Pechino fa fuori le imprese di Taiwan che ‘inquinano’

Una nave naviga sul fiume Huangpu mentre il pesante smog inghiotte la città di Shanghai, 25 dicembre 2013. (VCG via Getty Images)

Le società taiwanesi che operano e investono in Cina sono sottoposte a un ampia gamma di rischi: truffa, minacce e danni dalla criminalità locale, fino al trovarsi in mezzo a lotte di potere. Tutto senza alcuna tutela da parte della legge.

L’ultima insidia sono le nuove normative per la tutela dell’ambiente che stanno soffocando le imprese e costringendole alla chiusura.

Le autorità cinesi sono note per lo zelo che usano nel mettere in pratica le direttive, perseguire gli obbiettivi e ottenere successi politici. Recentemente, ad esempio, per ridurre l’inquinamento atmosferico hanno costretto i cittadini a usare gas naturale al posto del carbone, ma come risultato gli abitanti delle zone sprovviste delle infrastrutture necessarie, sono rimaste senza riscaldamento durante il periodo più freddo dell’inverno; e, in altri casi, le amministrazioni hanno gonfiato i propri fatturati per risultare economicamente più produttive.

Da quando la Cina, negli anni 90′, ha varato alcune riforme per aprire al commercio e agli affari con Taiwan, molte società della piccola isola hanno infatti capitalizzato le opportunità che offe il grande mercato della Cina.
Ma c’è chi non è riuscito a far fruttare i propri investimenti: alla fine dello scorso anno, un documento trapelato online ha rivelato che le autorità della città di Kunshan, nella provincia di Jiangsu, hanno chiesto a 270 fabbriche di interrompere la produzione tra il 25 dicembre e il 10 gennaio perché la qualità dell’acqua corrente non soddisfaceva gli standard. Secondo la Bbc circa la metà delle società colpite erano taiwanesi.

L’ordinanza è stata emessa da un ufficio governativo locale preposto all’attuazione del Progetto 263, varato dalle autorità provinciali allo scopo di migliorare la qualità dell’aria e dell’acqua, e raggiungere determinati risultati statistici entro il 2020.
Uno degli obbiettivi del progetto 263 è proprio quello di ridurre drasticamente l’uso del carbone nella regione.

Secondo lo United Daily News, un quotidiano taiwanese, il dipartimento della protezione ambientale della provincia di Guandong ha chiesto a 75 aziende (di cui quattro taiwanesi) nella città di Zhuhai di ridurre la produzione tra il 26 e il 29 dicembre, per via delle condizioni meteorologiche previste e del conseguente inquinamento atmosferico.

Il 4 gennaio i media taiwanesi hanno riferito che una fabbrica nella città di Dongguan, appartenente al produttore di mobili taiwanese Lacquer Craft, aveva emesso un comunicato stampa annunciando la chiusura. L’azienda dichiarava di aver subito ingenti perdite a causa delle normative ambientali, e di aver deciso quindi di interrompere la produzione a partire dal primo febbraio. Secondo l’emittente taiwanese Sanlih Television, circa 2.000 operai sono stati licenziati.

La fabbrica aveva iniziato a operare nel 2005 e, secondo il quotidiano taiwanese Liberty Times, un costruttore locale voleva far chiudere la fabbrica perché nelle vicinanze sarebbe presto sorto un nuovo quartiere residenziale di sua proprietà; quindi avrebbe denunciato ripetutamente la Lacquer Craft al dipartimento per la protezione ambientale di Dongguan, accusandola di produrre rifiuti che emanavano uno «strano odore».
Ma l’ispezione del dipartimento non aveva riscontrato alcuna irregolarità: secondo il Liberty Times il dipartimento ha confermato che in base ai suoi registri, la fabbrica era registrata da ottobre del 2014 e aveva superato con successo un’ispezione nel gennaio del 2016. Ma – come ha sottolineato l’agenzia di stampa taiwanese Central News Agency – nonostante la fabbrica avesse superato le ispezioni, le autorità locali l’avevano inserita nella lista delle 10 società più inquinanti di Dongguan nel 2015 e nel 2016.

Per le società taiwanesi non è una novità subire perdite finanziarie a causa degli abusi governativi.
Kao Wei-Pang, fondatore dell’Associazione per le Vittime Taiwanesi degli Investimenti in Cina, ha raccontato la sua esperienza personale: era socio in una joint venture cinese finché alla fine il vice direttore, non solo lo ha estromesso dall’impresa ma, con la complicità di alcuni funzionari di banca locali, ha fondato una società concorrente.
L’organizzazione di Kao Wei-Pang raccoglie e divulga le storie degli uomini di affari taiwanesi che sono stati truffati, ingiustamente detenuti e persino uccisi mentre conducevano i propri affari in Cina. I casi documentati sono oltre 60 mila, e si stimano perdite complessive causate da questi illeciti per oltre 30 miliardi di dollari.

 

Articolo Originale: Protecting the Environment Is China’s Latest Excuse to Bully Taiwanese Businesses

Traduzione di Marco D’Ippolito

 

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