Non dimenticare Cuba

14 agosto 2015 a L’Avana, Cuba (Chip Somodevilla/Getty Images)

di Daniel Lacalle*

È facile dimenticarsi di Cuba: sta lì e ormai non dà fastidio a nessuno. Ma questa isola caraibica è ancora il miglior esempio del perché il comunismo non funzioni e non funzionerà mai.

Un consorzio internazionale di recente ha dovuto salvare Cuba cancellando alcuni dei suoi debiti ed eseguendo un bail out con una linea di credito di 9 miliardi e 600 milioni di dollari. La cancellazione del debito del regime da parte di alcuni Paesi, tuttavia, non ha aiutato la promozione di libertà e democrazia, ma ha invece permesso alla dittatura di perpretrarsi.

La grande menzogna del regime comunista e dei suoi sostenitori, usata per giustificare la miseria in cui hanno portato il Paese negli ultimi cinquant’anni, è l’esistenza di un embargo commerciale, che in realtà non c’è.

Cuba ha più di 27 trattati bilaterali con 90 Paesi. Le esportazioni del Paese, secondo la Banca Mondiale, hanno raggiunto il 17,15 per cento del suo Pil nel 2015. E gli Stati Uniti sono tra i maggiori partner commerciali di Cuba, con 180 milioni in scambi commerciali nel 2015. La Spagna è il più grande investitore a Cuba e il terzo partner commerciale. Tradotto: se ci fosse un vero blocco, non ci sarebbe nessun grande scambio.

UN ENORME SPRECO

Il regime dei Castro ha dilapidato gli aiuti da parte dell’Unione Sovietica tra il 1960 e il 1990. Si è trattato di aiuti di un ammontare equivalente a cinque piani Marshall, nonostante i quali Cuba non è riuscita a migliorare la propria crescita economica o la propria produttività. Tra il 1960 e il 1990, Cuba ha infatti ricevuto l’equivalente di oltre 65 miliardi di dollari dall’Unione Sovietica, senza contare i fondi ricevuti da altri Paesi socialisti.
Cuba ha ricevuto sovvenzioni anche dal Venezuela – che a sua volta riceve miliardi dalla Cina – che hanno coperto il 70 per cento dei consumi del Paese, oltre alle centinaia di milioni di dollari donati da diverse organizzazioni internazionali.

Nonostante questi fiumi di denaro, la classifica di Nationmaster, che mette a confronto gli stipendi medi dei Paesi del mondo, vede Cuba all’ultimo posto (il 176esimo), con uno stipendio medio di 25,05 dollari (20,53 euro) al mese nel 2014.

Il 70 per cento della popolazione cubana – secondo El Diario de Cuba e Infobae –deve affrontare la carenza dei prodotti di prima necessità. Questi dati fanno perdere validità alla retorica della propaganda secondo cui non ci sarebbe alcuna malnutrizione: quasi tutti i cubani soffrono di una situazione di privazioni a livello economico, di un tipo o di un altro.

Chiunque si rechi a Cuba può constatare di persona che la tanto proclamata «inesistenza della malnutrizione infantile» è falsa, visto che – ad esempio – il regime locale utilizza ancora le tessere alimentari, uno dei massimi sintomi della miseria di una popolazione.

L’Unicef afferma solo che il numero di bambini sottopeso è stato ridotto al 4 per cento, che comunque è una percentuale alta, rispetto ad altri Paesi sviluppati. In più, Cuba ha «il più costoso servizio sanitario gratuito al mondo», come qualcuno ha spiegato al sottoscritto a L’Avana.
Il mito della qualità e dell’universalità delle cure sanitarie è stato infatti smontato in diverse occasioni. María Werlau, dell’Ong Cuba Archive per esempio spiega: «La sanità a Cuba è davvero pessima, per il cittadino ordinario. C’è uno stato di apartheid che favorisce l’elite governativa e gli stranieri che pagano in dollari».

Non resta che concludere, quindi, che l’unico modo con il quale Cuba possa raggiungere il livello di altri Paesi in via di sviluppo, è di liberarsi del comunismo.

 

* Daniel Lacalle è capo economista presso il fondo speculativo Tressis ed è l’autore di Escape From the Central Bank Trap, pubblicato da Bep.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: Do Not Forget Cuba

Traduzione di Vincenzo Cassano

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