Perché alle banche piace la guerra

La Battaglia di Waterloo, di William Sadler (pubblico dominio).

di Joshua Phillipp e Valentin Schmid

«La guerra non fa bene a nessuno, nemmeno al vincitore». Tutti sono d’accordo con questo vecchio detto. Perché allora l’umanità ha visto combattere così tante guerre sanguinose, specialmente, nell’ultimo secolo?

Il comandante in capo dell’aeronautica nella Germania nazional-socialista, Hermann Göring, aveva una risposta inoppugnabile: «I popoli non vogliono la guerra […]  Per quale motivo un povero bifolco dovrebbe voler rischiare la vita lasciando la sua fattoria, quando il massimo che potrebbe ricavarne sarebbe di ritornarci indietro intero?», Göring rilasciava questo commento al giornalista Gustave Gilbert nel 1946, a latere del processo di Norimberga; «Ma dopotutto, sono i capi di una nazione a decidere cosa fare, e ogni volta si tratta semplicemente di trascinare le masse, che si tratti di una democrazia, di una dittatura fascista, di un parlamento o di una dittatura comunista».

Quindi, i politici di una nazione che ne attacca a un’altra – oppure che fanno apparire l’aggressione una guerra preventiva necessaria per autodifesa – devono vedere un qualche tornaconto personale nella guerra: maggiore potere, fama, uscita da un periodo di depressione economica.

Ma non è il dittatore nazional socialista tedesco, né quello comunista sovietico (o il presidente americano) a trarre il maggiore beneficio. Anzi: molto spesso non ne hanno tratto alcun beneficio.
C’è invece un soggetto che ne trae sempre beneficio, a prescindere dal vincitore: è chi finanzia la guerra a distanza e intasca gli interessi sulla pelle della povera gente.

LA FINANZA BELLICA NELLA STORIA

Dalla notte dei tempi, l’unico settore dell’economia da cui i governanti possono prendere in prestito il denaro sufficiente per realizzare la più dispendiosa delle imprese umane, è il settore bancario.

Da sempre, infatti, la tassazione non è minimamente sufficiente a finanziare una guerra, a causa delle sue ripercussioni sull’economia e, di conseguenza, sulla società.

Prima dell’avvento del moderno sistema bancario, i sovrani dovevano indebitarsi con gli orafi e i nobili per equipaggiare i propri eserciti. E, nonostante le guerre medievali fossero lunghe e sanguinose, erano di portata limitata, a causa dei limiti finanziari, tecnologici e demografici.

Ma questo finì nel 1694 con la creazione della Banca (a capitale privato) di Inghilterra, che permise al governo inglese di finanziare la guerra mediante l’emissione di Titoli di debito. Questo avveniva appena sette anni prima del nuovo secolo, che sarebbe iniziato con la guerra di successione spagnola del 1701.

Le banche proprietarie della Banca Centrale inglese (e, successivamente, di centinaia di altre istituzioni finanziarie) scoprirono che c’è un limite al prestito alle attività produttive, le quali per loro stessa natura fanno economia sia sui mezzi di produzione che sulla mano d’opera. Ma siccome la guerra distrugge entrambi questi fattori produttivi, la sua domanda di nuovi prestiti (e quindi di profitto per le banche) è illimitata.

LA CASATA DEI ROTHSCHILD

Ma a rendere perfetto il sistema di finanziamento dei conflitti attraverso il sistema bancario privato, è stata la famiglia Rothschild circa cento anni dopo. Il patriarca della dinastia bancaria Mayer Amschel Rothschild, fondò la sua prima banca a Francoforte nel 1760. I suoi figli allargarono poi le operazioni alle città di Parigi, Londra, Vienna e Napoli.

Grazie alla propria rete di istituti di credito, la famiglia di banchieri accumulò la prima fortuna durante le guerre napoleoniche, speculando con i soldi del principe tedesco Guglielmo di Hesse-Kassel: i Rothschild avrebbero dovuto investirli in buoni del Tesoro inglesi, ma invece li impiegarono in attività di compravendita di materiali bellici.

Successivamente, restituirono il capitale con gli interessi che avrebbero guadagnato dall’acquisto dei Titoli di debito pubblico britannici, tenendo per sé il surplus e violando così il loro dovere fiduciario.

Comunque la famiglia bancaria diede il suo contributo (arricchendosi), facendo passare l’oro attraverso Francia e Spagna per finanziare la spedizione del duca di Wellington contro Napoleone, oltre che concedendo prestiti direttamente al governo britannico.

Mayer Amschel Rothschild, il patriarca della dinastia bancaria per eccellenza (pubblico dominio).

Alcuni storici ritengono che i Rothschild siano stati coinvolti nel primo caso rilevante di banche che finanziano entrambe le fazioni di un conflitto: Robert McNair Wilson, ad esempio, nel suo libro Promise to Pay scrive che le banche londinesi concessero a Napoleone un prestito di 5 milioni di sterline per la battaglia di Waterloo. L’idea è semplice: anche le probabilità di vincere per Napoleone erano minime, una nazione sconfitta è da sempre obbligata a onorare i debiti contratti a livello internazionale, come infatti è successo alla Germania, sia alla fine della Prima che della Seconda Guerra mondiale.
I finanzieri vincono in ogni caso. Ed è ancora oggetto di disputa se i Rothschild abbiano fatto crollare il mercato dei titoli di debito pubblico inglesi (dopo che avevano saputo in anticipo della vittoria del duca di Wellington a Waterloo nel 1815) per poi riacquistarli speculando al ribasso, oppure se li abbiano semplicemente acquistati in seguito alla vittoria.

Comunque sia, la gran parte degli storici concorda sul fatto che la famiglia Rothschild sia diventata una delle più ricche del 19 esimo secolo grazie agli affari di guerra. E molti la considerano fra le più ricche a tutt’oggi: nonostante i nomi più popolari nella finanza del 21 esimo secolo siano altri, è da considerarsi un caso se il periodico finanziario Economist (di proprietà dei Rothschild) sia sempre a favore della guerra invece che delle soluzioni pacifiche, che si tratti di Afganistan, Iraq, Libia o Siria?

IL TURNO DELL’AMERICA

Dopo che le banche inglesi ed europee avevano dominato il finanziamento di gran parte dei conflitti del 19 esimo secolo (compresa la Guerra civile americana), nel 20 esimo secolo è arrivato il turno delle banche americane.

John Moody, nel suo libro The Masters of capital, a proposito della Prima Guerra mondiale scrive: «Non solo Inghilterra e Francia hanno pagato le proprie forniture con i soldi di Wall Street, ma hanno persino effettuato gli acquisti attraverso lo stesso intermediario […] Inevitabilmente, la JP Morgan era stata scelta per questo compito. In questo modo, la guerra conferiva a Wall Street un ruolo del tutto nuovo: fino a quel momento era stata solo il quartier generale della finanza. Da lì in poi diventava il più colossale mercato industriale che il mondo avesse mai conosciuto. Oltre a occuparsi della vendita di titoli azionari, finanziare ferrovie e agire in tutte le attività tipiche di un centro bancario, Wall Street iniziava a trattare munizioni, cannoni, sottomarini, coperte, uniformi, scarpe, carne in scatola, cereali e migliaia di altri articoli necessari a una guerra di grandi proporzioni».

Ci sono persino degli storici, come Robert Ferrell nel suo libro Woodrow Wilson e la Prima Guerra mondiale, che accusano il presidente Wilson di aver deciso di entrare nella Prima Guerra mondiale per evitare alle banche americane perdite da prestiti non esigibili, nel timore che le nazioni loro clienti (Francia e Germania) perdessero la guerra.

Se quanto sostenuto da Ferrel è vero (e questo è ancora oggetto di contesa) gli Americani, che nel 1916 avevano votato Wilson sulla base di un programma anti-bellico, si ritrovarono trascinati in una guerra che non volevano, ma che i loro governanti ritenevano necessaria in ragione di inconfessabili affari finanziari di cui l’opinione pubblica veniva tenuta all’oscuro.

A pagare questa e altre guerre è stato naturalmente il popolo degli Stati Uniti (non i presidenti). E il prezzo non è stato solo di sangue, ma anche inflazione e tasse più elevate, che – nello specifico – servono a pagare i debiti postbellici.

La Prima Guerra mondiale è stato il conflitto più cruento della Storia: quello che ha causato il maggior numero di morti nel minor tempo. E la ragione non è stato solo un certo avanzamento tecnologico, ma anche la sospensione del Gold Standard, che ha permesso ai governi di indebitarsi praticamente senza limiti. Debiti che poi hanno dovuto pagare le popolazioni: anche se, ad esempio, l’imperatore della Germania Guglielmo II ha dovuto abdicare in pieno conflitto, i finanziatori della Germania (nazionali e internazionali) che avevano favorito l’entrata in guerra dell’impero tedesco non hanno dovuto rendere conto di nulla, quando al popolo tedesco è stato imposto di onorare i debiti di guerra pagando con delle «riparazioni» devastanti e l’iper-inflazione.

PROPAGANDA MEDIATICA

Anche nei ‘lontani’ Stati Uniti – con forte analogia rispetto all’azione dell’Economist e di altri media del mainstream che al giorno d’oggi fanno propaganda a favore della guerra – i giornali sono stati lo strumento con cui politici e finanzieri hanno orientato l’opinione pubblica americana a favore dell’entrata nella Prima Guerra mondiale. Almeno secondo il discorso di un deputato del Texas, Oscar Callaway, riportato in uno dei registri del Congresso americano: «Nel marzo 1915 gli interessi di J.P. Morgan (le acciaierie, i cantieri navali, le fabbriche di armi e tutte le organizzazioni sussidiarie) hanno assunto dodici diversi professionisti del giornalismo di alto livello, dando loro l’incarico di selezionare i giornali più influenti degli Stati Uniti, nel numero sufficiente a determinare la linea generale di quotidiani», e «hanno scoperto che era sufficiente assumere il controllo del 25 percento dei maggiori quotidiani». Quindi, «hanno concluso l’accordo. E le linee editoriali dei quotidiani sono state acquistate».

Le banche internazionali sotto il controllo di Wall Street, sono state anche lo strumento per mezzo del quale è stata finanziata la scalata al potere di Adolf Hitler e del suo regime nazional-socialista negli anni ’30. E hanno continuato a collaborare col nazismo anche durante la Seconda Guerra mondiale, come documentato nei libri The Tower of Basel di Adam LeBor e Wall Street and the Rise of Hitler di Anthony Sutton, che scrive: «Il vertice del sistema era la Banca dei Regolamenti internazionali, con sede a Basilea, in Svizzera. Questa banca ha continuato a operare anche nel pieno del Secondo conflitto mondiale come interfaccia per i banchieri (che evidentemente non si fanno la guerra tra loro), grazie alla quale potevano continuare ad aiutarsi a vicenda scambiandosi idee, informazioni e piani per il dopoguerra».

Sutton ritiene inoltre che un analogo sistema di finanziamento e di trasferimento illegale di tecnologia, sia intercorso – con l’Unione Sovietica – anche durante la Guerra Fredda.

LA FINANZA DI GUERRA OGGI

Cosa è cambiato al giorno d’oggi? Sfortunatamente niente di sostanziale. I popoli ancora rifiutano la guerra, mentre il cartello internazionale bancario la trova ancora una delle imprese più redditizie in cui investire. E quindi insiste spesso per l’intervento armato sui media del mainstream, contribuendo allo stesso tempo con generosi interventi per i politici che sono a favore della guerra.

Durante l’ultima elezione presidenziale statunitense, ad esempio, Hillary Clinton era favorevole a un escalation militare della Russia in Siria e in Ucraina.

Negli Stati Uniti le banche finanziano il governo in modo diretto e indiretto, attraverso il mercato dei Titoli emessi dal Tesoro Usa e attraverso la Federal Reserve (che è a capitale privato).

Attraverso un network di prima istanza, infatti, grandi banche come JPMorgan e Bank of America ’stampano denaro’ a costo zero, prestandolo al governo federale in cambio dei Titoli di debito pubblico statunitense (i bond), che poi fruttano alle banche stesse un determinato tasso di interesse. Successivamente le banche possono tenere i bond oppure venderli, agli investitori sul mercato o alla Federal Reserve.

Quest’ultima, a sua volta, stampa denaro a costo zero e, a oggi, detiene quasi 2 mila 500 miliardi di dollari di debito pubblico.

Le banche quindi traggono ancora enormi benefici, sia dall’emissione di Titoli di debito da parte dei governi che dalle guerre. Come le guerre di George W. Bush in Afganistan e Iraq, che – secondo l’Ufficio del bilancio del Congresso americano – sono costate in totale 2 mila e 400 miliardi di dollari. Poco meno dell’ammontare di tutto il debito pubblico statunitense detenuto dalla Fed.

E allora, se le banche sono così potenti e la guerra è così redditizia, perché non è in corso un altro conflitto mondiale?

Innanzitutto, per un buon motivo: internet dà alle persone la possibilità di formarsi una propria idea al di là della propaganda bellica del mainstream. E questo accesso all’informazione genera un’opposizione popolare ogni volta che si profila all’orizzonte una guerra.

Il secondo motivo è meno positivo: dopo gli anni ’70 e con l’avvento della globalizzazione, i governi occidentali hanno trovato un sistema per incrementare ancora di più il debito in un modo politicamente meglio spendibile. Un sistema che costa meno in termini di vite umane, ma che probabilmente nel tempo sperpera ancora più capitali. Questo sistema è chiamato ‘guerra alla povertà’. E le banche sono più che felici di finanziare anche questa guerra.

 

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni degli autori e non corrispondono necessariamente alle posizioni di Epoch Times.

Articolo in inglese: Why Banks Love War

Traduzione di Emiliano Serra

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