Muore Biscardi, il ‘Processo’ è finito

Il lunedì non sarà più lo stesso per tutti gli amanti del calcio giocato, ma anche parlato, chiacchierato. L’8 ottobre, a quasi 87 anni, se ne va Aldo Biscardi, la figura che ha cambiato il modo di vedere lo sport più amato dagli italiani.

Nel 1979, il noto giornalista di Larino (provincia di Campobasso) e conduttore televisivo, crea infatti la storica trasmissione Il Processo del lunedì, della quale diventa conduttore nel 1983 su Raitre: un nuovo format televisivo, trasposizione delle discussioni post-partita da bar, tra amici, sullo schermo di casa, dove potevano intervenire da ogni città d’Italia, tifosi e personaggi importanti del mondo sportivo e non solo. «Diceva “non accavallatevi” e con le mani, non inquadrate, ci invitava a parlarci sopra. “Non più di cinque per volta”», ricorda così in un tweet i momenti del processo, l’ex caporedattore del Corriere dello Sport, Ivan Zazzaroni.

Nel 1993 a seguito di diverse polemiche lascia la Rai, dopo esservi entrato come caporedattore nel 1979, e la sua trasmissione approda prima su Tele +, per poi passare nel 1996 su Tele Montecarlo (dal 2001 diventato La7).

Nel 2006 poi, viene coinvolto anche lui nello scandalo Calciopoli anche se non penalmente, e nello stesso anno viene quindi sospeso dall’Ordine dei giornalisti. Sempre dal 2006, la sua trasmissione si trasferisce quindi su 7Gold, per poi passare a T9, e nel 2015, anno della sua ultima edizione, su Sport1.

Il Processo di Biscardi è stata una delle trasmissioni più longeve della storia della televisione italiana, e uno dei format più replicati. Aldo Biscardi ci lascia proprio nell’anno dell’introduzione della Var, quella moviola in campo per la quale aveva sempre combattuto affinché venisse introdotta nel mondo del suo sport preferito.

Enrico Varriale, conduttore del Processo del Lunedì sulla Rai, lo ricorda così: «Sono molto addolorato, – commenta Varriale a Gazzetta.it – è stato lui a permettermi di affacciarmi alla ribalta nazionale. Credeva nei giovani e li lanciava, mi affidò la nazionale nel ’90. Come giornalista ha creato un genere, che vanta più tentativi di imitazione della settimana enigmistica. Quando arrivai a Roma Rai le trasmissioni sportive erano molto impostate. Lui ebbe la grande intuizione di portare i commenti caldi di tifosi alti e bassi abbinandoli a un fiuto per la notizia che ne faceva giornalista di razza. Finché è stato in Rai è stato straordinario, i suoi Processi ai Mondiali nel 1990 facevano più share della partita stessa. Poi è diventato più personaggio e ha dovuto mantenere livello di ascolti: per questo ha dovuto esagerare con scoop e quant’altro. Ma resta uno che ha creato un genere vero e proprio. Aveva un grande senso dell’ironia, soprattutto su di sé. Sapeva scherzare sui suoi difetti».

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