovversivo.
Il regime comunista cinese ha infatti l’abitudine di eliminare dalla scena chiunque (artisti famosi inclusi) si permetta di pronunciarsi a favore dei diritti umani o dell’indipendenza tibetana. A musicisti come Marron 5, Bjork, Oasis e Lady Gaga è stato infatti vietato l’ingresso nel Paese comunista. Come anche alle star di Hollywood Brad Pitt e Harrison Ford. E anche alla Miss Canada Anastasia Lin, che è andata oltre e ha osato difendere i diritti dei praticanti della Falun Dafa: cento milioni di cinesi che dal 1999 sono ferocemente perseguitati, incarcerati, torturati e assassinati allo scopo di prelevarne gli organi vitali.

Questo è, nonostante le sembianze da «agnello» che ingannano tanti occidentali, il regime comunista cinese.

Per approfondire: 

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