L’Unione Europea deve essere intransigente con la censura cinese

Le bandiere dell’Unione Europea al di fuori del palazzo della Commissione Europea, il 24 ottobre 2014 a Bruxelles. (Carl Court/Getty Images)

In Cina e in altri governi dispotici internet è diventato uno straordinario strumento di repressione e di controllo del pensiero. Questo si scontra con l’idea passata secondo cui il web avrebbe favorito il rispetto dei diritti umani universali e della democrazia. 

Mentre innumerevoli milioni di persone (il 40 per cento della popolazione mondiale, in effetti) fanno affidamento su internet come fonte primaria d’informazioni, i regimi dittatoriali utilizzano la censura e la disinformazione per ingannare e manipolare i cittadini; inoltre li privano della possibilità di accedere ad informazioni cruciali necessarie per comprendere le realtà globali e locali. 

Sulla scena mondiale la manipolazione di internet da parte della Repubblica Popolare Cinese è unica. 

La Cina ha circa 642 milioni di utenti di internet, quasi la metà della sua popolazione complessiva. Purtroppo la rete a cui hanno accesso è profondamente rovinata dalla censura imposta dal Governo, che fa di tutto per mantenere il potere del Partito Comunista Cinese (Pcc). 

Il contenuto dei media online è completamente plasmato dal blocco d’accesso a una vasta gamma di informazioni e all’inserimento di ciò che viene ritenuto utile al raggiungimento degli obiettivi politici del Pcc, che si assicura che le opinioni editoriali non mettano mai in discussione l’autorità del Partito e dello Stato. 

Il Pcc, che gestisce unilateralmente il Governo, ha imposto la ‘sovranità nazionale’ totale riguardo a ciò che può o non può essere visto su internet. In accordo con le politiche dell’Ufficio statale dell’Informazione su internet risulta impossibile, grazie alla tecnologia fornita da Google e da Cisco Systems, ricercare migliaia di parole, frasi e nomi sui motori di ricerca.

Tra i termini banditi dalla censura troviamo: diritti umani, oppressione, Piazza Tiananmen, il premio Nobel dissidente Liu Xiaobo e il nome stesso del giornale che state leggendo ora. 

Uno studio condotto presso l’Università di Harvard ha scoperto che le autorità cinesi stanno bloccando qualcosa come 18 mila siti web, tra cui molte fonti di notizie internazionali autorevoli e indipendenti. 

Per di più, tutti i libri pubblicati in Cina sono sottoposti a censura. 

Un nuovo studio della succursale americana del Pen International ha riscontrato una diffusa censura da parte degli editori, spesso attuata senza il consenso degli autori. Gli editori rimuovono ogni riferimento a scelte politiche complesse e controverse e a eventi tragici della storia moderna cinese. 

Ai media cinesi viene impedito di raccogliere ed esporre i fatti su certe questioni, come il recente disastro della nave da crociera Stella d’Oriente. Quando le autorità hanno fortemente negato la pratica della vendita d’organi dei prigionieri giustiziati, davanti all’esposizione internazionale di questa notizia, il Governo ha continuato a mentire. 

Lo Stato si pone sfacciatamente come l’arbitro della verità. Ai cittadini viene quindi proibito «falsificare o distorcere la verità, diffondere pettegolezzi e distruggere l’ordine della società». 

Ma naturalmente questo è esattamente ciò che sta facendo lo Stato cinese, eliminando arbitrariamente da internet verità e idee per poi sostituirle con la propaganda, e utilizzando il suo ampio regime di censura. 

Inoltre il sistema di limitazione d’accesso alle informazioni è incredibilmente miope da un punto di vista strategico. Limita severamente la realizzazione del potenziale umano del popolo cinese, mettendolo in condizione di enorme svantaggio rispetto alle popolazioni che vivono nelle società libere. 

Noi che viviamo nel mondo libero conosciamo ciò che i Cinesi sanno e quello che non è permesso loro sapere. Tuttavia nel complesso, il popolo cinese non ha i mezzi per comprendere ciò che è stato ‘fatto svanire’ dallo spettro delle conoscenze che hanno a disposizione. Sono costretti a vivere in un universo ristretto e distorto ideato da funzionari che seguono ciecamente i comandi emessi da una fragile burocrazia, così precaria che i suoi leader temono le idee stimolanti. 

Tuttavia possiamo supporre che milioni di cinesi vivano con la consapevolezza di essere privati dell’informazione e manipolati dallo Stato – uno stato d’animo pericoloso che in se stesso genera voci e ansie profonde, e in definitiva causa instabilità sociale, ossia proprio quella cosa che i governanti comunisti cercano di prevenire. 

La gente di tutto il mondo che gode di libertà e democrazia deve far sì, per mantenersi fedeli ai propri principi, che anche il popolo cinese possa goderne. 

Un sondaggio della Pew Foundation ha scoperto che moltissime persone dei principali Paesi europei riconoscono che i Cinesi sono privati dei loro diritti umani. Tuttavia, di fronte alla pressione per mantenere la cooperazione economica, i governi occidentali stanno dimostrando forti tendenze a placare le violazioni della libertà di espressione e di altri diritti umani fondamentali commesse dalla Cina. 

Dal momento che la Cina distorce il concetto dei diritti umani intendendolo come nient’altro che una questione di benefici economici e diritti sociali, tendono tutti a rimanere in silenzio. 

In effetti le autorità cinesi sembra che non comprendano che tutte le persone posseggono diritti umani universali in virtù della comune natura umana. Si aggrappano alla retrograda menzogna che è lo Stato che definisce e conferisce i diritti umani ai cittadini. 

Aaron Rhodes. (Freedom Rights Project)

Senza libertà il popolo cinese ha poca speranza di contribuire a risolvere i problemi globali come l’inquinamento. È quindi importante che i funzionari dell’Unione Europea (Ue), dal momento che si impegnano con la Cina durante eventi come il vertice Ue-Cina del 29 giugno, riflettano e onorino le opinioni dei cittadini europei in materia di diritti umani. In questo modo consentiranno al mondo di muoversi verso un futuro in cui il popolo cinese potrà veramente far parte della comunità internazionale. 

Aaron Rhodes è presidente del Forum per la Libertà di Religione in Europa (Foref) e uno dei fondatori del think-tank Freedom Rights Project. È stato direttore esecutivo della Federazione Internazionale di Helsinki per i diritti umani dal 1993 al 2007.

Articolo in inglese: ‘EU Should Stand Firm Against Chinese Censorship

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