Nazionalismi incrociati nel Mare Cinese Meridionale

Veduta aerea di Scarborough Shoal (foto: pubblico dominio)

Per oltre due anni l’Occidente e gli Stati Uniti sono stati impegnati nel tenere a bada il ‘lupo davanti alla porta’ e non hanno fatto caso al ‘cucciolo che guaiva sul retro’: mentre hanno cercato di contenere l’espansionismo russo in Georgia, in Crimea, in Ucraina e di far fronte alla situazione in Siria e al governo di Assad, hanno completamente ignorato i conflitti territoriali nel Mar Cinese Meridionale, pensando che potessero essere risolti con tribunali e diplomazia, nella speranza che Pechino ‘giocasse pulito’.

Di conseguenza, dopo un infinito tira e molla tra Stati Uniti, Unione Europea e Nato, il progetto di impiegare le truppe della Nato in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia ha convinto Mosca che non era scontata un’influenza delle truppe separatiste ucraine nei confronti di questi membri della Nato.
Guardando anche la situazione in Siria, è stata implicitamente accettata la sopravvivenza di Assad; e, più esplicitamente, la Nato e l’Occidente hanno collaborato con la Russia per distruggere gli Stati islamici dell’Isil/Isis/Is/Daesh ascoltando a malapena il flebile appello al rispetto dei diritti umani lanciato da Damasco.

Tuttavia ora le piccole questioni sulla giurisdizione marittima nel Mar Cinese Meridionale, non sono più come ‘un piccolo cucciolo di pechinese uggiolante’, ma un ‘pit bull ringhioso’: potenzialmente così rischiose, da poter scombussolare tutti gli assetti di quella regione.

Con tutto il rispetto per la situazione, in realtà, la questione del Mar Cinese Meridionale è molto semplice: Pechino, attraverso la sua politica chiamata ‘Nove tratti di confine’, ha rivendicato la sovranità territoriale su quasi tutte le isole, barriere coralline e scogliere dell’area, anche se alcune di esse sono a migliaia di chilometri dal continente, e ha costruito supporti logistico- militari in alcune isole per dare più forza alle sue rivendicazioni. Anche altri Stati come le Filippine, il Brunei, la Malesia, il Vietnam e Taiwan stanno lottando per veder riconosciuta la loro sovranità nella stessa area di mare.

Dopo l’appropriazione nel 2013 dell’arcipelago delle Scarborough Shoal, un gruppo di isole sommerse di Barriere coralline e scogli non lontano da Luzon (isola delle Filippine ), le Filippine hanno presentato il caso al Tribunale Arbitrale della Corte dell’Aja. Il 12 luglio la corte ha sentenziato a favore delle Filippine e ha respinto le rivendicazioni di Pechino: in breve ha negato la pretesa di Pechino di un’appartenenza storica del territorio alla Cina, negando perciò anche il diritto da quest’ultima arrogatosi di costruire isole artificiali con punti logistici di natura militare con l’obiettivo di legittimarne il possesso.

Pechino non ha gradito il giudizio, anzi ha negato la legittimità della Corte e ha rifiutato di accettare il suo verdetto. Tanto più che, in questo momento, l’enfasi che il regime cinese sta dando al tema del ricostruire l’orgoglio nazione in quelle aree in cui precedentemente la sua debolezza era stata sfruttata dall’Occidente, renderà la sentenza della corte di fatto inattuabile. 

È importante per gli osservatori occidentali, abituati a gestire situazioni simili con l’arbitrato, il negoziato, la conciliazione, il compromesso eccetera, comprendere l’intransigenza della posizione cinese: fin da bambini, nelle scuole, viene insegnato che quell’area è cinese di diritto, e che tale proprietà è stata persa durante un periodo di debolezza del Paese; perciò la sua riconquista è un obbiettivo esistenziale

E anche Taiwan rifiuta la sentenza della Corte dell’Aja, e rivendica diritti su quell’area marittima, adducendo le stesse motivazioni storiche che sostengono che quell’area sia sempre stata territorio cinese. 

Inoltre è altamente verosimile che Pechino, memore del passato, tratti la Corte con lo stesso atteggiamento con cui l’Occidente ha trattato un secolo fa gli affari cinesi: con poca considerazione e come fossero i giochetti di un piccolo imbroglione; potrebbero pensare infatti che Washington sosterrà l’egemonia del giapponese in altre aree del Pacifico trovando un compromesso molto più problematico.

Ma ‘l’imbroglio del Mar Cinese Meridionale è simile a quello del Tibet: a dispetto delle argomentazioni che fin dagli anni ’50 supportavano l’indipendenza del Tibet, quest’ultimo libero non lo è stato mai, né mai lo sarà: ancora una volta, fin da bambini i cinesi vengono educati nella scuole a considerare il Tibet parte della Cina senza discussioni o dubbi.

Perciò, sebbene la sentenza della corte sia vincolante, non esistendo un meccanismo di coercizione e non esistendo una flotta navale che possa cambiare lo statu quo (a beneficio degli altri Stati che rivendicano il loro diritto) l’applicazione della sentenza rimane del tutto ipotetica. Difatti immediatamente dopo il pronunciamento della Corte, Pechino ha fatto intendere che potrebbe stabilire una Zona di identificazione Aerea di sicurezza, in cui ogni velivolo straniero dovrà identificarsi chiedendo il permesso a Pechino. In proposito, un alto ufficiale della Air Force ha affermato che gli Stati Uniti ignoreranno quella zona.

Ora la marina Usa ha schierato un secondo gruppo di portaerei nella regione e il capo delle operazioni militari degli Stati Uniti, il 18 luglio aveva in programma di incontrare il capo di stato maggiore della marina cinese, sperando di trovare un modus vivendi che riduca le tensioni.

Tuttavia ci sono in gioco molti, troppi, nazionalismi: Filippine, Taiwan, Vietnam, Malesia hanno tutti in comune dei diritti sulla zona, che è ricca di risorse sottomarine e ittiche.
Ognuno di questi Stati si potrebbe sentire giustificato, dalla sentenza della Corte, che ha tolto legittimità alle rivendicazioni cinesi, di intraprendere un’azione aggressiva contro la Cina; e, sebbene l’affermazione del nuovo presidente delle Filippine Rodrigo Duterte di andare con un acqua-scooter a piantare una bandiera nazionale nelle isole Scarborough Shoal, sia probabilmente una spacconata, gli interessi in gioco di così tante parti potrebbero portare a gravi errori di valutazione.


David T. Jones, autore dell’articolo, è un ufficiale del Servizi Esteri del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti in pensione; ha pubblicato diverse centinaia di libri, articoli, interviste e recensioni sui rapporti bilaterali Usa – Canada per una politica estera comune. Durante la sua trentennale carriera si è concentrato sui problemi politico-militari, servendo e consigliando sotto due mandati del capo dell’esercito. 

Tra i suoi libri si annovera l’importante titoli:’Alternative North Americas: What Canada and the United States Can Learn From Each Other’ [un Nord America alternativo:cosa Canada e Stati Uniti possono imparare l’uno dall’altro, ndt].

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times

 

Articolo in inglese: Navigating the Tempest in the South China Sea

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