Parolacce, dal Monnezza a Trump chi non le dice?

L’attore cubano/’romano’ Tomas Milian, (nome d’arte di Tomás Quintín Rodríguez Milián) nei panni del famoso poliziotto sboccato Nico Giraldi (Pubblico dominio).

La parolaccia, anche se sincera e ‘romanzata’, come quella compianto del maresciallo Giraldi/Tomas Milian, rimane senz’altro un esempio di volgarità decisamente da non imitare. Ma si deve riconoscere che l’argomento abbia assunto nuova rilevanza con l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca, insieme alla pubblicazione di un nuovo studio sul ‘potere’ (per così dire) del turpiloquio.

Pubblichiamo su questo argomento (purtroppo) di una certa rielvanza, un articolo dell’opinionista americano Timothy Wahl.

I dibattiti sulla schiettezza e la volgarità hanno assunto particolare rilevanza con l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca, e anche con la pubblicazione di un nuovo studio sul potere delle parole. O meglio, delle parolacce.

In breve, quando si tratta di parole, tutto è concesso: le parolacce ormai sono all’ordine del giorno. Stando alle scoperte riportate dallo studio Frankly, We Do Give a Damn: The Relationship Between Profanity and Honesty [Francamente, non è vero che ce ne infischiamo: il rapporto tra volgarità e onestà ndr], le parolacce le dicono tutti, o almeno le persone emotivamente sane.

Pubblicato da Social Psychological and Personality Science, una rivista scientifica nel campo del comportamento umano, questo studio dichiara che «la volgarità può essere addirittura positiva se non arreca danni; diventa, piuttosto, un modo catartico per alleviare lo stress o il dolore».

In particolare, gli autori dello studio sostengono che esista una connessione tra onestà e volgarità: chi si esprime con il cosiddetto ‘gergo da strada’ è tendenzialmente più genuino rispetto a chi non lo usa.  Lo studio afferma che «a livello individuale, la volgarità implica una minore tendenza a mentire e a raggirare il prossimo, e, a livello sociale, è collegata a una maggiore integrità».

Questo aiuterebbe a spiegare la popolarità di Donald Trump, tale da farlo diventare il nuovo inquilino della Casa Bianca. E potrebbe chiarire anche il motivo per cui sono volate parole non proprio gentili, tra i manifestanti, durante i cortei di protesta contro la sua presidenza e, in particolare, contro le sue dichiarazioni sulle donne.

Per chi abbia ricevuto un’educazione rigorosa, l’uso del turpiloquio (o delle ‘brutte parole’, come le chiamavano i nostri nonni) poteva causare un rimprovero o qualcosa di peggiore e di più singolare, come la minaccia di vedersi sciacquare la bocca con acqua e sapone: «Condanniamo le persone che dicono parolacce – ha dichiarato Benjamin Bergen, un cognitivista che ha scritto molto sulla volgarità della società contemporanea, in un’intervista sul settimale americano Time – Perciò insegniamo ai nostri figli che queste parole hanno un forte potere sociale».

Secondo il dottor Bergen, docente presso l’Università della California, San Diego, l’uso delle parolacce può indicare lo stato mentale di una persona, dalla rabbia all’agitazione, dalla sorpresa all’eccitazione; il ché è una cosa positiva, in linea con lo studio sul rapporto tra volgarità e onestà: «I pori si aprono e il corpo inizia a sudare. Il battito cardiaco aumenta. Le pupille si dilatano».

Il personaggio televisivo Carrie Keagan, noto per il suo essere scurrile e volgare, è un vero esperto di ogni tipo di imprecazione. La Keagan ha pubblicato Everybody Curses, I Swear! [‘Tutti dicono parolacce, lo giuro!’; un gioco di parole in inglese: ‘swear’ significa sia ‘giurare’ che ‘imprecare’, ndr], un libro sul linguaggio sboccato del mondo di Hollywood, ed è stata paragonata a Howard Stern, un conduttore che è diventato ricco e famoso a suon di parolacce.

Il libro della Keagan riporta storie e commenti di numerose star hollywoodiane che possono ritenersi libere di imprecare come e quando vogliono senza subire alcuna conseguenza, a differenza dei tanti ‘comuni mortali’ che invece devono tenere in considerazione una serie di rischi come quello di giocarsi il posto di lavoro.

Nell’introduzione al suo libro, la Keagan sostiene una posizione per così dire ‘fatalista’, secondo cui ricorrere alle parolacce sarebbe diventato un fenomeno ormai diffuso e da accettare, che piaccia o meno: «Imprecare è un’abitudine vecchia come il mondo e non sparirà tanto in fretta; un po’ come la prostituzione». Poi aggiunge: «Dire parolacce è divertente, tra l’altro».

Lo studio Frankly, We Do Give a Damn afferma che il linguaggio volgare può essere una valida alternativa alle forme di violenza potenzialmente più pericolose: «La volgarità viene usata anche per divertire, attirare e influenzare il pubblico, così come dimostra la massiccia presenza di parolacce nei film comici, nei mass media e nelle pubblicità».
Lo studio celebra anche l’autenticità caratteristica del linguaggio di Donald Trump, acclamato dai suoi sostenitori per la naturalezza che lo contraddistingue.

Si sostiene inoltre che le persone raffinate e di successo siano ben inclini all’uso di parole volgari. L’ex presidente Barack Obama, non particolarmente noto per l’abitudine di dire parolacce, ha usato l’espressione «prendere a calci nel sedere» in occasione della grande perdita di petrolio della BP al largo della costa della Louisiana nel 2010. Al contrario, c’è un motivo se l’ex capo di gabinetto della Casa Bianca Rahm Emmanuel si è guadagnato il soprannome di ‘Mister Parolaccia’.  

Va però osservato che è di una certa rilevanza un’ulteriore aspetto, trascurato da questa ricerca: la comunicazione è una strada a doppio senso. Dove c’è una persona che parla, ce n’é una che ascolta. Lo studio mette in evidenza le imprecazioni e il loro presunto effetto ‘catartico’, ma omette la reazione a questo genere di parole e il loro impatto, che può essere offensivo, umiliante e intimidatorio. E questo aspetto non è da poco. 

Dire parolacce in fondo è come infastidire gli altri con una musica ad alto volume: anche una persona sboccata può non essere così facile da accettare e sopportare quando si trovi in uno spazio ristretto, come ad esempio sui mezzi pubblici; e, più che mai in quel caso, non sarebbe affatto sconveniente suggerirle di ‘chiudere il becco’, appunto.

Articolo in inglese: Swearing: The New Normal?

Traduzione di Lorena Badile



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