Venezuela, è sempre più dittatura Maduro

Gli attivisti dell’opposizione protestano a Caracas il 12 agosto 2017. (RONALDO SCHEMIDT / AFP / Getty Images)

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro prosegue la sua offensiva politica in direzione dittatoriale, rifiutandosi di riconoscere il Parlamento venezuelano (l’Assemblea Nazionale, An), legittimamente eletto alla fine del 2015 con una maggioranza di opposizione.

Sul sito web della presidenza venezuelana, Maduro ha dichiarato, il giorno dopo la consultazione elettorale del 30 luglio per l’Assemblea Nazionale Costituente (Anc), che il popolo venezuelano si è recato «in massa a votare, per contrastare le azioni violente causate dalla destra».

Nonostante il popolo, nel recente referendum popolare del 16 luglio, si fosse schierato contro la Costituente, gli eletti dell’Anc potranno stilare una nuova costituzione e questo permetterà loro di perpetuare il regime socialista rivoluzionario in Venezuela, considerato da molti già una vera e propria dittatura.

Il deputato Julio Borges, presidente dell’Assemblea Nazionale, ribadisce come Maduro stia andando contro la legge nel proclamare una nuova costituzione e afferma che il 30 luglio i seggi erano «deserti».

Il presidente Maduro e il Comitato elettorale statale si sono autoproclamati vincitori con 8.089.000 voti, su un totale di circa 20 milioni di aventi diritto. Per l’An in realtà «il grande sconfitto» è Maduro, che ha ottenuto solamente 2.483.000 voti: il 12,3 per cento, un numero insufficiente per poter definire la votazione ‘legale’ e accettare quindi la proposta di un cambiamento della Costituzione.

Maduro assicura che il suo sistema di voto elettronico sia infallibile, tuttavia, non sono mancati attimi di imbarazzo quando al momento del voto del presidente in diretta Tv, la sua carta di identità non è stata riconosciuta dal sistema di controllo elettronico, che l’ha letta come «inesistente o annullata». Questo potrebbe spiegare anche la discordanza esistente sul numero totale dei voti.

Ma quello che più continua a preoccupare in Venezuela (e che va oltre la polemica sui voti e la crisi politica, economica e alimentare) è l’uso della violenza. L’emittente France 24 ha diffuso, nella giornata del voto, immagini particolarmente crude di poliziotti armati in moto che miravano e sparavano mirando ai manifestanti dell’opposizione. Da marzo 2016, quando la Corte Suprema chavista ha espresso il suo disprezzo verso l’Assemblea Nazionale, le proteste nelle strade si sono intensificate. Nel tentativo di dare una spiegazione alla repressione armata, il ministero dell’Interno definisce questi atti come «terrorismo». Il parlamento ha inoltre eletto i membri della nuova Corte Suprema, ma Maduro non sembra intenzionato a riconoscerlo.

DEMOCRAZIA A RISCHIO, UE PREOCCUPATA

Il 31 luglio l’Unione Europea ha espresso la sua preoccupazione per il futuro democratico in Venezuela: «L’Unione Europea condanna profondamente la violenza e i disordini occorsi durante le elezioni di ieri. Esprime le sue condoglianze e la sua vicinanza alle famiglie e agli amici di tutti coloro che sono stati uccisi. Tutte le parti devono astenersi dalla violenza. L’Unione Europea condanna l’uso eccessivo e sproporzionato della forza da parte delle forze di sicurezza. Il governo del Venezuela ha la responsabilità di garantire il rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali, come la libertà di espressione e il diritto di dimostrare pacificamente».

Sul sito della Commissione Europea si legge ancora: «Un’Assemblea Costituente, eletta in circostanze dubbiose e spesso violente, non può far parte della soluzione. Ha aumentato la divisione e in più non legittima le istituzioni democraticamente elette in Venezuela».

Da parte sua, Maduro assicura ai suoi sostenitori che il chavismo sia già «nelle strade, a garantire la pace della patria», aggiungendo che la Costituente è servita a «mettere ordine».

Il giorno della votazione, il presidente ha promesso la messa a disposizione di 1 micio e 700 mila abitazioni, per invogliare i cittadini a votare e dichiara: «l’Anc è nata con una forte legittimità popolare, con forza costituzionale». Per usare un’espressione dello stesso presidente venezuelano, Maduro sta «a poco a poco», imponendo la sua dittatura: la Costituzione gli permetterebbe infatti di perpetuare il suo potere, proprio come ha fatto in passato il regime comunista dell’Urss, e come sta facendo il regime socialista e comunista-marxista di Castro a Cuba.

Secondo Julio Borges, Maduro, proprio come ha fatto Marcos Pérez nel 1957, ha obbligato a votare i lavoratori, i funzionari delle forze armate e le persone a basso reddito, «ma appena due mesi più tardi Pérez è stato sconfitto da un popolo unito che aveva lottato contro l’inganno, per questo sono sicuro che anche in questa occasione i venezuelani si riprenderanno la loro libertà».

Il 30 luglio sarà dunque ricordato per le forti immagini diffuse dalla televisione francese, emblema di una giornata che ha fatto registrare 14 morti e l’arresto della moglie e dei figli di un deputato dell’opposizione di centrosinistra.

Néstor Reverol, ministro degli Interni, della Giustizia e della Pace, dichiara di avere schierato in quel giorno 146 mila tra uomini e donne di diverse forze di polizia in tutto il Paese, e avverte che per ogni evenienza «è ancora attivo il Piano Speciale di pattugliamento in tutto il Paese».

Oscar Pérez, pilota e ricercatore del Centro Indagini Criminali Cicpc, fa infatti sapere dal suo profilo Twitter che l’opposizione sta organizzando «la resistenza» contro Maduro. Sempre sullo stesso social, la signora Amaya Romagosa (@amayaromagosa) sostiene che quello che sta accadendo per le strade del suo Paese è un genocidio: «Stanno massacrando giovani nello a Tachira e a Merida. Sparano con tiratori scelti e fucilano… Genocidio in Venezuela!».

Non a caso, l’ex candidato presidenziale e governatore Henrique Capriles, assieme al leader dell’opposizione Leopoldo Lópe (condannato a 13 anni di reclusione per aver preso parte alle proteste del 2012) ha chiesto maggiore unità «contro la dittatura e la truffa della costituente», ammonendo i cittadini di scendere nelle strade in massa ma «pacificamente».

Traduzione di Alessandro Starnoni

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