Negoziati Usa-Cina, l’America ha il coltello dalla parte del manico

L’arrivo del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump (ds) e della first lady Melania Trump a Pechino, Cina, 8 novembre 2017. (Thomas Peter – Pool/ Getty Images)

Al di là delle firme e delle strette di mano del presidente americano Donald Trump in Cina, tra i due Paesi esistono conflitti che non potranno essere risolti con una vittoria di entrambe le parti.

I ventinove leader del mondo degli affari americani che hanno accompagnato Trump nel suo viaggio a Pechino, si sono goduti la piacevole atmosfera in cui Trump e il leader cinese Xi Jinping si sono incontrati e hanno firmato degli accordi commerciali pre-negoziati per un valore di 250 miliardi di dollari.
Ma l’aspetto positivo del viaggio sono stati in realtà gli incontri faccia a faccia tra Trump e Xi: le riunioni hanno permesso ai due leader di conoscere meglio le rispettive intenzioni, per evitare futuri errori di valutazione sulle questioni che dividono le due nazioni.

La visita in Cina è avvenuta a metà del viaggio di due settimane del presidente Usa in Asia orientale le cui prime tappe sono state il Giappone e la Corea del Sud e è proseguito col Vietnam e le Filippine.

Un alto funzionario dell’amministrazione statunitense il 5 novembre ha dichiarato ai giornalisti in Giappone che questo viaggio in Asia ha tre obiettivi fondamentali: rafforzare la determinazione internazionale a denuclearizzare la Corea del Nord, promuovere una regione indo-pacifica libera e aperta, e favorire l’economia americana.
E la cooperazione della Cina è fondamentale per conseguire tutti e tre gli obiettivi, ma per ognuno di questi punti gli Stati Uniti e la Cina hanno aspirazioni molto diverse.

COREA DEL NORD

Trump ha compiuto più progressi di qualunque altro presidente americano nell’ottenere che la Cina sostenesse e applicasse sanzioni contro la Corea del Nord. Ma le due nazioni continuano ad avere punti di vista opposti sulla questione e su come andrebbe risolta.

La priorità del regime cinese è infatti impedire un intervento armato nella penisola coreana e che gli Stati Uniti cessino le minacce belliche; ma questo lascerebbe di fatto la Corea del Nord libera di portare avanti il suo programma di armamento nucleare.
Pechino vuole poi fermare la costruzione di ulteriori siti contraerei e radar degli Stati Uniti nel territorio della Corea del Sud, e prevenire un’alleanza militare trilaterale tra Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti.

I soldati nordcoreani guardano verso la Corea del Sud nel ‘villaggio della tregua’ di Panmunjom nella zona demilitarizzata, 27 ottobre 2017, Panmunjom, Corea del Sud (Jeon Heon-Kyun-Pool/Getty Images).

Pechino ha ottenuto una vittoria su questi due fronti la scorsa settimana, quando Xi è riuscito a sbloccare lo stallo diplomatico che durava da oltre un anno con la Corea del Sud. Il leader cinese ha infatti persuaso il presidente sud coreano Moon Jae-in ad accettare i suoi ‘tre no’: nessun ulteriore Thaad, nessuna alleanza militare trilaterale e nessuna partecipazione a una difesa missilistica coordinata.

Il regime comunista cinese vorrebbe preservare la Corea del Nord come Stato cuscinetto tra il proprio territorio e quello della Corea del Sud, che è un alleato storico degli Usa.
Gli Stati Uniti vogliono invece che il Nord venga assorbito dal democratico e prospero Sud.

Ma sebbene gli interessi geopolitici siano cosi diversi, può darsi che in questo speciale momento storico le due super-potenze siano costrette a collaborare per risolvere la crisi nord coreana.
Per decenni, infatti, il regime cinese ha incentivato lo sviluppo militare della Corea del Nord, incluso il suo programma missilistico e nucleare. Ma, secondo un alto funzionario dell’amministrazione americana, gli Stati Uniti ritengono che la Cina attualmente percepisca la Corea del Nord come un ostacolo per il suo sviluppo economico e politico.

Trump ha chiesto a Xi di andare oltre le sanzioni approvate dall’Onu, di tagliare ogni rapporto finanziario e commerciale con il regime nordcoreano e di privare la Corea del Nord di ogni mezzo di sostentamento.

IL MAR CINESE MERIDIONALE

Un altro terreno di scontro è il Mar Cinese Meridionale, poiché il regime cinese rivendica da tempo diritti storici su un enorme area di oceano che comprende parte delle aree economiche esclusive del Brunei, dell’Indonesia, della Malasyia, delle Filippine, di Taiwan e del Vietnam.

Uno degli obbiettivi principali dell’amministrazione Trump in Asia, è che la regione Indo-pacifica continui ad avere un mercato aperto, e che la navigazione delle acque internazionali sia libera. Questo è un punto cruciale per le nazioni che si affacciano sul mare e per altre nazioni che commerciano in queste regioni, inclusi gli Stati Uniti.

Le rivendicazioni espansionistiche della Cina nel Mar Cinese Meridionale, mostrate in rosso, hanno reso inquiete le nazioni della regione e minacciano la libertà di navigazione degli Stati Uniti. (Wikimedia Commons)

Una fonte interna al governo americano ha affermato: «Gli Stati Uniti sono una potenza indo-pacifica, lo siamo sin dalla fondazione della nostra Repubblica. La nostra sicurezza e prosperità dipendono dal fatto che gli Stati Uniti possano condurre liberamente i propri commerci nella regione».
Quindi gli Stati Uniti intendono preservare la libertà di navigazione, mentre la Cina spera di diventare la potenza predominante della regione Asia-Pacifico.
Tuttavia questo progetto, e l’intera economia cinese, hanno bisogno di un flusso costante di dollari Usa.

IL BENESSERE DEGLI STATI UNITI

Secondo gli esperti, gli Stati Uniti possono esercitare una grande influenza per conseguire il terzo obbiettivo del viaggio di Trump: favorire lo sviluppo dell’economia americana. Allo stesso tempo questo è il punto che più di ogni altro porta a galla le contrapposizioni tra le due nazioni.

In superficie Trump e Xi hanno siglato accordi commerciali dando l’impressione che ci sia una forte cooperazione tra i due giganti economici. In realtà secondo Derek Scissors, analista dell’American Enterprise Institute, gli Stati Uniti devono rendersi conto che una Cina comunista non potrà mai essere un alleato :«Fondamentalmente siamo in conflitto con la Cina ed è necessario esserne coscienti». Ed è fuori discussione come la crescita economica della Cina sia stata alimentata con politiche che mettono a repentaglio la competitività economica degli Usa, come violazioni dei trattati economici internazionali, furti di proprietà intellettuale e tenendo chiuso il mercato interno o comunque ostacolando le importazioni dagli Usa.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la first lady Melania Trump e il presidente cinese Xi Jinping durante la visita al laboratorio scientifico per la conservazione della Città Proibita di Pechino, 8 novembre 2017 (ANDY WONG/AFP/AFP/Getty Images).

Ma come hanno reagito gli Stati Uniti sinora? In maniera decisamente patetica, secondo Scissors. È infatti opinione comune che gli Stati Uniti stiano chiudendo un occhio sulle questioni commerciali per ottenere il sostegno del regime cinese contro la Corea del Nord, ma questo non è esattamente in linea con quello che ha dichiarato l’amministrazione Trump prima del vertice di Pechino: «Non penso che scenderemo a compromessi», ha detto l’alto funzionario dell’amministrazione Usa. «Il governo non ha alcuna intenzione di barattare i nostri interessi commerciali per costringere la Cina a fare quello che il mondo intero, chi più chi meno, le sta dicendo di fare: contenere e affrontare la minaccia della Corea del Nord».

Secondo Gordon Chang, autore del libro The Coming Collapse of China, gli Stati Uniti godono di una posizione dominante nei negoziati con la Cina grazie alla propria predominanza economica e  finanziaria, da cui la Cina è fortemente dipendente.

Il giorno prima che Trump partisse per il suo viaggio in Asia, gli Stati Uniti hanno bandito la Banca Cinese di Dandong dal sistema finanziario americano perché stava riciclando denaro per conto della Corea del Nord. Questo è stato percepito da più parti come un segnale diretto al regime cinese, atto a far capire che deve collaborare sulla questione della Corea del Nord e a ricordare quanto sia vulnerabile il sistema finanziario cinese.
Per Gordon Chang, infatti, «se si mettono fuori gioco le banche cinesi [in Usa, ndr] l’intero sistema finanziario cinese va in crisi».
Scissors dal canto suo ha dichiarato che, senza la disponibilità di dollari Usa, la Cina non potrebbe concludere le transazioni internazionali per comprare petrolio e altre materie prime fondamentali.

IL RIEQUILIBRIO LA BILANCIA COMMERCIALE

Secondo Derek Scissors la promessa di Trump di riequilibrare le condizioni commerciali tra gli Usa e la Cina è una seria minaccia per il regime cinese. L’analista dell’American Enterprise Institute ha delineato due opzioni per ottenere un bilanciamento: sanzionare le imprese cinesi o istituire i ‘certificati di importazione’.

Scissor afferma che per essere efficaci le sanzioni dovrebbero comprendere interi settori dell’economia cinese, ad esempio tutte le società di telecomunicazioni e potrebbero anche dover andare oltre: «Se venissero sanzionati più settori, il risultato sarebbe veramente ‘doloroso’».

L’opzione più devastante sarebbe quella di riequilibrare rapidamente gli scambi attraverso i certificati di importazione, un sistema proposto nel 2003 dall’investitore Warren Buffett: per ogni prodotto esportato da un’industria verrebbe emesso un certificato che la autorizza a importare un valore equivalente di merci in dollari; sarebbe anche possibile vendere i certificati a chi avesse bisogno di importare merci.

La politica potrebbe riequilibrare rapidamente il deficit degli Stati Uniti con la Cina, che nel 2016 ha rappresentato quasi la metà dei 737 miliardi di dollari del disavanzo commerciale totale degli Stati Uniti. E, effetto collaterale non poco, dissolverebbe rapidamente le riserve di dollari della Cina.

Scissors ritiene che «i cinesi attualmente non possono permettersi un simile scenario […] Il regime potrebbe colpire diverse grandi aziende americane e probabilmente intaccare il mercato azionario americano. Ma non riuscirebbe a destabilizzare il sistema finanziario statunitense nello stesso modo in cui gli Stati Uniti potrebbero farlo con quello cinese».

Gordon Chang aggiunge che «se si spinge l’economia cinese verso il baratro, il sistema politico cinese farà la stessa fine. Perciò il presidente Trump ha il potere di mettere Xi Jinping fuori gioco». Ma, per ora, questa è un’eventualità estremamente improbabile.

 

Articolo in inglese: Behind Negotiations With China Lies Fundamental Conflict

Traduzione di Marco D’Ippolito

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