Panama Papers, storia dell’operazione che fa tremare i ‘Vip’

Città di Panama. (Lala Rebelo, CC BY-SA)

Con l’esplosione del caso Panama Papers, forse si può dire che un muro di segretezza sia stato finalmente incrinato. Questi paradisi fiscali favoriscono la massiccia espansione, su scala internazionale, di corruzione ed evasione fiscale a opera di alcuni dei personaggi più ricchi e potenti della Terra; mentre i poveri sono sempre più poveri.
I politici occidentali, nella repressione dei paradisi offshore finora si erano lamentati ostentando impotenza: un atteggiamento che nei fatti non avrebbe mai cambiato di una virgola la situazione. E infatti, la questione viene ora affrontata grazie ai giornalisti investigativi, agli informatori e a una collaborazione senza precedenti dei media internazionali. 

Secondo il gruppo di pressione Global Financial Integrity, il dirottamento illegale di profitti verso Paesi in via di sviluppo tra il 2001 e il 2010 ammonta a quasi 5200 miliardi di euro. Per citare un’informazione apprezzata dagli utenti di Facebook, l’uno per cento della popolazione mondiale detiene avidamente la metà della ricchezza globale.
Ma finalmente le cose potrebbero cambiare. Si tratta della terza maggiore fuga di notizie offshore in tre anni: la prima è avvenuta nel 2013 con la perdita fiscale delle Isole Cayman, che aveva portato alla luce del sole un enorme numero di importanti personaggi di tutto il mondo che custodivano segretamente dei conti di deposito nella piccolo protettorato britannico; poi c’è stata la grande fuga di dati di HSBC: la banca privata svizzera di questa società aveva aiutato i ricchi titolari di conti in altre nazioni a eludere il pagamento di tasse ingenti. Ora è la volta di Panama, un luogo perfetto per depositare grandi somme di denaro. 

Anche l’indagine di Panama è caratterizzata da una rete di giornalisti accomunati dalle stesse intenzioni e provenienti da Paesi differenti: un gruppo costruito grazie a una rete di collaborazione multinazionale. Tra gli organi di informazione coinvolti vi sono il Guardian e il programma Panorama di BBC TV, che hanno un rapporto di lunga data con il Consorzio internazionale dei Giornalisti investigativi, organismo al centro di quest’operazione. E risulta che il materiale sia trapelato al giornale tedesco Süddeutsche Zeitung dal database di Mossack-Fonseca, il quarto maggiore studio legale offshore al mondo. 

Dato che nei paradisi fiscali stanno cominciando ad aprirsi delle crepe in quella che una volta era un inespugnabile muro di segretezza, ricchi e potenti ora capiscono che la loro privacy non è più garantita. I primi documenti dei Panama Papers si sono concentrati su due miliardi di dollari al presidente della Russia Vladimir Putin, ma è probabile che nei prossimi giorni ci saranno rivelazioni su molti altri personaggi. L’ultima cosa che vogliono i ricchi e i potenti che hanno conti bancari off-shore è la pubblicità, e per loro la questione si riduce a ‘Dov’è il posto più vicino?’ e ‘Quali sono i paradisi ancora sicuri’? 

UN PARADISO DEL SEGRETO BANCARIO 

Per capire che cosa è importante nel settore dei servizi finanziari di Panama, basti pensare che se si cerca su Google ‘Panama offshore’ si ottiene una lunga lista di annunci di offerte che permettono di creare un conto bancario segreto in questo Stato americano. 

Le Isole Vergini britanniche o le Cayman dichiarano che per chi vuole evitare di pagare le tasse in tutta segretezza non è sufficiente scegliere un paradiso fiscale offshore: piuttosto, è necessaria una serie di conti offshore collegati in diversi giurisdizioni, affinché sia garantito l’anonimato. Le Isole Vergini britanniche propongono molte facilitazioni per costituire una società, mentre le Cayman offrono conti bancari estremamente riservati.
Nel frattempo Panama è esentasse e ostacola gli investigatori nel resto del mondo nel richiedere informazioni aziendali. Inoltre, le società offshore costituite a Panama – e i proprietari delle aziende – sono esenti da ogni imposta aziendale, da ritenute, da imposte sul reddito e sulle plusvalenze, da tasse locali e da imposte immobiliari o di successione, comprese le imposte sulle donazioni. 

Panama annovera più di 350 mila aziende commerciali internazionali segrete, ma registrate: il terzo Paese al mondo dopo Hong Kong e le Isole Vergini Britanniche. Accanto all’inclusione di questo genere di società, i servizi finanziari panamensi sono proattivi nel creare istituzioni fiscali che non pagano tasse, trust, assicurazioni e servizi che intestano barche e navi. La violazione della segretezza finanziaria è punibile con la prigione.
Questo Stato si colloca al quattordicesimo posto nell’Indice di Segretezza finanziario del 2015, ma rimane una giurisdizione che desta particolare preoccupazione. Difatti, recentemente Pascal Saint Amans, direttore dell’Organizzazione per la Cooperazione economica e lo Sviluppo, ha riassunto il problema affermando che «dal punto di vista della reputazione, Panama è ancora l’unico posto in cui la gente crede ancora che si possano nascondere i propri soldi». 

La Rete di Giustizia fiscale, un gruppo di pressione che informa sugli effetti negativi dei paradisi fiscali, sostiene che «finora Panama è stato abbastanza indifferente a proposito della propria reputazione ma, a causa della maggiore attenzione che sta ricevendo, le preoccupazioni tra i clienti aumenteranno inevitabilmente; questo è dovuto al fatto che Panama non è più in grado di proteggere efficacemente l’identità dei truffatori e i truffatori sono attratti dalle sue dubbie leggi e da studi legali altrettanto ingannevoli».
La Rete di Giustizia fiscale ha poi aggiunto che per molto tempo Panama è stato collettore del denaro derivante dal narcotraffico dell’America Latina (in misura maggiore rispetto a Stati Uniti o qualsiasi altro Stato) ed è inoltre uno dei più antichi e noti paradisi fiscali in America. Negli ultimi anni ha adottato una linea dura, con una legislazione che rifiuta la collaborazione nelle iniziative internazionali tese alla trasparenza. 

Jeffrey Robinson, nella sua relazione del 2003 che analizzava i paradisi fiscali intitolata ‘The Sink: Terror, Crime and Dirty Money in the Offshore World’ (Il Lavandino: terrore, crimine e denaro sporco nel mondo offshore, ndt), cita un funzionario statunitense doganale:

«Il Paese è pieno di avvocati disonesti, banchieri disonesti, agenti disonesti che creano società e aziende disoneste registrate da avvocati disonesti, in modo che possano depositare denaro sporco nelle loro banche disoneste. La Zona di libero scambio è il buco nero dove Panama è diventato uno dei più luridi lavandini di riciclaggio di denaro di tutto il mondo». 

GLI INVESTIGATORI 

Gerard Ryle è stato il punto cardine grazie al quale è emersa una rete multinazionale di giornalisti pronti a indagare su questi paradisi fiscali. Giornalista investigativo e persona posata, Ryle ha lavorato 26 anni come articolista e redattore in Australia e Irlanda, trascorrendo molti anni al Sydney Morning Herald e all’Age.
Ryle ha rivelato alcune delle più grandi storie del giornalismo australiano, vincendo quattro prestigiosi Walkley Award tra cui il Gold Walkley, il più alto riconoscimento giornalistico australiano.

  

Gerard Ryle, direttore del Consorzio internazionale dei Giornalisti investigativi, parla dal suo ufficio di Washington, il 4 aprile 2016. (Jim Watson/AFP/Getty Images) 

Mentre lavorava al Sydney Morning Herald, una fonte ha riferito a Ryle che avrebbe ricevuto un pacco molto importante, al punto che gli avrebbe permesso di scrivere la storia più importante della sua carriera. Queste le parole di Gerard Ryle:

«Ricordo ancora il giorno in cui è arrivato; c’era solo la capo ufficio; l’ho semplicemente abbracciata e ringraziata e sono tornato nel mio ufficio. Ho aperto il pacchetto e c’era un disco rigido al suo interno».

In un primo momento Ryle non aveva idea di cosa avesse in mano, ma era chiaro che si trattava di un’enorme di mole di dati fatta di e-mail riservate, documenti e file provenienti dal mondo dell’offshore.
In mezzo al materiale sparso e disordinato, Ryle ha ricordato in seguito i pensieri di quel momento: «So che è una potenziale miniera d’oro, ma io in realtà non so cosa ho davanti, non sono sicuro di quanto sia importante».
Ryle sapeva che il materiale che aveva in mano erano informazioni segrete del mondo offshore, sapeva anche che era autentico e che il passo successivo era estrarre i dati per poi organizzarli. La possibilità di avere accesso alle risorse necessarie per questo tipo di operazione è divenuta realtà quando a Ryle è stato offerto il posto di capo del Consorzio internazionale dei Giornalisti investigativi a Washington. 

Fondato nel 1997, il Consorzio internazionale dei Giornalisti investigativi è stato lanciato come un progetto del Center for Public Integrity (un’organizzazione no-profit di giornalismo investigativo) per estendere il suo potere oltre i confini nazionali: indaga, infatti, su criminalità transfrontaliera, corruzione e responsabilità di esponenti al potere. 

LAVORO DI SQUADRA 

Ryle, avendo a disposizione le risorse del consorzio, ha iniziato quindi a coordinare uno sforzo internazionale per organizzare le informazioni su una piattaforma sicura ed efficiente, in modo che i giornalisti di tutto il mondo potessero analizzare e trovare grandi nomi e storie.

Nell’aprile 2013, a 24 ore dalla pubblicazione dei dettagli dei paradisi fiscali alle Isole Cayman, il Guardian aveva già pubblicato diversi articoli, con la collaborazione del Consorzio internazionale dei Giornalisti investigativi e l’impegno di media quali BBC nel Regno Unito, Le Monde in Francia, Süddeutsche Zeitung e Norddeutscher Rundfunk in Germania, Washington Post in Usa, Canadian Broadcasting Corporation e altri 31 media partner internazionali. 

Ottantasei giornalisti provenienti da 46 Paesi, secondo il Consorzio internazionale dei Giornalisti investigativi, avevano studiato sia dati sensibil ‘hi-tech’ che rapporti tradizionali per esaminare minuziosamente le e-mail e le scritture contabili degli ultimi 30 anni. Il Consorzio era così riuscito ad arrivare al presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, dopo aver scoperto che insieme ai suoi familiari era azionista di almeno quattro società offshore; in violazione della la legge azera, che proibisce ogni interesse in attività lucrative quando si ricopra una carica pubblica. 
Alla fine del settembre 2013, numerosi giornalisti di 190 Paesi avevano scritto un gran numero di articoli su personaggi di primo piano titolari di conti segreti all’estero. 

LA FUGA DI NOTIZIE SU HSBC 

A febbraio 2015 un gruppo di giornalisti di 45 nazioni hanno rivelato i conti bancari segreti di criminali, trafficanti, evasori fiscali, politici e celebrità. I documenti segreti svelavano, in base alle indagini del Consorzio internazionale dei Giornalisti investigativi, che il colosso bancario HSBC traeva profitto dal traffico di armi. I file, trapelati grazie a una banca privata svizzera di HSBC, rivelavano una serie di conti di deposito per un valore superiore a 88 miliardi di euro: una rara occasione di dare uno sguardo all’interno del sistema bancario svizzero, notoriamente supersegreto.
I documenti, ottenuti dal Consorzio internazionale dei Giornalisti investigativi attraverso il quotidiano francese Le Monde, mostravano come la banca privata avesse avuto a che fare con clienti che agivano in violazione della legge. 

Nel febbraio 2015, HSBC, dopo essere stata informata dell’effettiva entità dei risultati dell’inchiesta, ha rivolto una risposta conciliante al Consorzio internazionale dei Giornalisti investigativi: «Riconosciamo che la cultura di conformità e standard di due diligence della banca privata svizzera di HSBC, così come il settore in generale, fossero significativamente più bassi di quanto non siano oggi».

In seguito, sempre nel 2015, al Consorzio internazionale dei Giornalisti investigativi è stato dato accesso alla più grande banca dati di sempre: circa 11 milioni di documenti, riguardanti i conti bancari dei ricchi di tutto il mondo.
Da qui in poi seguiranno numerosi articoli dirompenti, che riempiranno i notiziari per mesi, forse anni. È la prova, se mai ce ne fosse bisogno, che i giornalisti investigativi hanno bisogno di informazioni consistenti per scrivere articoli importanti. 

Approfondimenti in lingua inglese:


Le opinioni espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

Paul Lashmar è docente di giornalismo presso l’Università del Sussex nel Regno Unito.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Conversation.
 
 

Articolo in inglese: ‘Panama Papers: Remarkable Global Media Operation Holds Rich and Powerful to Account

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