Giornalismo cinese, nuove tecnologie nuova censura

(Foto: FRED DUFOUR/AFP/Getty Images)

Malgrado il talento delle nuove generazioni di giornalisti e la radicale trasformazione dovuta alla tecnologia digitale, i mass media in Cina sono ancora rigidamente controllati e censurati dal regime comunista. Il giornalismo investigativo, spesso considerato la linfa vitale di una sana democrazia e di una società aperta, rimane perciò estremamente rischioso e prerogativa di pochi, in una nazione che – in quanto dittatura – ne avrebbe bisogno più di ogni altra.

«La linea dominante dei media cinesi è rimasta sostanzialmente la stessa dall’era di Mao – spiega Maria Repnikova, docente assistente di comunicazione globale all’università statale della Georgia – Non è cambiata, cioè, l’idea che i media dovrebbero essere al servizio degli interessi del Partito».

La Repnikova ha tenuto un discorso durante un evento del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali, ospitato a Washington il 29 gennaio 2018. Nel suo intervento ha spiegato come il Partito Comunista Cinese adatti ed evolva incessantemente i suoi meccanismi di manipolazione e propaganda per stare al passo con gli ultimi sviluppi della tecnologia e del mercato.

In modo simile a quanto successo in altri Paesi, negli ultimi anni i media della carta stampata tradizionale hanno subito un rapido declino in Cina, e i lettori si sono spostati verso le piattaforme digitali e i social media.
Ma il Pcc si è mosso rapidamente per acquisire il controllo delle nuove piattaforme, e quindi la radicale trasformazione dei media nell’era di internet non ha contribuito più di tanto a un’apertura o a una ‘liberalizzazione’ del panorama mediatico cinese. Con il suo controllo pressoché assoluto sui media digitali, il regime comunista continua infatti a intensificare e centralizzare la censura e la propaganda, imponendo e inculcando i propri dogmi ideologici nelle menti dei cinesi.

La Cina è al 176esimo posto su 180 Paesi, nella classifica mondiale del 2017 sulla libertà di stampa pubblicata da Giornalisti Senza Frontiere. Vari gruppi che osservano il fenomeno hanno documentato numerosi casi di censura e arresto di giornalisti, blogger e opinionisti dei social media cinesi. E questo è avvenuto ogniqualvolta sia stato superato il ‘limite’ previsto dalla censura mediatica del regime.
Il giornalismo investigativo – pratica molto rispettata in Occidente e spesso considerata alla base della professione – in Cina esiste solo in «determinate nicchie», sebbene non sia «completamento morto», spiega la Repnikova. E i giornalisti cinesi sono spesso costretti a una «cooperazione senza intoppi» con il Partito e a concentrare le loro inchieste sui funzionari che sono già sotto indagine da parte delle autorità e che stanno già per perdere il proprio potere: «Quindi invece di essere i primi a scoprire la questione, a fare lo scoop, sono quelli che aiutano il diffondersi dello scoop». Ma al quel punto, ovviamente, non esiste nessun vero ‘scoop’.
A volte persino i contenuti degli organi di propaganda del regime vengono bloccati, quando il Pcc decide di ridurre la visibilità di certi argomenti.

In risposta a una domanda da parte di un ex giornalista che ha lavorato in Cina, la Repnikova ha chiarito che ci sono certamente molti giornalisti cinesi che nel loro animo vorrebbero mettere la loro professione al servizio dell’interesse pubblico, e che non condividono l’idea che il Pcc ha della funzione del giornalista (ovvero quella di «aiutare lo Stato» nella sua propaganda). Ma finiscono al massimo per spingersi ai limiti di quanto consentito dai censori. E fanno così «non necessariamente perché credano o sostengano pienamente la collaborazione» con il governo, «ma perché si tratta di una decisione pragmatica, che prendono per poter sopravvivere all’interno del sistema».

Ma la censura del Partito Comunista Cinese non colpisce solo giornalisti e media locali: anche i corrispondenti stranieri in Cina riscontrano delle condizioni di lavoro sempre peggiori. E fra i colleghi corrispondenti dalla Cina, non sono pochi quelli che – secondo una relazione del Club dei Corrispondenti Stranieri in Cina del 2017 – hanno subito carcerazione, molestie e violenze di vario genere, pestaggi inclusi.

 

Articolo in inglese: A New Generation of Journalists in China Face the Same Censorship, Despite New Technology

Traduzione di Vincenzo Cassano

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