Mercedes, Delta, Placebo, Marriott, Zara, Dalai Lama… Pechino contro tutti

Il Dalai Lama a Bangalore, India del Sud, 24 dicembre 2017 (MANJUNATH KIRAN/AFP/Getty Images)

La Mercedes-Benz, citando il Dalai Lama su Instagram, ha scatenato una tempesta in Cina: dopo Marriott, Zara e Muji, è l’ultima società straniera in ordine di tempo, a subire gli strali di Pechino, per aver toccato nervi scoperti della dittatura comunista cinese, quali Tibet, Hong Kong e Taiwan.

Al centro di questa nuova polemica, un annuncio pubblicitario apparentemente innocuo, che il costruttore di automobili tedesco ha pubblicato lunedì su Instagram, con l’immagine di una lussuosa berlina in riva al mare. Il messaggio recitava: «Guarda una situazione da ogni angolazione, diventerai più aperto!», riferendosi esplicitamente a una massima del Dalai Lama, capo spirituale tibetano in esilio dal 1959 a seguito dell’invasione cinese del Tibet.   

Contemporaneamente all’immancabile censura imposta a Instagram in Cina, il messaggio ha subito scatenato reazioni furiose, dai toni ultranazionalisti, sui social media di regime cinesi.

Il Dalai Lama, premio Nobel per la Pace, costretto a rifugiarsi in India, è la ‘bestia nera’ di Pechino che lo critica aspramente, definendolo «lupo travestito da agnello» e «separatista», nonostante il capo spirituale del buddismo tibetano assicuri di chiedere alla Cina unicamente più autonomia per il Tibet.

Di fronte alle polemiche, la Mercedes ha prontamente ritirato il messaggio e martedì ha presentato le proprie scuse sul sito cinese Weibo: «siamo consapevoli di aver ferito i sentimenti del popolo cinese […] profondamente dispiaciuti […] per aver pubblicato informazioni estremamente scorrette […] e determinati ad approfondire la conoscenza della cultura cinese». 

Non c’è da sorprendersi: la Mercedes-Benz non può permettersi di inimicarsi il regime di Pechino, visto che la Cina è suo primo mercato (le vendite dello scorso anno sono salite del 26 percento rispetto all’anno prima).

Ma nonostante le scuse, l’azienda tedesca è stata ancora oggetto di un editoriale al vetriolo del Quotidiano del Popolo, altro organo di propaganda del Pcc: «Mercedes-Benz, vi siete fatti nemico il popolo cinese!»; l’articolo continua con un’invettiva contro le imprese straniere, accusate di «ricavare oro» dalla Cina senza rispettarne il popolo.

Da diverse settimane, aziende occidentali sono sotto attacco a causa della loro scarsa dimostrazione di aderenza ai diktat del Partito Comunista Cinese. Non solo: anche gli artisti sanno da parecchio tempo quanto costi varcare la linea rossa. Il gruppo rock inglese Placebo, lo scorso anno ha dichiarato di essere stato «bandito a vita» in Cina, per aver pubblicato su Instagram una foto del Dalai Lama.

A metà gennaio, le autorità di Shanghai hanno bloccato temporaneamente il sito degli hotel Marriott, in cui si descriveva il Tibet come un Paese autonomo. Anche Marriott ha fatto ammenda: ma, prima di aggravare ulteriormente la propria situazione, uno dei suoi account Twitter all’estero, aveva approvato il post di un’organizzazione che sostiene l’indipendenza del Tibet, cosa che gli ha attirato nuove rimostranze. 

Non solo: la spagnola Zara e l’americana Delta Airlines, in gennaio sono state elegantemente bacchettate, per aver ‘descritto male’ sui loro siti Hong Kong e Taiwan, inserite nella lista dei «Paesi», come se fossero Stati indipendenti. E anche la marca giapponese di oggetti d’interni e abiti Muji è stata violentemente criticata, perché in un suo catalogo compariva una carta della Cina mancante di un arcipelago, oggetto di una feroce disputa tra Tokio e Pechino. Il ministero degli Esteri cinese avrebbe poi ordinato di «strappare» le «carte sbagliate». Tokio ha reagito presentando una protesta ufficiale a Pechino.

 

Articolo in francese: Mercedes et le dalaï lama : Pékin s’attaque aux entreprises

Traduzione di Francesca Saba

 

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