Le nuove fazioni nel conflitto economico europeo

(PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images)

Per gli osservatori della politica europea, non è stata una sorpresa vedere la Francia e la Germania prendere posizioni opposte, riguardo al nuovo accordo di salvataggio della Grecia raggiunto all’ultimo minuto a metà luglio. Per decenni, il motore franco-tedesco ha guidato la politica europea con distinte visioni in politica economica: Berlino chiede una maggiore disciplina fiscale e monetaria, mentre Parigi punta sull’usare la spesa pubblica per stimolare la crescita.

Questa situazione oggigiorno resta attuale. Tuttavia, è mutata la conifigurazione dei Paesi che sostengono le posizioni di Germania e Francia. L’Europa non è più divisa principalmente tra austeri nordisti e dissoluti sudisti. L’asse chiave che a oggi divide il continente è quello est-ovest: una curiosa alleanza tra i sostenitori del libero mercato nell’Europa occidentale e quelli negli ex Paesi comunisti.

I critici tendono a riferirsi ai Paesi economicamente deboli dell’Europa meridionale come ai Pigs: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Questi Paesi stanno ancora lottando contro gli ampi disavanzi di bilancio e una debole competitività. Tuttavia, i loro principali critici non sono tanto coloro che risiedono nell’Europa settentrionale, ma quelli dell’Europa orientale. La geografia dell’euro riveste un ruolo: molti Paesi dell’Europa settentrionale, come la Danimarca, il Regno Unito, la Norvegia e la Svezia, non utilizzano l’euro, per cui non sono stati coinvolti dai dibattiti su  come mantenere la Grecia nella zona della moneta unica.

Le radici della divisione tra est e ovest sono più profonde e derivano dalla dolorosa transizione dal comunismo dell’Europa centrale e orientale iniziata nel 1991, e dalle interpretazioni che questi Paesi hanno dei fattori che da allora guidano la crescita. Basterebbe chiedere a chi vive in Europa orientale, per capire che gli anni 90 sono stati un periodo spiacevole. Il crollo del comunismo di Stato ha lasciato una scia di distruzione e la transizione verso il capitalismo è stata caratterizzata da un alto tasso di disoccupazione, inflazione e da un diffuso timore dell’insicurezza economica.

Da allora, tuttavia, per la maggior parte dei Paesi dell’Europa orientale le cose sono cambiate. Dalla fine degli anni 90 e per tutto il primo decennio del 2000, i tassi di crescita del Pil nei Paesi come la Slovenia, la Slovacchia, l’Estonia e la Lettonia spesso sono stati molto superiori alla media degli Stati dell’Ue. Mentre le economie dell’Europa occidentale si sono mosse con passo pesante, quelle dell’Europa orientale hanno viaggiato spedite.

Durante la metà del primo decennio del 2000, i Paesi baltici e la Slovacchia sono persino riusciti ad annunciare tassi di crescita a doppia cifra in stile cinese, migliorando il tenore di vita delle loro popolazioni. Attualmente, le economie dei Paesi della regione rimangono di gran lunga più dinamiche rispetto a quelle dei loro pari occidentali. La Polonia, per fare un altro esempio, è stato uno dei pochi Paesi che non ha nemmeno sofferto la recessione nel 2008.

Quando si pensa alla crisi del debito dell’Europa in Grecia e altrove, la maggior parte degli europei orientali sottolineano le riforme intraprese negli anni 90. Il loro ragionamento è semplice. Negli anni 90, hanno intrapreso una decisa riforma economica – tra cui la privatizzazione, l’aumento dell’età pensionabile e la riduzione dei programmi sociali – al momento dolorosa, ma che tuttavia ha prodotto un profitto significativo. I greci, affermano gli orientali, necessitano di un trattamento simile. L’unico modo per raggiungere la crescita economica è attraverso una rigida riforma, sostengono gli ‘orientali’.

A prova del fatto che la Grecia dovrebbe accettare delle misure di austerità, gli europei orientali mettono in rilievo anche i propri risultati dopo la crisi del 2008. In risposta alla recessione, la Grecia ha speso pesantemente su misure anticicliche, accumulando nuovo debito sulle proprie obbligazioni già in crescita. Ciò che la Grecia avrebbe dovuto fare, sostengono gli orientali, è quello che la Lettonia ha fatto nel fronteggiare una simile situazione di deficit nel 2008: il governo di Riga ha adottato cadenzati tagli di bilancio, che hanno spinto l’economia in una recessione ancora più gravosa. Tuttavia la crisi della Lettonia è stata tanto breve quanto profonda. Ben presto, il bilancio del Paese era di nuovo in positivo e da allora la sua economia è cresciuta costantemente. La Lettonia è riuscita ad adottare l’Euro proprio mentre la Grecia stava considerando di tirarsi fuori dalla moneta unica. Per quei Paesi dell’Europa che restano indietro, gli orientali sollecitano un programma di pugno di ferro e rigide riforme.

I critici sostengono che questo racconto è troppo semplicistico e lo fanno per una ragione. Nel corso degli anni 90, i Paesi dell’Europa orientale hanno abbracciato riforme strutturali che hanno incrementato efficienza e produttività, e da allora hanno mantenuto i bilanci in pareggio. Tuttavia, l’Europa orientale ha anche beneficiato di un’ondata di aiuti da parte dell’Unione Europea, con una media di trecento euro a persona all’anno, destinati per aiutare a collegare le loro economie con quelle degli altri Paesi dell’Europa e per portare il livello di vita alla media europea. Allo stesso modo, alcune delle crescite economiche degli anni 90 dei Paesi dell’Europa orientale, potrebbero aver avuto più a che fare con la creazione di nuovi legami commerciali con la Germania, piuttosto che con riforme strutturali interne.

È inoltre discutibile il fatto che gli ordinamenti sociali dell’Europa orientale e meridionale siano sufficientemente simili da supporre che le politiche che funzionano in una regione siano trasferibili ad altre. L’Europa orientale, per esempio, generalmente scarseggia di forti movimenti operai. Molte delle sue riforme strutturali più controverse, tra cui la chiusura delle fabbriche e i tagli alle pensioni, hanno avuto luogo subito dopo il crollo dei regimi comunisti alla fine degli anni 80. I leader politici potrebbero credibilmente descrivere le riforme dolorose, come necessarie per superare l’eredità comunista.

Nell’Europa meridionale i sindacati sono relativamente forti, il che rende difficile il recupero della competitività attraverso la riduzione dei salari. Poiché nell’Europa meridionale i salari sono più alti rispetto a quelli dell’Europa orientale, si ha una minore capacità di attrarre investimenti offrendo ai produttori e alle aziende appaltatrici un basso costo della manodopera. Nel frattempo, la regione soffre anche dal lascito finanziario della generazione precedente. Quando corso degli anni 70 e 80, la Grecia, la Spagna e il Portogallo stavano passando dal regime militare alla democrazia, la spesa in disavanzo è stata utilizzata come mezzo per ‘comprare’ la pace sociale attraverso la spesa pubblica. Parte di questo onere del debito di questi Paesi, è costituito dall’eredità di questa transizione verso la democrazia. Gran parte degli Stati dell’Europa orientale, al contrario, hanno beneficiato, con il crollo dei regimi comunisti, dell’estinzione del debito.

Forse il divario più significativo tra Europa orientale e occidentale è quello politico. In tutta l’Europa, sono pochi gli elettori a essere entusiasti riguardo al salvataggio del governo della Grecia. In molti Paesi, i critici del salvataggio hanno evidenziato ciò che descrivono come delle disposizioni comunitarie eccessivamente generose per la Grecia. L’infelicità degli europei occidentali riguardo allo stato di bisogno della Grecia, tuttavia, è mitigata dalla paura che le loro costose condizioni sociali possano un giorno dover affrontare un destino simile. Questo non è vero solo per l’Europa meridionale. Paesi come la Francia e il Belgio hanno rapporti tra il debito pubblico e il Pil relativamente alti. In Belgio, il rapporto tra il debito e il Pil è superiore a quello della Spagna – un fatto che ha portato molti a prevedere nei primi giorni della crisi dell’Eurozona, che il Belgio, dal momento che presentava la stessa condizione dei Paesi dell’Europa meridionale più indebitati, potrebbe ritrovarsi in una situazione simile. Gli elettori belgi e francesi, di conseguenza, sono stati molto più comprensivi della situazione in cui versa la Grecia.

Nell’Europa orientale, c’è molta meno indulgenza. In questi Paesi, dal momento che i redditi medi nell’Europa orientale sono inferiori a quelli della Grecia, le critiche sul fatto che il governo di quest’ultima sia troppo generoso, sono di gran lunga più forti. Secondo i dati della Banca Mondiale, il Pil pro capite in Grecia nel 2014 è stato circa 18.700 euro, contro i 16.950 euro circa in Estonia, i 16 mila euro circa in Slovacchia e i 14.250 euro circa in Lettonia.
In altre parole, ricercando un piano di salvataggio nei Paesi dell’Eurozona, la Grecia sta chiedendo aiuto ai più poveri Stati vicini. Inutile dire che molti cittadini dell’Europa orientale si chiedono il perché Grecia meriti un piano di salvataggio, quando alcuni greci vivono meglio di quanto non vivano loro.

Nel mese di agosto, il direttore operativo del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha dichiarato che vede il debito della Grecia come «insostenibile e che la Grecia non può ripristinare la sostenibilità del debito unicamente attraverso azioni di sua iniziativa». Ha esortato i partner europei della Grecia a impegnarsi nel provvedere a una «significativa riduzione del debito».

Il nuovo divario economico dell’Europa è improbabile che possa scomparire presto: è spinto in parte da differenti ideologie, tuttavia le spaccature chiave sono strutturali. I Paesi orientali e occidentali dell’Europa hanno economie e storie divergenti. Dal momento che l’Europa sta avviandosi ad affrontare la prossima fase della sua crisi del debito senza fine, il divario tra est e ovest rivestirà un ruolo sempre più importante.

 

Chris Miller è direttore associato del Grand Strategy Program dell’Università di Yale e ricercatore presso il Foreign Policy Research Institute. Attualmente sta ultimando un saggio sulle relazioni russo-cinesi. Copyright © 2015 YaleGlobal e MacMillan Center. Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su YaleGlobal.yale.edu.

I punti di vista espressi in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non rispecchiano necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

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